Evoluzione dell’uso dei droni durante la pandemia

La duttilità dei droni è apparsa da subito come una risorsa per le attività di contrasto al propagarsi del Covid-19. Oggi ancora i droni, contribuendo alle attività di trasporto di vaccini, potrebbero essere funzionali anche al superamento della pandemia stessa. Ce ne parlano Roberto Setola e Marco Tesei

E’ ormai entrato nell’immaginario collettivo il concetto che i droni siano uno strumento polifunzionale in grado cioè di svolgere diverse funzioni e, potenzialmente, in grado di modificare significativamente il modo in cui attività e lavori vengono svolti tradizionalmente. Prima relegati al solo ambito ludico o militare, l’abbattimento dei costi di produzione e l’avanzamento delle tecnologie connesse hanno consentito l’impiego di questi mezzi per attività lavorative (il cosiddetto “lavoro aereo”) prima prerogativa dei soli mezzi manned (elicotteri, ultraleggeri) con costi esponenzialmente superiori. Le loro caratteristiche, per altro, ne rendono possibile l’impiego anche in ambienti e contesti che sono preclusi a grossi mezzi manned.

Da fine 2019, questa polifunzionalità ha dato spunti utili a chi si è trovato a dover gestire la pandemia. L’impiego dei droni nel contesto del Covid è stato, fino ad oggi, generalmente indirizzato a due tipologie di applicazioni: attività di controllo della popolazione e operazioni di bonifica con rilascio di disinfettante. Applicazioni che possono considerarsi surrogate dei due filoni principaliche hanno già visto impegnati i droni fino ad oggi; filoni a loro volta vincolati alle due tipologie principali di payload impiegati su un drone: telecamere e serbatoi.

Già da qualche anno le forze di polizia (anche italiane) approfondiscono l’impiego di droni per attività di pubblica sicurezza: adattare lo strumento per finalità di rilevamento di assembramenti non consentiti è stato immediato. Questo anche alla luce delle innovazioni tecnologiche che hanno interessato le telecamere con un miglioramento significativa della qualità dell’immagine e grazie alla disponibilità di software di video analisi in grado di evidenziare in modo automatico la quantità di persone presenti in una certa area e il loro distanziamento. Stesso discorso per le attività di bonifica: i droni sono da anni impegnati nelle attività di precision-farming nei grandi complessi agricoli (probabilmente il primo settore industriale aggredito dai droni di nuova generazione) ed adattare lo strumento alla sanificazione di ambienti si è limitato (perdonerete il semplicismo consapevole) a sostituire la sostanza da irrorare nell’ambiente circostante. Aspetto questo favorito dalle migliorate capacità di navigazione di questi sistemi, consentendone l’utilizzo anche in contesti strutturati e pieni di vincoli come gli scenari urbani o indoor, significativamente diversi degli ampi spazi aperti propri della produzione agricola.

E’ interessante considerare come i droni sono stati ultimamente chiamati in causa anche per assolvere ad una terza funzione che, contrariamente rispetto ai casi precedenti, legato ad un settore che sebbene sia da sempre nell’immaginario colelttivo quando si parla di uso di droni in applicazioni civili, è ancora tutto da sviluppare. Parliamo del trasporto di materiali: il contrasto al Covid potrebbe fungere da volano per lo sviluppo di questo filone di attività, che fino ad oggi ha evidentemente faticato a decollare. Il drone inteso come vettore di trasporto e non più come strumento “stand-alone”.

Tanto è vero che in un mercato fortemente contratto come quello del lavoro aereo tramite droni (-38% nel 2020, fonte Osservatorio Droni del Politecnico di Milano), ci sono startup in fermento  capaci di raccogliere milioni di euro per proposte legate all’impiego di droni per il trasporto di vaccini. E’ il caso di Wingcopter, startup tedesca che raccoglie ventidue milioni di euro per studiare il trasporto di vaccini tramite droni proprietari. Restando in Italia ABZero, spin-off dell’Istituto Superiore Sant’Anna di Pisa, si propone per il raggiungimento dello stesso obiettivo tramite una capsula da sei chili capace di trasportare migliaia di vaccini e coprire (secondo uno studio proposto dalla stessa ABZero e basato su simulazioni) l’intera area di Milano con soli quattro droni. Anche il settore accademico si sta muovendo nell’ottica di produrre esperienze funzionali a definire rischi e potenzialità correlati al settore emergente dell’impiego di droni per il trasporto di materiale biologico e biomedicale. Citando soltanto alcuni casi (una review del fenomeno non è oggetto di questo articolo) e solo negli ultimi due anni, mentre l’Università Campus Bio-Medico di Roma testava gli effetti del trasporto via drone su campioni di materiale organico, l’Ospedale Bambino Gesù in collaborazione con Leonardo e Telespazio sperimentava la modalità di volo a grande distanza (32 km) per il trasporto tra due sedi dell’ospedale. A Milano l’IRCCS (Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico) Ospedale San Raffaele è attualmente impegnato ad approfondire il tema della UAM (Urban Air Mobility) nel contesto del progetto europeo FF2020 (che vede per l’Italia anche la partecipazione di EuroUSC). L’intento in questo caso è quello di testare l’impiego di droni in sicurezza (da integrare in seconda battuta nei servizi dell’ospedale) sfruttando l’area ospedaliera come uno scenario di studio protetto. Acronimi come UAM o anche UTM (unified traffic management, o unmanned traffic management a seconda del sentimento prevalente) prendono sempre maggiore spazio e offrono costanti nuovi spunti per ricerche e finanziamenti. La sfida tecnologica per integrare i droni nelle città interconnesse del futuro, passa da loro.

L’introduzione dei droni quali vettori per il trasporto di beni all’interno delle aree urbane ha diversi benefici soprattutto in termini di sostenibilità in termini sia di riduzione del traffico veicolare e più in generale con una riduzione significativa delle emissioni di inquinanti.

Passando al quadro normativo di riferimento, fresco di aggiornamento europeo (il regolamento droni UAS-IT è in vigore soltanto da qualche mese), questo rilega l’impiego di droni per attività di trasporto al campo della sperimentazione scientifica. L’integrazione dei droni è sì un tema tecnologico, ma anche infrastrutturale e soprattutto legislativo.

Infatti da un lato occorrerà, come fatto per i veicoli stradali, individuare corridoi, aree e spazi da destinare in modo esclusivo o promiscuo alla movimentazione tramite droni. Problematica questa complessa visto che le nostre aree metropolitane sono state costruite pensando alla mobilità delle automobili (ed in parte dei pedoni). Se già l’introduzione di percorsi riservati alle biciclette rappresenta una sfida per qualunque urbanista, l’introduzione di percorsi per i droni è un problema di almeno 3 ordine di grandezza più sfidante e complesso.

È fondamentale, inoltre, sviluppare una adeguata legislazione che da un lato non mortifichi lo sviluppo del settore, i cui benefici sono evidenti ed indubbi, ma dall’altro regolamenti aspetti e problematiche difficilmente gestibili con gli attuali strumenti legislativi a partire dal tema del trasporto di materiali tramite droni ed in particolare di materiale biologico e biomedico (tema sul quale l’attuale legislazione appare fortemente lacunosa). Ovviamente il tutto deve considerare e porre al primo posto la sicurezza dei cittadini senza però introdurre disposizioni o divieti definiti aprioristicamente sull’idea retrograda di conservare lo status-quo organizzativo che non solo non servono ad una efficiente regolamentazione (e che limitano lo sviluppo) del settore, ma che genererebbero una evoluzione incontrollata che, questa sì, rappresenterebbe un significativo elemento di rischio per la sicurezza dei cittadini.

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