Italia e Albania. Una relazione strategica che rafforza entrambi

L’aiuto giunto dall’Albania all’Italia per la crisi del Coronavirus ha avuto ampio risalto e riconoscenza nell’opinione pubblica italiana. Il rapporto di amicizia e cooperazione tra i due paesi ha radici antiche e profonde di grande valore su cui conviene investire

Le immagini e le parole del premier albanese Edi Rama, che hanno salutato i trenta tra medici e infermieri albanesi partiti da Tirana per raggiungere la Lombardia, hanno suscitato giustamente una reazione di gratitudine in Italia. Ovviamente sull’aiuto di grandissimo valore, che arriva in Italia dall’Albania, vale la pena riflettere perché conferma quanto sia importante e rilevante sul piano strategico e politico il rapporto, storico, che lega le due sponde dell’Adriatico. La scelta intelligente e generosa del Premier albanese lo conferma.

Infatti oltre al ringraziamento doveroso  verso il governo e il popolo albanese per questo sforzo, è giusto ricordare che, per quanto l’Albania non sia membro della UE, anche se candidata ad entrarvi, è da anni un fedele membro della NATO. Una membership che rafforza l’alleanza storica tra i nostri due paesi e il ruolo della NATO nei Balcani. Ma soprattutto il rapporto bilaterale che lega l’Italia e l’Albania, anche, e non solo, per la storica presenza di albanesi in Italia (come giustamente ricordata da Rama) è un rapporto antico, forte e profondo. Un rapporto complesso, che va oltre le adesioni o i formalismi delle appartenenze alle organizzazioni sovranazionali, che potremmo definire quasi esclusivo. Per la vicinanza geografica (ci divide un sottile tratto di mare), ma anche per ragioni di natura culturale e politica, sociale ed economica. Esistono pochi paesi vicini all’Albania come l’Italia. È utile ricordare e riconoscere all’Italia il ruolo svolto, soprattutto dopo il crollo del regime comunista albanese, per molti immigrati albanesi fuggiti in affollate carrette dei mari verso le sponde italiane, per trovare una salvezza e una porta verso tutta l’Europa.

Edi Rama nella prima parte del suo intervento non a caso ha fatto riferimento all’idea che la nostra possa essere considerata una terra “adottiva” e una sorta di “seconda patria” per tanti albanesi. È stato infatti nei primissimi anni novanta, quando dopo la fine del regime albanese migliaia di persone tentarono si approdare sulle nostre coste ammassati in quelle carrette dei mari che a malapena riuscivano a restare a galla che anche noi, popolo diventato ricco, ma in passato povero e di migranti, abbiamo scoperto il dramma dell’emigrazione di massa che giungeva fino a noi. Negli anni ottanta in realtà erano già arrivati nel Belpaese migliaia di immigrati africani, alcuni lavoravano già nelle nostre città altri, al tempo, venivano sfruttati nei lavori stagionali, oppure in estate lavoravano come ambulanti lungo le nostre spiagge. Nessuno di loro però era giunto in grandi masse, ma a singoli individui e piccoli gruppi. Con l’inizio della diaspora albanese invece vivemmo per la prima volta l’impatto forte e improvviso a livello sociale, politico e soprattutto mediatico con l’emigrazione di massa. Rivedere le immagini e risentire i servizi dei TG, di quasi trenta anni fa, dell’arrivo della nave Vlora a Bari può aiutare a capire meglio a cosa mi riferisco.

Ma come detto il rapporto tra Italia e Albania era stato ancora più antico. L’Italia era stata in passato anche terra di invasori, senza scomodare esempi lontani nel passato e nella storia, anche in tempi recenti come nel 1939, quando Mussolini ordinò l’occupazione dell’Albania, fino al 1943. Ma in precedenza, nei secoli della sottomissione ottomana dei Balcani, e poi dopo la fine della seconda guerra mondiale, eravamo stati anche terra di salvezza per tanti esuli e perseguitati albanesi, in fuga dai turchi prima e dal comunismo poi. L’immigrazione di massa arrivò sono con la fine della guerra fredda, cambiato il mondo, quando gli inutili reticolati che dovevano difendere le spiagge albanesi furono abbattuti e migliaia di uomini e donne si riversarono sui moli di Valona per imbarcarsi verso l’Italia, divenuta sopratutto grazie alla televisione, il miraggio di libertà e prosperità tanto agognato durante gli anni della dittatura.

L’Albania era allora un piccolo paese di frontiera liberatosi da un odioso regime comunista che aveva tenuto soggiogata e isolata quella nazione per decenni. Un regime particolarmente dispotico e paranoico, che in realtà era un unicum nei Balcani essendo stato a lungo soprattutto sotto l’orbita cinese, e che aveva lasciato un paese poverissimo, uno dei più poveri in Europa e anche tra i paesi excomunisti. Gli Albanesi videro nella possibilità di fuggire in Italia o di far fuggire in Italia i propri cari più giovani, figli, mariti, fratelli, il tentativo di scappare dalla povertà, dall’insicurezza e dai rischi di un paese in cui soffiavano venti di rivolte, impaurito anche dalla minaccia dei venti di guerra che stavano iniziando a soffiare nella ex Yugoslavia. Così iniziò l’esodo albanese. Quanti di noi hanno conosciuto uomini  e donne di origine albanese, che da giovanissimi sono scappati imbarcandosi senza nulla, con l’unico obiettivo di scendere in Italia? Alcuni di loro erano minorenni, ragazzini, imbarcati dai genitori, con la speranza che in Italia potessero trovare una speranza. Quanti uomini, che magari sotto il regime avevano avuto anche incarichi di responsabilità in Albania, come poliziotti o militari o insegnanti, si sono poi ritrovati in Italia a svolgere anche lavori umili, nei cantieri o nei campi, lavori che spesso gli italiani già all’epoca iniziavano a rifiutare, oppure donne impegnate per le pulizie domestiche, o nell’assistenza ai nostri anziani.

L’immigrazione dall’Albania, diretta in Italia, è durata diversi anni, con vari momenti di apice, più massivi, durante le crisi politiche che ciclicamente hanno sconvolto il paese oppure in occasione delle guerre balcaniche, fino a quella del Kosovo nel 1998/1999, quando non solo per mare, sono giunti nelle nostre terre profughi e rifugiati delle terre insanguinate della ex Yugoslavia.

Oggi gli Albanesi in italia sono circa 450 mila, uno dei gruppi più grandi dopo i Rumeni e di poco maggiore dei marocchini. Essendo uno dei gruppi nazionali da più tempo presenti si sono integrati molto bene, ma rammentiamo di quando per un certo periodo, sembrava a tanti che quegli albanesi che arrivavano dal mare,  sarebbero potuti diventare causa di molti mali. Droga, criminalità, violenza, prostituzione, quanti luoghi comuni, quante ingiuste accuse, quanti sospetti, hanno accompagnato il loro arrivo e la loro permanenza nei primi anni. Lo dobbiamo ricordare oggi che li ringraziamo per essere venuti di qua dal mare non per essere aiutati ma per aiutare. Nel tempo poi altri migranti, di altra nazionalità, li hanno sostituiti in un certo immaginario che vede negli stranieri una minaccia, ma per un certo periodo della nostra storia in tanti hanno ritenuto quei sbarchi e quegli arrivi un problema e li accusavano di “portare tra noi la criminalità”. Come oggi, la storia si ripete.

Allora in tanti, venendo a contatto con questa nuova realtà dell’immigrazione di massa erano spaventati, come oggi, come negli anni in cui il Mediterraneo tra le coste del Nord Africa e la Sicilia è stato solcato da altre carrette dei mari cariche di speranze e disperazione, come era stato quel tratto breve tra Valona e la Puglia. Allora l’Italia, a parte l’egoismo e le paure di pochi, e le polemiche, comunque molto meno frequenti e volgari rispetto ad oggi,  fu una terra di speranza e di accoglienza per tanti albanesi. Come in tutti i grandi processi di migrazione della storia certamente insieme a una grande maggioranza di persone oneste e spaventate arrivarono in Italia anche uomini scappati dalle carceri o giunti per delinquere o altri che, per assenza di alternative, si sono ritrovati nella spirale perversa della criminalità. Con quella più matura, italiana, delle grandi organizzazioni malavitose, pronta ad arruolare per pochi soldi i nuovi arrivati  e le loro bande, a buon mercato. Nessuno può negare questo, come non lo si può negare, negli anni successivi, fino ad oggi, per quello che riguarda altri immigrati provenienti da altri paesi, europei o africani o asiatici. In tutto il mondo con le grandi diaspore si muovono anche organizzazioni criminali, che spesso sfruttano le diaspore stesse o tanti, una volta giunti in terra straniera si dedicano per necessità ad attività illecite. Del resto noi italiani ne sappiamo qualcosa.

Ma è giusto tornare al presente, anche per vedere quanti passi in avanti sono stati fatti dagli anni novanta del novecento.

Le parole usate dal Premier albanese, riferito al fatto che tanti albanesi sono stati “salvati, ospitati e adottati in casa loro quando l’Albania versava in dolori immensi” la dicono lunga sul sentimento di riconoscenza verso la nostra terra. Un sentimento di cui noi italiani dovremmo essere non solo più consapevoli, oggi che tanti albanesi sono parte di noi italiani, ma soprattutto anche più responsabili. Si, perché tanta riconoscenza, tanta stima, tanta vicinanza tra nazioni, è anche una responsabilità.

L’Italia ha soccorso e aiutato tante volte l’Albania: in occasione di ogni crisi o dramma nazionale patito, compreso l’ultimo terremoto. Riprendendo le parole di Rama, anche gli Albanesi lo sanno e se lo ricordano. Ma perché è fondamentale il rapporto tra i nostri due paesi? Un rapporto che ha radici storiche, antiche, che ha visto fasi e passaggi diversi, ma nel tempo si è sempre di più rafforzato.

È un rapporto oggi fondamentale per l’Albania, e questo Rama lo sa bene, per portare l’Albania nell’Unione Europea dopo che il paese è già entrato nella NATO e condivide con noi per primi tra tutti gli alleati, obiettivi che attengono alla nostra sicurezza reciproca.

È fondamentale perché siamo il primo investitore estero in Albania, perchè siamo il loro sponsor più convinto nell’accesso all’UE e all’interno della NATO, perché li rafforza nel nostro rapporto di collaborazione e cooperazione in molti settori strategici soprattutto per la loro crescita economica. Oggi l’Albania è un interessante mercato per gli investimenti di molte imprese, per esempio nel settore immobiliare o turistico o energetico e infrastrutturale. Ma la relazione tra i due paesi è importante, tanto, anche per noi Italiani, che non sempre riusciamo a proiettarci verso il resto del mondo e nello spazio geografico a noi più prossimo ragionando e muovendoci in maniera strategica.

È un rapporto importante per la nostra economia, per le nostre imprese che investono, vendono, producono in Albania, per i nostri obiettivi e interessi strategici e geopolitici nei Balcani, ma anche per prospettive e investimenti che attengono settori per noi decisivi come l’energia, i trasporti, le risorse idriche, oltre che ovviamente per la nostra sicurezza, visto che molti dossier fondamentali che ci riguardano passano sia dai Balcani che dall’Albania, e visto che sono ampi i settori di cooperazione in materia tra le polizie e le forze armate dei nostri due paesi. 

È importante anche per il nostro quadro di alleanze, non solo militari, poter contare su un paese amico e vicino nei consessi internazionali e, infine, è importante anche per i tanti albanesi integrati che vivono in Italia e per la nostra cultura, visto che in Albania larga parte della popolazione parla italiano, segue le nostre TV, il nostro cinema, i nostri media.

L’obiettivo principale dell’Albania è l’integrazione europea. Per questo l’Italia rappresenta un partner fondamentale, come per tanti paesi dei Balcani che puntano ad entrare nell’Ue. E a noi fa comodo che possa entrarvi, nell’UE, fa comodo essere un punto di riferimento per i paesi balcanici.

Per questi motivi è molto utile investire nei rapporti di vicinato, nella nostra presenza all’estero, e nella cooperazione reciproca, come abbiamo fatto e dobbiamo fare con l’Albania. Il soccorso che dagli albanesi ci è arrivato in questa ora critica non è solo importante per i territori dove ha permesso un soccorso immediato, ma potrà aiutare ancora di più a cementare questo nostro rapporto in maniera più forte, anche nell’opinione pubblica italiana. Spesso poco portata a ragionare in termini di opportunità quando si parla di cooperazione internazionale  di politica estera, ma molto propensa invece alla generosità e ai gesti di solidarietà. Noi non siamo un paese egoista, a volte dovremmo soltanto far fruttare di più o investire meglio nella nostra generosità e capacità di interagire e collaborare con gli altri. Dote che ovunque nel mondo, anche quando siamo impegnati in complesse missioni internazionali, ci è riconosciuta.

Infatti l’aiuto giunto dai medici albanesi si tratta di un fatto che testimonia non solo la riconoscenza di un popolo intero ad un altro che ha saputo dimostrarsi generoso in passato, ma anche quanto può essere utile e lungimirante investire nelle buone relazioni tra paesi, nella solidarietà e nella cooperazione, ma anche nella politica estera e nella geopolitica. In tempi di egoismi e divisioni è un esempio  importante e significativo, su tanti piani, compreso quello politico. E ci dovrebbe spingere a investire ancora di più e sempre meglio nel nostro rapporto con l’Albania.

Essere solidali e presenti, collaborare con gli altri, aiutarli quando serve, avere una proiezione internazionale fatta anche di cultura, cooperazione, diplomazia, non è solo giusto, ma può soprattutto convenire. Significa investire nel soft power: non è onere inutile, ma un investimento sul futuro che fa bene al paese, alla sua reputazione, alla sua immagine, alla sua economia. Ricordiamocelo e ricordiamolo a chi pensa che la soluzione sia solo la chiusura, l’esibizione della forza, la negazione della solidarietà, l’egoismo.

In un mondo in forte competizione dove le rivalità aumentano e i confini sono sempre più chiusi, pur avendo un costo, investire nelle amicizie e nelle alleanze, essere solidali e presenti nel mondo, almeno nelle parti che ci sono più prossime o di interesse, può essere utile. Un buon investimento, non solo economico, ma soprattutto politico e strategico.

Perché alla fine avere alleati e buoni amici può sempre tornare utile, soprattutto nel momento del bisogno.

Enrico Casini è Direttore di Europa Atlantica

Fonte immagine sito www.governo.it


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