L’euro-atlantismo è ancora nel futuro dell’Italia e lo resterà a lungo

Le prospettive euro-atlantiche dell’Italia, la NATO e il futuro delle politiche europee. L’intervento del Generale C.A. Massimiliano Del Casale, già Presidente del Centro Alti Studi per la Difesa (C.A.S.D.).

All’indomani di una delle riunioni del Consiglio Europeo tra le più difficili mai registrate negli ultimi tempi, i risultati conseguiti, in apparenza limitati rispetto alle aspettative iniziali, vanno considerati come un buon compromesso. Utile soprattutto a tenere unita la compagine europea sulla condivisione dell’ennesimo pacchetto di sanzioni, il sesto della serie, da comminare alla Russia. L’embargo totale sul petrolio, immediato per quello trasportato via mare ed entro l’anno per il greggio che affluisce tramite la rete infrastrutturale, rappresenta un risultato importantissimo. Anche se la vera partita si giocherà poi sul gas. Tuttavia, grazie alla spinta del premier Draghi, i Capi di Stato e di governo dell’UE hanno stabilito di fissarne un tetto al prezzo, dando mandato alla Commissione Europea di studiare le modalità più adatte per procedere. Un’Europa, dunque, che, con rinnovata solidarietà, ma ancora tra tante contraddizioni, prova a trovare il bandolo dell’intricatissima matassa geopolitica legato ad un ruolo di leadership globale che pure le compete. D’altronde, non è affatto semplice conseguire l’unanimità nelle decisioni, quando alcuni Paesi, come l’Ungheria di Viktor Orban (ma vi sono tanti altri esempi), continuano a tenere letteralmente legate le mani delle politiche dell’intera Unione. Di sicuro, si comprende come sia impossibile liberarsi da un giorno all’altro dalla dipendenza delle forniture energetiche quando queste costituiscono la sola fonte di alimentazione per una nazione peraltro priva di sbocco a mare, soprattutto se prima non si sono studiate ed individuate forme di approvvigionamento alternative che siano stabili, concrete, durature ed economicamente sostenibili. Percorrere una strada diversa avrebbe tra l’altro finito per dividere anche altri Paesi. Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia e, soprattutto, la Germania pompano petrolio russo dalla medesima rete che alimenta Budapest. Ben si comprende, allora, come andare allo scontro con l’Ungheria, attuando da subito l’embargo totale, avrebbe finito per tenere ancora pienamente in funzione la pipeline “Druzhba” (“Amicizia”) finendo per danneggiare tutti gli altri Paesi membri dell’UE e provocando, oltre ad una forte spinta inflattiva, determinata da un prevedibile, ulteriore incremento dei prezzi al consumo, una più ampia “apertura del compasso” tra il sistema economico e industriale tedesco e quello dei partners, a discapito del più generale benessere di questi ultimi. Certo, l’atteggiamento ricattatorio assunto poi da Orban nell’imporre anche l’esclusione del patriarca ortodosso moscovita Kirill dalla lista degli oligarchi vicini a Putin, da sanzionare, getta ulteriori ombre sul reale posizionamento quanto meno ideale, se non proprio geopolitico, del leader ungherese. Ma tutto questo evidenzia anche quanta strada debbano ancora percorrere le istituzioni di Bruxelles in direzione di un vero ed improcrastinabile processo di ammodernamento ed efficientamento. Certamente, l’Unione Europea, che vide la luce nel lontano 1952 con l’istituzione della Comunità Europea per il Carbone e per l’Acciaio (CECA), basata sull’asse trainante franco-tedesco, sebbene non abbia sinora corrisposto al grande sogno federativo dei Padri fondatori, con gli Stati Uniti d’Europa, ha tuttavia il grande merito di aver contribuito a mantenere e rafforzare nel tempo una pace stabile in un continente attraversato nella sua storia da secoli di guerre. Tuttavia, dietro gli indubbi meriti, si celano tantissime criticità che fanno riferimento a quel difficile equilibrio tra il bene comune e il rispetto della sovranità dei singoli Stati membri. Quelle stesse criticità che hanno portato all’individuazione dell’interesse generale, in concreto, quasi esclusivamente nel campo economico-finanziario, a discapito di altri settori ugualmente prioritari, come la politica estera comune e la difesa e sicurezza. Il tutto, permeato da un garantismo tanto più strumentale quanto più mortificante per il ruolo globale che l’Unione Europea dovrebbe ricoprire. Quello stesso garantismo che consente ad uno Stato membro popolato da meno di 10 milioni di abitanti di impedire l’adozione di qualsiasi decisione politica, attraverso l’esercizio del veto, tenendo in scacco un’intera comunità 46 volte più grande. In nessun Paese democratico le leggi consentirebbero ad una minoranza assoluta di tenere bloccata l’attività parlamentare, pena la paralisi sociale. Tra le molte responsabilità, vi è l’eccessivo impulso impresso all’ingresso nell’Unione di Paesi per i quali si sarebbe potuto (e dovuto) accertare, preventivamente ed accuratamente, la reale condivisione dei principi ispiratori dei Padri fondatori, piuttosto che lasciarsi attrarre dall’unica prospettiva di allontanare dall’orbita russa gli “ex-satelliti” della vecchia Unione Sovietica. Un tema, questo, tuttora attuale. L’Unione Europea è all’opera per accelerare l’inclusione dell’Ucraina, sforzo assolutamente razionale, condivisibile e necessario. Nel contempo, non possono e non devono essere omessi quei passaggi politici, interni al Paese candidato, che sono essenziali per testimoniare la reale accettazione e la fedele applicazione dei principi sui quali si fonda la vita dell’Unione Europea. L’Ucraina di oggi è una Nazione, un popolo devastato da una guerra imposta da altri che sta portando morte e distruzione, arrecando disastri alle economie del mondo. Un momento storico che tuttavia rappresenta probabilmente l’atto finale di una guerra civile costata oltre 15.000 vittime in otto anni di aspro confronto nel Donbass. Con una Russia che aveva determinato l’unilaterale annessione della Crimea, ma anche con un governo ucraino che, dopo oltre dieci anni di turbolente vicissitudini politiche, anziché concedere una pur minima e logica autonomia alle province orientali, rifiutava gli accordi del c.d. pacchetto “Minsk II”, per di più adottando un insieme di norme e di misure che imponevano lingua, istituzioni, cultura e sicurezza ucraine in territori popolati per il 95% da russi o da popolazioni di lingua russa. Colpe ovviamente da ripartire non solo tra le parti chiamate in causa, ma anche tra quanti hanno sempre trascurato, in occidente, quel quadrante geopolitico. A partire proprio dall’UE. Allorquando verrà valutata l’ammissione dell’Ucraina, si dovranno individuare e attuare adeguati passaggi politici ed istituzionali utili a fornire le dovute garanzie, in termini di democraticità e rispetto dei diritti umani nei confronti della propria popolazione. Aspetti non semplici da affrontare né scontati. L’orizzonte attuale è quanto meno instabile e indecifrabile. A partire da quale sarà l’Ucraina che verrà fuori dalla guerra. Quella che conoscevamo prima del 24 febbraio o una nuova nazione con un rinnovato establishment? Non solo. È necessario, ora più che mai in tempo di attuazione del PNRR, efficientare finalmente anche le istituzioni europee. Non è più accettabile che i Membri dell’Unione debbano rispettare percorsi economici virtuosi, disseminati di centinaia di “paletti” e vincoli da rispettare, con “troike” pronte a pilotare le politiche economiche degli Stati maggiormente sofferenti e, allo stesso tempo, constatare come proprio le istituzioni europee non diano un grande esempio di virtù, tra duplicazioni di agenzie varie che danno lavoro a centinaia di funzionari lautamente stipendiati, ma la cui qualità del lavoro prodotto è ai più sconosciuta. E che dire delle varie missioni di natura militare? Ricordiamo con quanta enfasi venne annunciata la missione “Irini”, per l’embargo di armi alla Libia e per il contrasto al contrabbando di idrocarburi dalla stessa Libia verso destinazioni estere. Una missione per la quale, dal 2020 e fino al 2023, l’Italia, da sola, sostiene una spesa annua che si aggira sui 40 MLN di euro, ma i cui effetti sono tutt’altro che riscontrabili in termini di efficacia. Anzi! Senza considerare poi che il nostro Paese è tra i maggiori contribuenti economici dell’UE. Nel solo 2020, ad esempio, abbiamo versato nelle casse di Bruxelles 18,2 MLD di euro per riceverne “solo” 11,66 MLD, senza considerare le risorse del Recovery Fund e del PNRR. Tante considerazioni per giungere ad una prima conclusione. In un mondo globalizzato che inizia a mostrare, proprio in questo periodo, tutte le sue criticità al punto da intravedere i primi effetti di una parziale “deglobalizzazione”, ora più che mai gli Stati nazionali rappresentano entità troppo piccole per garantirsi da soli sicurezza, crescita economica e, in ultima analisi, benessere. L’Italia non fa certo eccezione alla regola. Valori di libertà, democrazia, rispetto dei diritti umani e crescita sociale hanno consentito al nostro Paese di svilupparsi sul piano economico-industriale, scientifico, culturale e su quelle delle istituzioni democratiche. E la nostra è stata sin dall’inizio una scelta atlantica ed europea. Sì, perché nessuno sviluppo può essere garantito senza un’adeguata cornice di sicurezza, specialmente in spazi geopolitici storicamente instabili, come l’Europa del recente passato ed il Mediterraneo. All’indomani del 24 febbraio, l’Unione Europea si è destata all’improvviso dal suo torpore, scoprendosi del tutto inadeguata in termini di sicurezza, autonoma, organizzata, pronta ed efficace. Abbiamo tutti compreso come non vi sia alcuna possibilità di essere protagonisti del nostro futuro né di poter recitare un ruolo globale determinante senza strutturare ed estrinsecare una politica estera, anche perché privi di un sistema di difesa e sicurezza che esprima credibilità e deterrenza. E (sembra) siamo corsi ai ripari. Dopo oltre venti anni di rinvii, incertezze e, in taluni casi, malcelata contrarietà, in poche ore, l’Unione Europea ha unanimemente deciso di dar vita allo “startegic compass”, la c.d. “bussola strategica”, un piano per dotarsi entro il 2030 di una forza militare di 60.000 unità, con elevati standard di operatività, complementare e integrata nella NATO. Un primo traguardo, in realtà più simbolico che efficace, dovrà essere conseguito entro il 2025 con la realizzazione di una prima aliquota di forze pari a 5.000 unità “combat ready”, cioè prontamente impiegabili in caso di crisi. Tali risultati saranno resi possibili portando progressivamente le spese per la Difesa di ciascun Paese membro dell’UE al 2% del rispettivo PIL. Un tema e una serie di provvedimenti condivisi e decisi subito dopo l’avvio dell’”operazione militare speciale” in Ucraina voluta da Putin. Alcuni governi, come Germania e Polonia, hanno già avviato azioni significative in tal senso. Nel nostro Paese, invece, sono subito affiorati i primi ostacoli a livello politico, al punto che l’argomento da tempo non è più nell’agenda dei lavori del Parlamento e in quella del Governo né se ne trova traccia nel DEF 2022, varato lo scorso aprile. Di certo, non un bel segnale sia per l’Italia sia per gli Alleati e partners. Unico aspetto positivo, la revisione del nostro strumento militare, ora all’esame delle Camere, con la quale dovrebbero essere scongiurati gli ultimi colpi mortali inferti alle Forze Armate dalla Legge n. 244/2012, la c,d. “legge Di Paola”, che imponeva l’indiscriminato calo degli effettivi da 190.000 a 150.000 entro il 2032. Tetto, poi, addirittura anticipato al 2024 “motu proprio” dal ministro della Difesa, Di Paola, del governo Monti. Provvedimenti che hanno tra l’altro determinato il rapidissimo invecchiamento delle nostre Unità (oggi, l’età media dei Graduati e volontari con le stellette si aggira intorno ai 45 anni), a fronte della necessità di limitare gli arruolamenti e all’impossibilità, in assenza dei necessari provvedimenti normativi “di accompagnamento”, di favorire gli esuberi necessari. Il tutto, “condito” da un dogmatico piano di investimenti che ha finito per danneggiare proprio la principale Forza Armata, l’Esercito, rimasta ferma all’impiego di sistemi d’arma complessi di 2^ generazione (veicoli blindati e corazzati), mentre Marina e Aeronautica usano già da tempo sistemi di 4^ e 5^ generazione. Per anni, sono state attuate strategie d’investimento che hanno tenuto esclusivamente conto di una minaccia ibrida, per lo più finalizzate a fornire indirizzo e sostegno agli interventi umanitari nei vari teatri di crisi. Il brusco e drammatico risveglio del 24 febbraio ha mostrato e -si spera- fatto intendere quanta strada adesso sia ancora da percorrere per finalizzare in modo avveduto le nostre risorse per la Difesa, tenendo conto che la minaccia “war”, cioè di un conflitto ad alta intensità, è sempre immanente e che la guardia non può essere abbassata. Ma l’avrà compreso anche la classe dirigente nazionale? Non ha senso pensare alle problematiche energetiche del Paese o dell’occupazione se prima non si realizza un efficace sistema di difesa e sicurezza. Impensabile, poi, ritenere di poterlo fare da soli. Ci vorrebbero tanti anni, troppe risorse, Forze Armate molto più consistenti, finanche un diverso tasso di natalità nel Paese. Una spesa insostenibile per la nostra economia. E dovremmo condurre una politica estera assai diversa, più assertiva e parametrata al livello di ambizione prefissato. Arriviamo così al punto fondamentale, all’assioma di riferimento. L’Italia e l’Europa non possono fare a meno della NATO, del sostegno che assicurano ad essa gli Stati Uniti e del patrimonio rappresentato da 73 anni di pace garantiti dalla comune appartenenza all’Alleanza. Come d’altronde la NATO non può fare a meno dell’Italia, del suo posizionamento e del ruolo geopolitico. Un ruolo da protagonista regionale che può -e dovrebbe- ricoprire in un’area, com’è quella mediterranea, tra le più sensibili e critiche del pianeta, sotto il profilo della sicurezza, nel cuore del fenomeno migratorio dal Sud del mondo. Ma anche al centro di fondamentali interessi energetici, commerciali e militari. Lo testimonia la “guerra per il grano” appena scatenata dalla Russia, in primis, contro i Paesi che hanno adottato sanzioni contro di essa. Ma si può essere europeisti senza essere atlantisti? La risposta più significativa a questa domanda l’hanno data qualche settimana fa le leadership di Svezia e Finlandia, che hanno formalizzato la richiesta di ingresso nell’Alleanza Atlantica. Due Paesi già membri dell’Unione Europea che avevano sino a ieri condiviso la propria condizione di neutralità e che, senza esitare e con il più ampio consenso interno, politico e popolare, hanno operato una precisa scelta di campo. La consapevolezza di far parte di un’organizzazione che è stata capace di assicurare quasi 75 anni di pace al “vecchio continente” ha indotto quei governi a scegliere liberamente la strada di un più ampio e collaudato sistema di difesa, l’unico in grado corrispondere alle necessarie garanzie di sicurezza. Ma, soprattutto, sotto il faro dei valori di libertà e democrazia che sono propri del mondo occidentale. Un mondo occidentale che non può fare a meno del grande Alleato d’oltreoceano. Certo, l’assertività mostrata nella crisi ucraina dall’amministrazione americana appare trainante nei confronti degli alleati europei. I numerosi analisti che hanno evocato niente meno che una “guerra per procura”, quella che Biden avrebbe attuato contro Putin servendosi dell’Europa, dimenticano che a scatenarla è stato il Cremlino. Altri hanno attribuito all’espansionismo della NATO la ragione principale dell’atteggiamento così aggressivo di Mosca. Anche in tal caso, non tenendo presente che si tratta di un’alleanza difensiva e che la richiesta di ammissione di un nuovo Membro deve ricevere l’unanime condivisione degli Alleati. Peraltro, nel caso dell’Ucraina, fu proprio l’Italia del governo Prodi, nel 2008, a non consentire, insieme a Francia e Germania, l’inclusione di Kiev nella NATO per via della grave ed irrisolta crisi politica interna che da tempo attanagliava la nazione. Ecco, allora, che si può -anzi, si deve- essere europeisti ed essere atlantisti, se si crede nei valori di progresso, di democrazia e di libertà che ci appartengono. L’Europa deve crescere ancora sotto il profilo della politica estera e delle politiche di difesa e sicurezza, ma senza il rassicurante ombrello protettivo dell’Alleanza Atlantica, ogni prospettiva di crescita e di sviluppo è vana. D’altro canto, proprio De Gasperi, nella sua visione di un’Europa comunitaria, mirava ad un esercito comune, strumento di integrazione politica, capace di costruire una patria europea. Una patria che non avrebbe mai potuto cancellare la sovranità nazionale, ma che avrebbe accostato ulteriormente le appartenenze nazionali in un’identità più ampia ed inclusiva. Un’Europa capace, quindi, di agire e vivere in piena armonia con gli altri alleati atlantici, secondo la comune appartenenza al mondo occidentale.

Massimiliano Del Casale, Generale di Corpo d’Armata dell’Esercito, è stato Presidente del C.A.S.D e, in tale veste, responsabile del Centro Militare di Studi Strategici (C.E.M.I.S.S.). Attualmente presiede il Consiglio di Amministrazione dell’Ente Editoriale dell’Esercito

Immagine tratta da Pixabay.com


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