Brexit, e ora?

Quali scenari si aprono adesso per il governo britannico sul percorso della Brexit nel confronto con l’Unione Europea, dopo i risultati delle elezioni del 12 dicembre? L’analisi di Antonello Fiorucci

Lo scorso 12 dicembre, gli elettori britannici hanno votato per le elezioni politiche e, per la maggioranza, hanno scelto il partito Conservatore, guidato da Boris Jonhson.

Questo dato apre la strada ad alcune considerazione relative ai rapporti che dovranno essere definiti tra Regno Unito ed Unione Europea.

In primo luogo, che partnership sarà. Boris Johnson si è quasi totalmente astenuto dal disegnare i contorni delle relazioni future durante la campagna elettorale; ha parlato molto di Brexit, ma pochissimo di post-Brexit. Infatti, le trattative sul futuro rapporto con l’EU cominceranno il 2 febbraio 2020 e dovrebbero, in teoria, durare fino al 31 dicembre 2020. In questo periodo, lo stesso governo conservatore potrebbe provare a edulcorare la pillola dell’esecuzione della Brexit, ma, su tale fronte, potrebbe trovare in Bruxelles una controparte piuttosto rigorosa, nel non servire al governo britannico una chiave di successo per l’esperimento “secessionista”. Da questo punto di vista, le parole dell’Amb. Italiano a Londra, Trombetta, che descrivono un partner che lascia l’EU, ma non l’Europa e che rimarrà un paese non ostile, potrebbero uscire ridimensionate, pur in un quadro di consolidata collaborazione.

Quello che sembra il rischio maggiore è l’emersione di un effetto indiretto e ancor più deteriore della stessa Brexit per il ruolo ed il destino dell’Unione: il rafforzamento dei canali bilaterali nei rapporti tra singoli stati membri dell’EU e il Regno Unito. La possibilità, infatti, che qualche Stato Membro, l’Italia potrebbe essere uno di questi, possa voler instaurare con Londra una relazione speciale, sussiste ed è forte. Ovviamente, questo sarebbe un esito inaccettabile per l’Unione che dovrà guidare il processo delle relazioni politico-economiche in modo saldo e centralizzato.  Se dovesse passare il concetto, per non parlare della pratica, che “gli affari” con Londra si fanno su base bilaterale, il contraccolpo di Brexit, sull’intero continente potrebbe essere devastante. Tale pratica sembra essere più semplice da attuare in teoria che nei fatti, ma sicuramente, non può essere sottovalutata e non presa in considerazione.

Quello delle relazioni EU-UK è un tema estremamente interessante, perché se da un lato pare complesso scavare un solco più profondo tra i due lati della manica, quel dito puntato contro Bruxelles, come causa delle frustrazioni e delle paure della working class britannica, dovrà pure arrivare ad indicare qualcosa di concreto. Se infatti l’Unione, è la fonte dei problemi di quelle terre che furono il fulcro delle lotte dei minatori contro la Thatcher e che oggi hanno consegnato il paese ai conservatori, è il vampiro assetato che dissangua, sino all’inefficienza, il NHS, e, infine, è il macigno che tarpa le ali dell’agricoltura britannica, nonostante fondi europei piovuti copiosi, dando fiato alle campagne dell’ultimo paese di proprietari terrieri d’Europa, allora, con questa Europa, probabilmente non potranno essere fatti chissà quanti affari e non potranno fiorire parole d’amore; almeno non pubblicamente.

Proprio a tale proposito, si apre quindi il senso del post-Brexit, che è condannato a dover essere di successo, pur privo delle relazioni preferenziali con il più profondo partner economico e commerciale degli ultimi quarant’anni. Da qui, le dichiarazioni roboanti del Presidente statunitense che parla di due paesi “liberi di mettere a punto un grande nuovo accordo commerciale dopo la Brexit. Questo accordo ha il potenziale per essere il più redditizio di qualsiasi accordo mai siglato con l’UE” (da europei ed atlantisti, ci sforziamo magnanimamente di non ravvisare una malcelata ostilità contro la nostra Unione). Tutto ciò appare alquanto aleatorio, fumoso e di non semplice soluzione, a patto che la storia non si ribalti e la vecchia colonia colonizzi il vecchio colonizzatore. Meno potenzialità, invece, sembrano riservare le remote terre del fu Impero, pienamente sfruttate e collocate su un percorso che potrebbe essere ormai non più percorribile per la gloriosa Inghilterra, per dimensioni e proiezione. 

Tempo fa, Tony Blair rilasciò una breve quanto illuminante intervista all’Indipendent, in cui, in due minuti, definì con grande semplicità un concetto che espresse, dicendo “power is power”. L’ex Primo Ministro ebbe a dire che in un mondo di giganti, in termini di popolazione, di potere economico, di risorse, di capacità militare, se le medie potenze, come quelle europee, non stringono insieme alleanze forti, non riusciranno a tutelare in modo forte i loro interessi, per sedersi con pari dignità al tavolo dove siedono i giganti. L’alternativa, secondo Blair, era quella di sedersi a tavoli differenti, secondari, ininfluenti. Il Regno Unito poteva contare, dal suo punto di vista, su due alleanze forti in grado di dare alla Gran Bretagna quel diritto di vedere i suoi interessi tutelati: la NATO, per quanto riguarda il lato militare, e l’Unione Europea, che è la principale potenza commerciale e la più grande unione politica al mondo. Rinunciare a quest’ultima sarebbe stato un “unbelievable act of self-denial”. Strano a dirsi, ma il popolo inglese ha scelto questa “incredibile” opzione, rischiando, oggi più che mai di esporsi ad uno smembramento di parti rilevanti del proprio corpo, come la Scozia, che ha votato a valanga per lo SNP che ha già richiesto che possa essere celebrato un secondo referendum per la piena indipendenza e l’Irlanda del nord, dove si è registrato il flop del partito unionista (Il Dup perde addirittura il suo leader a Westminster e per la prima volta i repubblicani eleggono più deputati degli unionisti).

La Brexit è solo agli albori, ma le opzioni del Regno Unito rischiano di ridursi, prima di quanto si pensi. Per il momento, “il regalo di natale” è sotto l’albero del popolo britannico, come ha avuto a dire il Primo ministro ai Comuni; vedremo se sarà, a conti fatti, il regalo sperato.   

Antonello Fiorucci

Le opinioni espresse sono strettamente personali e non riflettono necessariamente le posizioni di Europa Atlantica

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