Come la Cina consolida il proprio soft power in Africa durante l’emergenza Covid-19

Gli esiti del recente Summit tra Cina e paesi africani e la strategia cinese di consolidamento della propria immagine e dei propri interessi in Africa. L’analisi di Federica Santoro

Mentre si trova ad affrontare una pesante crisi di credibilità in Occidente dovuta al suo ruolo nella diffusione della pandemia, Pechino rafforza i suoi legami con l’Africa rilanciando la diplomazia nel continente ospitando a Pechino il Summit Straordinario sulla Solidarietà Africa-Cina contro il Covid-19.

Al centro del summit, la lotta alla pandemia con la promessa di una cooperazione rafforzata

attraverso quella che Xi Jinping ha definito la “China-Africa Community of Health”[1]. Il corridoio umanitario che prevede accanto alla costruzione di nuovi ospedali, i “China-Africa Friendship Hospital”, l’impegno pubblico a donare ai Paesi africani per primi il vaccino anti-Covid in fase di sperimentazione e la cancellazione del debito contratto dal continente, su prestiti senza interessi, fino alla fine del 2020.

Dall’inizio dell’emergenza, secondo il sito della China Central Television, la Cina avrebbe inviato all’Africa forniture mediche quantificabili in 80 milioni di mascherine, 10.000 ventilatori polmonari, 30 milioni di kit per il test del Covid, e medici specializzati per la formazione del personale locale[2].

Xi avrebbe inoltre garantito, in tempi brevi, l’avvio dei lavori per la sede generale dell’African Centres for Disease Control and Prevention, istituto dedicato alla prevenzione e al controllo delle minacce di tipo sanitario, ribadendo in videoconferenza l’impegno cinese all’espansione della Via della Seta, definito come “il più grande disegno per lo sviluppo infrastrutturale del continente”.

Le fondamenta della presenza cinese in Africa

L’Africa riveste un ruolo non secondario nella complessa strategia geopolitica cinese. È chiaro che la sua ricchezza in termini di risorse naturali, così come il potenziale commerciale del suo mercato rappresentano per Pechino un vero affare. Negli ultimi 15 anni, i flussi annuali di IDE cinesi (Investimenti Diretti Esteri) hanno registrato un aumento costante, passando da 75 milioni di dollari nel 2003 a 5,4 miliardi di dollari nel 2018[3].

Con l’adesione dei Paesi africani alla Via della Seta, Pechino è diventato un attore insostituibile per lo sviluppo sociale ed economico del continente[4] con una partecipazione finanziaria pari ad un progetto infrastrutturale su quattro. Le ripercussioni economiche dovute alla pandemia, tuttavia, stanno rendendo impossibile per molti Paesi portare a termine la costruzione di infrastrutture essenziali come autostrade, porti, dighe e ferrovie, e onorare gli obblighi finanziari con Pechino. In Nigeria, il progetto ferroviario da 1,5 miliardi di dollari lanciato da Pechino nel 2018[5] sta subendo forti ritardi, lo stesso in Zambia, Zimbabwe, Algeria ed Egitto, dove attività simili sono già state sospese. La cancellazione del debito è ad oggi l’unica via di uscita dalla crisi per molti Paesi africani[6].

Accanto a quella economica, la dimensione politico-ideologica tende ad avvicinare la Cina all’Africa e riveste una particolare importanza per Pechino. Entrambe eredi di una storia coloniale da parte occidentale, condividono il sentimento di rivalsa su cui la Cina fin dalla fine dagli anni ‘50 cercò di costruire nuove alleanze, prendendo le distanze dal blocco Sovietico, avanzando nel continente l’ideologia maoista. Tra gli anni ’50 e ’60, un gran numero di Paesi africani indipendenti stabilì relazioni diplomatiche con la Cina e le relazioni sino-africane furono inaugurate da una nuova fase di stabilità. Un’alleanza che si concretizzò durante la guerra fredda e che ebbe un ruolo nel passaggio del seggio al Consiglio permanente dell’ONU da Taipei a Pechino, ottenuto grazie al sostegno, fra gli altri, dei Paesi africani.

Le relazioni economiche fra la Cina e l’Africa affondano le radici in quegli stessi anni e nelle intenzioni cinesi di sottrarre l’Africa all’influenza dell’Unione Sovietica: in particolare negli anni che vanno dal 1970 al 1977 Pechino si offrì come partner per più del doppio degli aiuti allocati da Mosca verso il continente africano, abbracciando una diplomazia sempre più vigorosa nel tentativo di accrescere il suo potere nel sistema internazionale allora bipolare.

Oggi, la Cina di Xi, come quella dei suoi predecessori, da Jiang Zemin a Hu Jintao continua a puntare al rafforzamento dell’amicizia strategica con i Paesi africani di cui Pechino cerca il sostegno come partner, tanto in Cina, quanto nei forum multilaterali internazionali per accrescere e legittimare il proprio modello politico date le dimensioni del blocco elettorale africano in queste sedi.

Ottenere legittimità verso il “socialismo con caratteristiche cinesi” è diventato di gran lunga l’obiettivo principale per Pechino nella sua agenda di politica estera, impegnata nel promuovere presso la comunità internazionale l’idea di una globalizzazione e un multilateralismo con “caratteristiche cinesi”. Nel caso dell’Africa, guadagnare consenso e amicizia restano i pilastri della strategia cinese che si fonda sull’idea di “emancipazione” dal dominio neocoloniale dell’Occidente. Una narrativa, che si sta rivelando estremamente utile nella costruzione di una solida alleanza, o come descritta da Xi Jinping una “fratellanza sino-africana”.

Tra le accuse mosse dagli Stati Uniti e dall’Europa negli ultimi anni alla condotta della Cina in Africa sta la facilità con cui Pechino ha avviato prestiti impossibili da ripagare e per questo soggetti alla cosiddetta “trappola del debito”, il meccanismo che pone cioè sotto diretto controllo cinese qualunque infrastruttura da questi finanziata che non possa essere ripagata, come accaduto in Sri Lanka al porto di Hambantota, sottratto da Pechino alla sovranità nazionale per 99 anni.

Sin dall’inizio dell’emergenza sanitaria, gli Stati Uniti attraverso l’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale (USAID), imprese private, gruppi senza scopo di lucro e organizzazioni di beneficenza, hanno fornito complessivamente circa 4,6 miliardi di dollari in assistenza a livello globale per la risposta al Covid-19, più di qualsiasi altra nazione, raggiungendo più di quaranta Stati africani[7]. Assieme all’Unione europea sono stati stanziati inoltre migliaia di dollari per la regione del Sahel e del Lago Ciad, a sostegno della Repubblica centrafricana e della regione dei Grandi Laghi. Nella sola Africa orientale l’Unione europea ha donato più di 50 milioni di euro per aiutare le comunità ad affrontare le conseguenze umanitarie della pandemia[8].

Con l’obiettivo di perseguire la sua agenda politica nel continente, la Cina avrebbe con crescente audacia approfittato delle molte distrazioni americane sul fronte della stabilità sociale interna dovuta all’emergenza Covid, per centrare il dibattito pubblico sull’Africa in proprio favore, dipingendo attraverso i media di Stato, gli aiuti americani come “una falsa promessa” [9], e l’aiuto cinese come ‘esclusivo’ e soprattutto tempestivo. Oltre che per le forniture mediche, per la promessa, sostenuta multilateralmente, di sollevare il continente dal giogo del debito.

Sebbene risolvere questo tipo di prestiti (a tasso zero) possa considerarsi una tradizione per Pechino che in diverse occasioni ne ha annunciato la cancellazione (2005-2009-2018), il modello si adatta ai Paesi africani che hanno buone relazioni diplomatiche con la Cina[10] il cui debito si intende passibile di rinegoziazione di volta in volta. Secondo le stime degli analisti,

proprio la Cina detiene più del 20% del totale del debito africano[11] di cui solo il 5%[12] sarebbe oggetto della riduzione annunciata. Nonostante i propositi, le dichiarazioni di Pechino sembrano pronunciate con l’intento di alimentare ulteriormente la rivalità fra Stati Uniti e Cina nel continente e accrescere il proprio soft power, conseguendo un vantaggio mediatico e diplomatico.

Un attivismo che dovrebbe spingere i Paesi europei e occidentali ad intervenire di più per rilanciare economicamente il continente, specialmente in questo momento delicato. In alcuni Stati, come Ghana, Zambia e Angola[13] la rinegoziazione del debito si è resa possibile proprio grazie alla presenza di altre fonti di finanziamento come il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e gli Eurobond, che hanno creato per i Paesi debitori un maggior margine di trattativa con la Cina.

Federica Santoro


[1] https://www.focac.org/eng/ttxxsy/t1789708.htm

[2] https://news.cgtn.com/news/2020-05-12/China-says-it-will-stand-with-Africa-to-eventual-victory-over-COVID-19-Qqkgc2VFjG/index.html

[3] http://www.sais-cari.org/chinese-investment-in-africa#:~:text=1.,US%245.4%20billion%20in%202018.

[4] http://global.chinadaily.com.cn/a/202006/02/WS5ed5a35fa310a8b24115a0fe.html

[5] https://www.reuters.com/article/china-nigeria/nigeria-awards-7-bln-rail-project-to-chinese-state-rail-firm-xinhua-idUSL5N1SN00N

[6] https://www.scmp.com/news/world/africa/article/3089492/china-forgive-interest-free-loans-africa-are-coming-due-xi

[7] https://it.usembassy.gov/update-the-united-states-continues-to-lead-the-global-response-to-covid-19/

[8] https://www.agensir.it/quotidiano/2020/5/20/covid-19-coronavirus-eu-50-million-in-humanitarian-aid-for-africa-syria-yemen-palestine-and-venezuela/

[9] https://www.globaltimes.cn/content/1191801.shtml

[10] https://www.reuters.com/article/us-china-africa/chinas-xi-offers-another-60-billion-to-africa-but-says-no-to-vanity-projects-idUSKCN1LJ0C4

[11] https://www.newsweek.com/china-debt-relief-african-countries-struggling-coronavirus-1497733

[12] https://www.scmp.com/news/world/africa/article/3089492/china-forgive-interest-free-loans-africa-are-coming-due-xi

[13] https://rhg.com/research/new-data-on-the-debt-trap-question/

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