Europa e Gas: rally dei prezzi e lesson learned

Pensare al gas per l’uso quotidiano è consuetudine, rilevare che l’uso residenziale rappresenta il 22% del consumo totale di gas naturale è invece decisivo per comprenderne la sua centralità nel mercato energetico globale. È infatti un’ottima fonte di fornitura elettrica, caratterizzato da una facile conservabilità (storability) e produce basse emissioni di carbonio. Contestualizzare il suo ruolo nella grande ondata di trasformazioni dell’economia, dell’ambiente e dell’innovazione diventa un esercizio essenziale. Nel passaggio dalle fonti fossili alle rinnovabili, il gas naturale è ciò che potremmo definire un agente facilitatore: stessa potenza di base delle fossili, ma più pulita. Tra le proprietà si evidenziano la semplice trasportabilità, la flessibilità operativa nella costruzione di impianti e, di conseguenza, il vantaggio di essere la risorsa perfetta per rispondere alle fluttuazioni di domanda e offerta nel breve termine.

Tuttavia, l’accesso alle fonti energetiche è connesso inevitabilmente alla dimensione geopolitica. La transizione energetica rappresenta un caso emblematico di questa connessione. Inoltre, se energia significa anche Sicurezza nella misura in cui alimenta interi sistemi nazionali e regionali, sono proprio le Nazioni a farsi carico dei relativi costi, così da garantire quella sicurezza energetica più tradizionale e rispondere alla domanda di energia nel breve e nel lungo periodo.

Il gas è centrale nel mercato mondiale

L’Europa, trovandosi tra numerosi produttori di gas e avendo una rete di gasdotti già esistente, si affida molto di più al gas naturale che al GNL.

Per quanto riguarda la produzione di gas naturale, i principali produttori sono Stati Uniti, Russia, Iran, Cina, Qatar, Canada, Australia, Arabia Saudita, Norvegia e Algeria. Gli Stati Uniti sono il primo produttore, con una produzione di circa 915 miliardi di metri cubi nel 2020, e sono seguiti dalla Russia, che è anche il primo paese esportatore di gas al mondo. Nel 2019, l’Unione Europea ha importato il 60,6% dell’energia che ha consumato. Per quanto riguarda il gas naturale, Russia, Algeria e Norvegia sono stati i tre principali produttori esterni, con la Russia che rappresenta circa il 40% delle importazioni di gas dell’Unione europea. Per fornire efficacemente queste grandi quantità di gas naturale all’UE, la Russia ha costruito una grande rete di gasdotti che attraversano la maggior parte del continente: il Nord Stream 1, che rappresenta circa il 40% di tutto il gas naturale esportato dalla Russia verso l’UE; il Nord Stream 2, costruito quest’anno, ma a causa di preoccupazioni geopolitiche, burocrazia e regolamenti aggiuntivi, non ha ancora ricevuto il via libera per funzionare. Il Gas naturale Liquefatto (GNL) presenta invece una tendenza diversa. Il più grande esportatore mondiale di gas GNL nel 2020 era l’Australia, con un volume di esportazioni di 106,2 miliardi di metri cubi, seguita da Qatar con 106,1 miliardi di metri cubi, Stati Uniti e Russia rispettivamente con 61,4 miliardi di metri cubi e 40,4 miliardi di metri cubi rispettivamente. Poiché il GNL è stato inventato con lo scopo di essere facilmente trasportato, il mercato del trasporto del GNL gioca un ruolo importante nella catena di approvvigionamento globale. Basti pensare che durante il 2020 le esportazioni di GNL sono scese dello 0,2% su base annua nel 2020 a 5682 spedizioni, guidate da un rallentamento della domanda di GNL in mezzo alla pandemia Covid-19. All’inizio del 2021 più di 600 navi cisterna per GNL erano operative sul mercato globale.

Perché il rally dei prezzi?

Negli ultimi mesi, i prezzi del gas nella maggior parte dei paesi europei hanno raggiunto livelli record. Questa impennata ha coinciso con la pubblicazione, durante l’estate, del pacchetto dell’Unione Europea “Fit for 55“, una serie di misure per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050.

Il cosiddetto rally dei prezzi si è registrato nel mercato elettrico, gasiero e della CO2. Il fattor comune di questi mercati risiede nella loro dipendenza da dinamiche locali e globali, con interazioni comprese solo parzialmente. Difatti, non sono mercati analizzabili prendendo in considerazione la sola componente storica. I prezzi del carbonio, ad esempio, sono passati dai 10 euro a tonnellata nel 2010 a 60 euro a tonnellata nel 2021. I mercati del gas sono molto più interconnessi: gli shock che prima erano locali o regionali ora hanno ramificazioni globali. Il territorio è tanto inesplorato quanto dibattuto. Nonostante ad inizio anno i prezzi dell’elettricità sembravano seguire quelli del carbonio, dal mese di maggio il rally segue il picco dei prezzi del gas. Lo stesso mercato del gas sta vivendo diverse dinamiche. Ad esempio, il mercato di GNL ha registrato una crescita non troppo sostenuta: 5% nel 2021 contro una media del 10% annuo dal 2016 al 2019 (dati Kpler).

Le cause sono differenti ma la prima considerazione ricade inevitabilmente sulla bassa performance di fornitori decisivi: i tre paesi che rappresentano il 10% delle forniture globali del 2020 – Norvegia, Trinidad e Nigeria – presentano un crollo delle esportazioni nel 2021 rispettivamente di 93, 37 e 19 punti percentuali. Una seconda considerazione sulla contenuta crescita dell’offerta di GNL riguarda invece il crollo dei prezzi del petrolio registrato a metà dello scorso decennio. Tale dinamica ha disincentivato gli investimenti in GNL negli anni 2016-2017 – i quali avrebbero portato ad avere oggi infrastrutture molto più implementate – configurandosi come uno dei fattori di rallentamento per la transizione energetica in corso. La domanda, tuttavia, non è stata ostacolata. Le importazioni in Cina sono cresciute del 22% fino ad agosto. Volumetricamente, l’80% del nuovo GNL prodotto nel 2021 è andato in Cina, costringendo il resto del mondo a ripatirsi il restante 20%. Sul fronte europeo invece le importazioni sono diminuite del 20%, mentre l’Asia ha registrato un +11% e le Americhe +59%. Di fondamentale importanza è il mercato asiatico. Mentre l’Europa non è riuscita a diversificare rapidamente la sua crescente dipendenza dal gas, la Cina è entrata a far parte della base clienti di Mosca, donando alla Russia un’enorme leva e controllo. Alcuni osservatori in Europa e negli Stati Uniti accusano infatti Mosca di non aver “aperto i rubinetti” a sufficienza per garantire l’avvio del controverso gasdotto Nord Stream 2 verso la Germania.

Da considerare infine che, maggiormente a causa della necessità di soddisfare la domanda in patria, anche le esportazioni dalla Russia sono state più basse del previsto. A questo possiamo aggiungere che la quantità di gas immagazzinata negli impianti europei è inferiore agli anni precedenti e ciò alimenta preoccupazioni per il prossimo inverno. I prezzi dell’energia sono aumentati in tutto il continente, colpendo i vari paesi indipendentemente dalla singola impronta ecologica o dall’intensità di carbonio dei loro sistemi elettrici. È una crisi del gas che è diventata una crisi dell’elettricità.

Altra lezione per l’Europa?

Se è vero che la sicurezza energetica europea è teoricamente garantita nella misura in cui aumenta l’interazione globale tra i diversi mercati in termini di approvvigionamento, è anche vero che l’interconnessione fortemente dipendente in un mercato in cui i prezzi del gas rispondono a dinamiche di breve termine espone molto di più l’Europa agli eventi globali: un picco nella domanda dalla Cina, una siccità in Brasile, interruzioni della produzione in Norvegia o un calo della produzione a Trinidad. È anche più esposta alle fluttuazioni della produzione russa, siano esse deliberate o accidentali. È importante notare che questa vulnerabilità esiste indipendentemente da ciò che accade con il Nord Stream 2. In altre parole, l’argomento sopra riportato sulle nuove leve di controllo russe, esposte da molti osservatori, non ha mai avuto senso. La Russia ha già questo potere.

Questa realtà di mercato espone anche un’altra idea errata che ha guadagnato consenso nel corso degli anni: il GNL degli Stati Uniti potrebbe proteggere l’Europa dalla Russia. La proposta stessa è sempre stata sospetta, riducendo un sistema complesso in un gioco a due player di grande peso. Nel mercato di oggi, il GNL risponde alle forze di mercato, e se altri mercati sono disposti a pagare più dell’Europa, l’Europa non avrà un riscontro immediato. La nuova fornitura, anche statunitense, può offrire uno strumento di contrattazione che mantiene i prezzi sotto controllo nel medio e lungo termine. Non è però una risposta a uno shock a breve termine.

L’Europa si è sempre concentrata su come affrontare un’improvvisa interruzione delle forniture di gas. Reazione logica alle crisi degli anni 2000, un contesto in cui la soluzione era la connettività transfrontaliera e l’accesso al GNL. Tuttavia, se il GNL è troppo costoso o non è disponibile, come oggi, tale strategia non riesce a garantire la sicurezza. L’Europa ha pertanto bisogno di una strategia odierna e aggiornata, contestualizzata al mercato attuale: probabilmente, la sola transizione energetica non è una sufficiente.

La transizione impatterà positivamente i prezzi dell’energia?

Nessuna grande aspettativa, per diversi motivi.

I combustibili fossili continuano a giocare un ruolo nella transizione energetica (20% dell’energia mondiale nel 2050, secondo la IEA). Il rischio di uno squilibrio tra domanda e offerta è maggiore nel mercato delle fossili che va sempre più a restringersi: nel breve termine, la volatilità dei prezzi rimarrà centrale.

In secondo luogo, il cambiamento climatico stresserà i nostri sistemi energetici ed elettrici. Negli ultimi anni, il mondo ha vissuto alcuni degli eventi da incubo: un attacco contro il complesso Abqaiq in Arabia Saudita, un attacco informatico contro un importante oleodotto negli Stati Uniti. Eppure, le condizioni metereologiche avverse hanno prodotto effetti molto più devastanti. La combinazione di un sistema elettrico basato su fonti di energia intermittenti (eolico, solare, ecc.) e un ambiente di domanda caratterizzato da condizioni meteorologiche estreme è destinata a rimanere volatile e produrre consistenti stress nel breve periodo.

Inoltre, la transizione energetica avrà bisogno di molte materie prime i cui prezzi possono essere volatili. Alcune di queste materie prime (ad esempio, litio, cobalto, nichel, litio, rame) sono input in un processo di produzione: la volatilità potrebbe non influenzare immediatamente gli utenti finali. Altri prodotti avranno invece un impatto diretto per gli utenti finali. I prezzi dei biocarburanti, per esempio, possono fluttuare a causa del loro legame con i mercati alimentari. I prezzi del carbonio vedranno analogamente alti e bassi. Proprio per rispondere alla volatilità, la transizione energetica farà affidamento sull’idrogeno perché può essere immagazzinato.

Infine, i prezzi dell’elettricità sono spesso più volatili a breve termine dei prezzi del carburante, perché i costi dello squilibrio sono più acuti. Una fabbrica può cancellare un turno, ma mantenere un sistema costantemente in equilibrio prevenendo un rischio blackout è costoso. Il mondo ha un’enorme capacità di stoccaggio per i combustibili solidi e liquidi e per il gas. Ci vorranno decenni per replicare quella capacità di erogazione attraverso batterie, idrogeno e altre tecnologie protagoniste della transizione. Anche in questo caso, la volatilità sarà una precondizione necessaria perché queste opzioni siano commercialmente valide.

Dove andare?

L’equilibrio del mercato energetico trova l’Europa sul punto di entrare in una posizione di sofferenza. L’attuale crescita dei prezzi del gas e l’aumento di domanda durante l’inverno, in combinazione con le basse riserve e la limitata fornitura dalla Russia potrebbero portare a una grave carenza. I prossimi mesi forniranno una forte indicazione su come si svolgerà questa crisi.

La transizione, in particolare per l’Europa che ne è protagonista, non è una liberazione dalla caotica geopolitica dell’energia, né un isolamento da altre parti del mondo. C’è sempre la speranza che un sistema a basse emissioni di carbonio possa essere autosufficiente e quindi isolato dagli shock. Tuttavia, i sistemi autosufficienti non sono altamente resilienti, e hanno bisogno di molta più capacità di riserva per affrontare imprevisti. Come ricorda N. Tsafos del Center for Strategic and International Studies, la sicurezza richiede il commercio e l’interconnessione, assumendo ogni rischio relativo. In quest’ottica, non importa quanto l’Europa progredisca verso la neutralità climatica, la necessità di bilanciare il sistema energetico persisterà con tutte le sfide e la volatilità dei prezzi che un tale compito comporta.

Gabriele G. Marchionna

Riferimenti utili:

Le opinioni espresse sono personali e potrebbero non necessariamente rappresentare le posizioni di Europa Atlantica

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.