L’incidenza della pandemia sulla geopolitica del Medio Oriente

La pandemia da Covid 19 potrebbe avere ripercussioni sul piano politico e geopoltico nella regione del Medio Oriente e Nord Africa anche per quanto riguarda il confronto tra USA e Cina nella regione. Il punto di vista di A. Roberta La Fortezza

Se le possibili conseguenze socio-economiche dell’attuale pandemia sulla regione del Medio Oriente e Nord Africa appaiono abbastanza chiare nel loro progressivo sviluppo e finanche nella loro possibile portata, più subdole, nascoste e incerte sono invece le conseguenze geopolitiche[1] di questa crisi.

Almeno fino a questo momento, non vi sono chiare evidenze di particolari stravolgimenti nelle principali dinamiche regionali, direttamente derivati o attribuibili alla crisi pandemica. A un anno dall’inizio della pandemia, il virus non sembra, infatti, aver inciso sullo status quo geopolitico della regione, sulle posizioni già precedentemente acquisite dai principali attori o sui processi di acquisizione già avviati, sulle tensioni storiche e su quelle più recenti, sulle ambizioni politiche degli attori regionali e sulla declinazione dei loro specifici interessi. Se dunque dal punto di vista geopolitico questa crisi non sembra aver favorito, finora, stravolgimenti, quello che indubbiamente potrebbe provocare, soprattutto nel periodo post-pandemico, è una accelerazione di quelle tendenze già precedentemente evidenziate. Soltanto in questo senso, la crisi sanitaria in corso potrebbe essere letta come un fattore di variazione dello status quo nel medio-lungo periodo.

D’altro canto, tale meccanismo accelerativo non sembra riguardare tanto le dinamiche regionali in sé, quanto piuttosto le manifestazioni regionali di quelle internazionali e i rapporti di forza tra i principali protagonisti mondiali. Il riferimento è in particolare alla “competizione” globale USA – Cina che trova, logicamente, una sua specifica declinazione anche nella regione MENA.

Nel contesto della presidenza USA a guida Trump, e dunque nelle fasi iniziali della pandemia, la progressiva diffusione del virus, nonché le presunte responsabilità cinesi quantomeno nei termini di una “culpa in vigilando,” hanno evidentemente fomentato le già evidenti tensioni politiche tra Washington e Pechino[2]. L’aumento dei dissidi tra le due potenze globali, un ambiguo disimpegno da parte dell’amministrazione Trump rispetto alla regione mediorientale e alcune specifiche politiche intraprese sempre in seno alla presidenza Trump, hanno favorito quello che era già parzialmente emerso come un progressivo possibile riequilibrio di potere all’interno della stessa regione.

L’attuale ridotta presenza degli Stati Uniti nell’area potrebbe progressivamente lasciare spazi crescenti alla Cina, la quale sulla base della consueta strategia votata anche a quella che potremmo definire una “diplomazia economica”, emblematicamente rappresentata dalla Belt and Road Initiative (BRI), ha aumentato il proprio attivismo non solo in Paesi già precedentemente di interesse, come ad esempio quelli nordafricani, ma anche in Paesi come l’Iraq, il Libano o l’Iran in cui l’inserimento di Pechino appare sempre più evidente. In questo senso la pandemia in corso sta fungendo da catalizzatore di interessi convergenti, riprendendo, almeno in alcuni casi, il brocardo latino “amicus meus, inimicus inimici mei: in una fase in cui i Paesi della regione mediorientale hanno un vitale bisogno di risollevare le proprie economie soprattutto in ragione delle conseguenze della pandemia, la Cina potrebbe apparire per molti una soluzione  efficiente anche perché politicamente non condizionata, scevra cioè da taluni obblighi in politica nazionale imposti di frequente dall’Occidente.

In questo contesto l’Iran rappresenta l’esempio per eccellenza. Messa in una condizione di isolamento e di estrema difficoltà dovuta prima alle sanzioni USA e poi alla diffusione incontrollata del virus Sars-CoV-2 (l’Iran è al momento il Paese della regione con il più alto numero di contagi e di decessi), Teheran ha progressivamente rafforzato le proprie relazioni soprattutto economiche con Pechino. Il supporto della Cina in termini di rifornimenti di base per la popolazione iraniana nonché come compratore del petrolio iraniano, anche in regime di sanzioni indirette applicato da Washington, ha rappresentato quantomeno a livello di immaginario (e in parte anche nei fatti) una vera e propria ancora di salvezza per l’Iran. Anche dal punto di vista propagandistico, Teheran ha più volte risposto alle accuse USA nei confronti di Pechino in merito a una presunta diretta responsabilità nella diffusione del virus, con una contro-narrazione che ha presentato il Sars-CoV-2 come un’arma biologica utilizzata dagli USA per annientare i propri nemici, la Cina e lo stesso Iran. Sebbene Teheran abbia interesse a ricostruire un rapporto con Washington, è pur vero che Pechino continuerà, dopo questa pandemia più che mai, a rappresentare una componente fondamentale della ripresa economica iraniana soprattutto in ragione della necessità di continuare a commerciare il proprio petrolio verso l’enorme compratore cinese. Non a caso, il processo negoziale per un accordo strategico tra Teheran e Pechino iniziato nel 2016, ha raggiunto il suo apice a marzo del 2021, quando Cina e Iran hanno pubblicamente annunciato (dopo le indiscrezioni emerse già nell’estate del 2020) la firma di un Patto di cooperazione economica e strategica di 25 anni. Il patto prevede una partnership strategica tra i due Paesi sostenuta da importanti investimenti cinesi in progetti energetici e infrastrutturali, in cambio di una fornitura di petrolio a costi agevolati da parte di Teheran, e da un stretta cooperazione soprattutto sui temi della difesa.

Se l’Iran rappresenta il caso emblematico, anche in Paesi come l’Algeria o lo stesso Egitto si è recentemente assistito a un progressivo aumento della presenza economica cinese. In particolare l’Egitto può rappresentare per Pechino una tappa fondamentale anche nel progetto della BRI poiché consente di arrivare fino al Mar Rosso e al Mediterraneo orientale (ricco tra le altre cose di giacimenti gassiferi). Un processo molto simile riguarda anche il Libano, Paese nel quale Pechino potrebbe inserirsi nelle procedure di appalto per la ricostruzione del porto di Beirut[3]. La strategia messa in campo dalla Cina e che ha trovato nella crisi e, paradossalmente, anche in alcune delle stesse decisioni dell’amministrazione Trump, buoni alleati, potrebbe spingersi finanche a toccare i Paesi del Golfo e in particolare l’Arabia Saudita. In questo caso, le posizioni cinesi potrebbero essere favorite dalla parziale incrinatura nei rapporti tra il principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman (MBS), e il nuovo presidente USA, Joe Biden, e dalle evidente difficoltà economiche che anche Riad sta vivendo a causa della pandemia. Soprattutto sotto quest’ultimo profilo il Regno saudita potrebbe trovare conveniente rafforzare i propri rapporti con il più grande consumatore di idrocarburi del mondo e secondo Paese di esportazione (dopo il Giappone) per il suo settore petrolifero.

In una prospettiva più ampia, lo stesso vaccino non farà che aumentare le possibilità in mano agli attori globali di generare nuovi riallineamenti geopolitici o di spingere processi già in corso a proprio vantaggio. Anche in questo caso Pechino potrebbe presentare buone credenziali al mondo mediorientale, con il suo vaccino Sinopharm.

D’altro canto tutto questo avviene in un momento in cui quasi tutti i Paesi del mondo, eccetto forse soltanto la Cina, appaiono evidentemente più concentrati sulla gestione della pandemia in corso piuttosto che sulla definizione di una chiara politica estera. Ciò è vero soprattutto per gli Stati Uniti: sebbene l’amministrazione Biden sia apparsa fin da subito meno propensa di quella Trump a chiudersi nei confini nazionali, è pur vero che in questo momento deve concentrare le sue più importanti risorse nella gestione di una situazione nazionale sanitaria ed epidemiologica di estrema preoccupazione. Difficilmente si assisterà, ovviamente, a un ritiro degli USA dallo scenario mediorientale, soprattutto nel contesto dell’attuale presidenza Biden, tuttavia le difficoltà interne potrebbero condurre nei fatti a un parziale e temporale disimpegno che potrebbe a sua volta, nel breve periodo, aumentare le opportunità di inserimento della Cina (ma anche di Russia e Turchia). D’altro canto in una non lontana prospettiva post-pandemica ed entrando contestualmente nel vivo della presidenza Biden, l’approccio strategico USA potrebbe subire una parziale revisione. Proprio l’eventuale sfida posta dalla Cina nel teatro mediorientale, anche con riferimento ai tradizionali partner USA (si pensi ad esempio all’Arabia Saudita), potrebbe dettare l’esigenza per Washington di riprendere una politica di maggiore incisività e presenza nel teatro mediorientale (non solo con riferimento alla questione iraniana).

Sul piano degli equilibri interni regionali se una conseguenza del Covid-19 può delinearsi, riguarda sicuramente la possibilità che le Monarchie del Golfo, e in particolare l’Arabia Saudita, possano vedere ridimensionate le proprie posizioni di leadership in ragione delle difficoltà economiche a cui dovranno fare necessariamente fronte nei prossimi anni. Dal punto di vista della geopolitica regionale, la contrazione delle economia del Golfo potrebbe condurre a un riallineamento delle posizioni e a una ridefinizione delle leadership nell’area, soprattutto qualora a causa di tale contrazione i Paesi del Golfo non dovessero più riuscire a sostenere i rispettivi alleati tramite un sistema vigoroso di aiuti economici.

Sebbene dunque l’emergenza Covid-19 non abbia finora portato a particolari sconvolgimenti geopolitici, essa rappresenta indubbiamente un fattore “moltiplicatore” di certe dinamiche già precedentemente in atto. Per quanto concerne la specifica regione mediorientale la crisi sanitaria in corso ha dato a Pechino la possibilità di rafforzare la strategia economica e politica già avviata negli ultimi anni con alcuni Paesi della regione, primo fra tutti l’Iran. Questa linea politica, inserendosi chiaramente nella più ampia strategia cinese della BRI, rappresenta la più grande sfida di lungo periodo per la posizione dominante degli USA nella regione del Grande Medio Oriente.  

A. Roberta La Fortezza


[1] Si veda https://www.youtube.com/watch?v=JYWzE_QFcVs

[2] Si veda https://www.crisisgroup.org/fr/global/sb4-covid-19-and-conflict-seven-trends-watch

[3] Si veda in merito https://security.ifiadvisory.com/il-soft-power-di-pechino-nelleventuale-ricostruzione-cinese-del-porto-di-beirut/

Le opinioni espresse sono personali e potrebbero non necessariamente rappresentare le posizioni di Europa Atlantica

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