Tra vaccini e tecnologie digitali, come Israele sta lottando contro Covid19

Da molti invocato come modello, Israele sta portando avanti la battaglia contro il virus con successo puntanto molto su nuove tecnologie e vaccini. A che punto è la campagna contro il Covid?

Il 5 marzo Benjamin Netanyahu affermava in un’intervista alla Fox News: “Israele è un modello per il mondo nella gestione della pandemia, tanto da essere il primo paese ad uscirne”.  Senza dubbio si è trattato di una affermazione che risentiva del clima elettorale, dato che ha suscitato l’immediata reazione del mondo scientifico israeliano ma, a distanza di quasi due mesi,  cosa c’è di vero in quell’affermazione e in cosa consisterebbe il modello israeliano? In effetti i risultati ci sono stati,  ma non soltanto: anzi il fatto che il paese, dopo ondate furiose di contagio, sia tornato a riaprire e quindi alla sostanziale normalità senza che la copertura vaccinale sia stata totale (ad inizio aprile tra il 55 – 60%) sfidando opinioni consolidate  di virologi ed epidemiologi, ha dato modo al settore scientifico di comprendere “sul campo” alcuni meccanismi della pandemia in atto, fino a parlare di “laboratorio a cielo aperto”.

Israele comunque non era nuovo a questo. Già all’inizio della pandemia, alcuni esperti israeliani si erano lanciati  in valutazioni che, se rilette alla luce di quanto abbiamo appreso nell’ultimo anno, possono apparire fuori luogo, ma che ci danno una indicazione importante: la tendenza, in qualche modo, a rompere gli schemi e a ragionare sul punto con logiche che non sono soltanto di tipo medico clinico od economico, ma che riflettono una concezione a strategia integrale fin dall’inizio.  Alla base della campagna vaccinale israeliana c’è infatti un contratto, pubblicato a gennaio di quest’anno, secondo il quale Israele avrebbe fornito una serie di dati medici ed epidemiologici alla Pfizer in cambio di una fornitura abbondante di vaccini, ed allo stesso modo  ha formato un contratto con Moderna. Inoltre, fin da subito è stato istituito il passaporto vaccinale – che si è rivelato un potente incentivo alla vaccinazione di massa – e sono stati identificati quattro specifici organismi, ossia i quattro fondi previdenziali più grandi –  a cui è stata data la responsabilità – e i poteri – per la vaccinazione di massa.  

Questa strategia integrata ha portato sicuramente al successo dopo un inizio incerto in cui la pandemia si è manifestata in assenza di un governo – nel marzo 2020, Israele era reduce dall’ennesima tornata elettorale e il governo formato faticosamente da Netanyahu  proprio in quei giorni ha cominciato a muoversi, con un sostanziale ritardo – e dopo un lockdown assai criticato in quanto non immediato ma progressivo che ha, in fase iniziale, avuto un effetto molto relativo sulla pandemia e seguito da altri provvedimenti restrittivi tardivi.

Tale strategia è sintetizzabile in pochi punti: incentivi alla vaccinazione, chiara identificazione delle responsabilità e dei ruoli, gestione innovativa dei contratti e del loro legame con la ricerca scientifica, assunzione di rischi calcolati sulle riaperture e sulle gestioni dei lockdown ma, soprattutto, chiara consapevolezza che la messa in sicurezza e la ripartenza del paese dipendessero dalla copertura vaccinale e che i provvedimenti restrittivi (uso di mascherine e guanti, chiusure più o meno parziali) fossero non la cura ma solo e soltanto serventi alla vera cura, ossia la campagna vaccinale su cui si erano concentrati tutti gli sforzi economici e politici del governo.

Questo atteggiamento, tuttavia, è molto probabilmente figlio della natura stessa di Israele, abituato fin dagli albori della sua esistenza ad essere  perennemente minacciato da un mondo ostile e quindi abituato ad una sostanziale militarizzazione anche della sua vita civile e sempre pronto, in nome appunto della sopravvivenza, a relativizzare una serie di diritti del singolo per il bene superiore della comunità. Un modello – è facile a capirsi – ben difficilmente esportabile in Europa, in quanto basato sul concetto di resilienza, parola spesso utilizzata a sproposito dalle nostre parti. Essa infatti venne adottata proprio dalle autorità sanitarie israeliane allorquando si accorsero, dallo studio di una serie di dati endemici ed epidemiologici, che i sopravvissuti dei campi di sterminio malgrado risentissero di problemi di salute ben maggiori dei loro coetanei, avevano un’aspettativa di vita maggiore e ne dedussero che la chiave della loro forza consistesse nella capacità di non impressionarsi troppo di fronte al disastro e di saper reagire trovando in se stessi motivazione a vivere e a ricostruire fosse anche da zero ed indipendentemente dagli handicaps imposti dal sistema.

La risposta al nostro interrogativo iniziale è quindi senza dubbio affermativa, esiste un modello israeliano, basato sui punti che abbiamo sottolineato, ma esso è ben difficilmente esportabile e, soprattutto, essendo basato sull’esclusivo interesse dello Stato e di chi ne fa parte, secondo una logica sostanzialmente weberiana,  non è esente da pericoli. 

In quanto dobbiamo considerare che a tale situazione, che in effetti ci mostra l’effettivo raggiungimento di una sostanziale immunità di gregge e la riapertura generalizzata delle attività economiche, fa da contraltare la situazione palestinese e della striscia di Gaza.

All’inizio della pandemia, tali territori – dato il loro isolamento imposto – sembravano destinati ad essere risparmiati dal contagio che tuttavia, una volta penetrato, ha potuto diffondersi incontrastato. Attualmente, con una società israeliana che ha sostanzialmente raggiunto l’immunità di gregge, spicca tale situazione che vede i territori occupati al collasso sanitario.  All’inizio di aprile, ultimi dati disponibili, risultava vaccinato meno dell’1% della popolazione, il che induce ad amare riflessioni circa la lungimiranza delle autorità israeliane: perché, anche ammettendo, eventualmente, che la responsabilità sanitaria dei territori non sia di Israele ma della ONP  salta comunque agli occhi la pericolosità di una situazione che vede un focolaio incontrollato praticamente in casa: ricordiamoci che la cosiddetta immunità di gregge (questo aspetto si tende a dimenticarlo o peggio a rimuoverlo) è una condizione temporanea e che comunque il contagio incontrollato nei territori rischia di essere l’ennesimo fattore di destabilizzazione anche considerando la deprivazione economica (in una realtà di popolazione già sostanzialmente ridotta alla fame) che lo stato pandemico incontrollato comporta.

Tali interrogativi circa le responsabilità assumono comunque un valore ozioso, verrebbe da dire, perché comunque sembra che la questione vaccinale, nei territori,  dipenda ormai dalle organizzazioni internazionali che si occupano di distribuire i vaccini (pochi, nella fattispecie) ai paesi poveri, ma soprattutto della “offensiva vaccinale” che stanno portando avanti Russia e Cina.

Su questo aspetto, occorre fare una riflessione.   

Dato il ruolo che la Russia svolge nello scacchiere mediorientale e l’atteggiamento arrembante della Cina nei confronti dei paesi in via di sviluppo, quali potranno essere gli sviluppi politici di tale situazione? Non dimentichiamo che più volte la questione palestinese, specialmente in passato, è stata “utilizzata” dalla Russia per portare avanti il suo discorso di penetrazione (soprattutto militare, come nel caso della Siria) nel Mediterraneo e non dimentichiamoci che l’imperialismo economico cinese, che si va dispiegando nei confronti dei paesi in via di sviluppo, è profondamente diverso da quello a suo tempo dispiegato (ed ancora in uso, in molti casi) da europei ed americani, basato sulla condivisione più o meno forzata delle risorse locali e all’apertura dei relativi mercati.

In questo, l’atteggiamento dei cinesi è profondamente diverso, l’espansionismo economico “alla cinese” è basato principalmente sull’acquisizione di asset strategici in grado di condizionare l’economia dei paesi ospiti, anche spendendo molto, anche condividendo i benefici dell’operazione, ma determinando una situazione di fatto di sovranità limitata e suscettibile di creare, già nel medio termine, una proporzionalmente maggiore utilità per l’economia cinese.

Non è molto difficile prevedere che con questi presupposti vi saranno evoluzioni politiche ed economiche con cui Israele dovrà senza dubbio misurarsi, ma diventa difficile prevedere quali e con quale grado di pericolosità considerando anche l’entità degli attori che stanno entrando in gioco a pochi metri (nel vero senso della parola) dal territorio della madrepatria.     

Cosa accadrà? Un modello israeliano come abbiamo visto esiste e ne abbiamo esaminato la struttura. Esso tuttavia non è esportabile e nella sua etnocentricità  non è esente da pericoli sotto il profilo della stabilità dell’area.

Sarah Ibrahimi Zijno


Immagini tratte da Pixabay.com

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