Pirati e corsari informatici: la geopolitica del cyberspazio

L’analisi di Alberto Pagani e Nazzareno Tirino

La notizia della creazione di un’Agenzia per la Cybersicurezza nazionale (Decreto-legge 14 giugno 2021, n. 821) è stata accolta con molte aspettative, data l’importanza strategica di questo tema. Gli ultimi dettagli da definire stanno seguendo l’iter parlamentare previsto, ma bisogna già chiedersi quali altre nuove sfide la transizione digitale porterà nel nostro futuro prossimo. Alcune di esse richiedono forme di riflessioni più classiche, meno tecniche e più strategiche. Sono le dinamiche tipiche delle fasi di transizione culturali, storiche e sociali. Le questioni di scienza politica che si ripresentano quando le condizioni emergenti mutano i paradigmi con cui si gestisce l’organizzazione di spazi nuovi.

Pare che Mark Twain sostenesse che “la storia non si ripete, ma ama le rime”. A proposito di rime, ci sono molte analogie tra l’espansione del cyberspazio, che occuperà ogni aspetto della nostra vita,  e l’espansione degli spazi conosciuti nel passato. L’esempio che qui portiamo ci rimanda indietro almeno di cinque secoli. Quello a cui stiamo oggi assistendo è un vero e proprio cambio di paradigma, che assomiglia in molti aspetti al passaggio dal dominio terrestre a quello marittimo, descritto dal grande filosofo della politica Carl Schmitt (2). Quando, nei secoli XVI e XVII, con la diffusione della scoperta dell’America e la prima circumnavigazione della Terra, si trasformò profondamente l’immagine del mondo, si modificò ovviamente anche la rappresentazione di quasi tutti gli spazi geografici(3) e politici allora noti. Si assistette ad un’autentica rivoluzione spaziale. Non si trattò soltanto di un ampliamento dell’orizzonte geografico e della scoperta di nuovi continenti e nuovi mari, ma del cambiamento dell’immagine del nostro Pianeta, mentre si diffondeva, con Galileo e Keplero, una nuova rappresentazione astronomica dell’intero universo.

La prima cosa che dovremmo avere chiara è che la rivoluzione spaziale introdotta dalla digitalizzazione avrà una portata simile. Cinque secoli fa non fu la sola innovazione tecnica e tecnologica a produrre un cambiamento così profondo. Secoli prima i navigatori vichinghi avevano già visitato la Groenlandia, ma le scoperte precolombiane non furono né causa né effetto di una rivoluzione spaziale planetaria. Solo quando tale evoluzione produsse effetti politici e sociali reali e profondi si determinò un ripensamento complessivo dello spazio occupato dall’uomo nel mondo. Tutte le carte geografiche, da sempre sinonimo della conoscenza indispensabile alla gestione efficace del potere politico, furono trasformate con la Scoperta del Nuovo Continente. I nuovi disegni rappresentavano nuove sfide e nuove opportunità. Perché si realizzi una rivoluzione spaziale non basta un approdo su una costa sconosciuta, occorre una trasformazione dei concetti di spazio, che abbracci tutte le sfere e gli ambiti della vita umana: la scienza, la tecnica, l’arte, tutte le energie creative dell’uomo.

Oggi siamo davanti a questo scenario perché il cyberspazio è un ambiente continuo nel quale si svolge parte della nostra quotidianità. Ciò è vero anche nelle dinamiche di potere e di conflitto. Torniamo a cinque secoli fa: la dimensione bellica non sfuggì agli effetti della rivoluzione spaziale della scoperta dell’America. Lepanto (1571) fu l’ultima battaglia di “forma terrestre” combattuta sulle navi. Le truppe scelte, i tercios della fanteria spagnola, si batterono contro i giannizzeri turchi in un corpo a corpo sulle tolde delle navi. Solo 17 anni dopo, nel 1588, l’Ammiraglio Francis Drake sconfisse l’Invincibile Armada spagnola nella Manica, segnando l’inizio dell’indiscusso dominio britannico sul mondo, grazie al controllo dello spazio marittimo. L’apertura dimensionale dal Mare Mediterraneo agli Oceani, ove i balenieri erano stati i veri precursori di un nuovo metodo di navigazione, rivoluzionando l’arte della vela, apriva una nuova era. L’innesco era dato dall’innovazione tecnologica. Vele e cannoni erano diventati tecnologie centrali, e con essi era la capacità di navigazione e di manovra dei marinai a fare la differenza, più delle capacità militari delle armi che possedevano i gentiluomini imbarcati. Infatti William Drake non era un gentiluomo di nobili origini, era un vero uomo di mare, cresciuto sulle navi ed esperto di navigazione. Fu nominato Ammiraglio dalla Regina Elisabetta in persona, che anni prima aveva firmato la sua lettera di corsa. Un uomo di mare, con il passato da corsaro al servizio del Governo, che gli aveva attribuito lo status di combattente e la bandiera. Questo erano i corsari che, in cambio di una parte dei profitti, divenivano membri ufficiali della progressiva conquista britannica del dominio marittimo. Analogamente i moderni corsari sono gli hacker che operano realizzando il disegno strategico di una potenza statale. È certamente difficile l’attribuzione della responsabilità ad un mandante politico, ma è anche difficile non pensare che dietro l’attacco cyber alla rete di distribuzione dell’energia elettrica dell’Ucraina, o al Colonial Pipeline americano, o lo spionaggio industriale di massa che trasferisce ricchezza in oriente non ci possa essere l’interesse strategico e geopolitico di una potenza straniera. Il potere marittimo britannico nacque sulle navi dei corsari, cioè dei navigatori pirati autorizzati dal Sovrano ad esplorare gli oceani, portò una rapida espansione delle vie navigabili conosciute. Il compito dei corsari era trovare nuove rotte per le spezie, come la preziosa noce moscata (che si credeva fosse l’unica cura, un “magico vaccino”, contro la peste), ma anche attaccare e depredare I galeoni spagnoli. Senza approfondire la legittimità (dubbia) di tali metodi, occorre sottolineare che si trattava di marinai tecnicamente tanto esperti da arrivare ad affidarsi, nel conflitto coi nemici, esclusivamente alla manovra a vela e all’uso della bordata, con implicazioni tattiche di rilievo. Le loro navi erano leggere, veloci e cariche di cannoni. Con esse, sui mari globali, l’era dell’energia umana i mare lasciava spazio alla tecnica e al potenziale delle macchine: un importante cambio di paradigma tecnologico. L’espansione marittima dell’Inghilterra, che rese l’inglese tra le lingue più diffuse nei commerci, fu anche una delle circostanze che prepararono il terreno per la rivoluzione industriale, a sua volta una delle principali ragioni del dominio Occidentale durato sino all’inizio di questo millennio. Oggi ci sono molti fattori concreti che fanno pensare, per dirlo come Henry Kissinger, che il vecchio ordine mondiale sia ormai finito. Quello nuovo deve ancora prendere forma. Il passaggio epocale assomiglia moltissimo a quello che capitò con l’accento delle grandi scoperte geografiche e poi delle conquiste coloniali, ma quella trasformazione figlia del cambio di paradigma tra terra e mare. Il vantaggio competitivo, in uno spazio fino ad allora sottovalutato, portò progressivamente un impero ad imporsi anche in altri spazi geografici, sfruttando la proiezione offerta dagli oceani. Ciononostante lo sviluppo tecnologico nella navigazione dei commerci britannici, alcuni secoli dopo era ancora distante dalla piena esplorazione dello spazio marino in tutte le sue peculiarità. Infatti ad inizio del Secolo scorso (fino al 1910) le guerre svoltesi su terra e mare ancora fruirono principalmente di due dimensioni dello scontro: superficie terrestre e marittima (con la sola eccezione dell’impiego delle mine sottomarine)(4).

Uno spazio enorme, rispetto alle terre emerse che ampiamente era stato normato nei secoli da accordi bilaterali e multilaterali e da consuetudini espandendo le potenzialità commerciali, ancora non era stato inteso nel pieno potenziale della profondità con cui invece le capacità sottomarine avrebbero reso difficilmente prevedibile la strategia avversaria nello scontro globale tipico della Guerra Fredda (fino ad approdare alle capacità balistiche nucleari sottomarine). Ad inizio Novecento il perimetro delle rotte era tracciato, ma mancava ancora una considerazione completa delle potenzialità dello spazio marittimo. Solo in seguito, con la Prima e la Seconda Guerra mondiale, si acquisì anche la consapevolezza mancante. Ecco spiegato cosa c’entra l’evoluzione marittima britannica con il cyberspazio e la cybersecurity: La principale analogia è il fatto che in entrambi i casi abbiamo a che fare con una rivoluzione spaziale, che comporta un vero e proprio cambio strutturale di paradigma. Uno spazio in cui, non casualmente, si parla di “navigazione” e che offre, tra numerosi rischi, anche innumerevoli opportunità economiche, sociali, culturali. Il cyberspazio è uno spazio culturale costituito da dati, codificati con un linguaggio binario (forse il linguaggio più utilizzato al mondo?), al quale si accede solamente tramite appositi dispositivi calcolatori, ma che oggi ha raggiunto una comunicabilità linguistica talmente diffusa da includere quasi tutti gli ambiti della vita umana. Non semplicemente un quinto dominio, che si aggiunge ai quattro già noti (terra, mare, cielo e spazio), ma una dimensione trasversale che li attraversa tutti. Oggi ci domandiamo se lo sfruttamento pieno di queste potenzialità, ed il dominio di questo nuovo spazio, consentirà di raggiungere la supremazia che in passato si contendeva tra terra, mare e aerospazio. Come gli altri ambienti ha caratteristiche proprie (ad esempio energetiche in ambito di transazioni digitali) e rischi altrettanto distintivi. Naturalmente in tale ambiente avvengono anche le attività geopolitiche connesse allo scontro tra i poteri politici. Nel mondo interconnesso, nel quale la geografia delle connessioni è fondamentale quanto la geografia fisica, politica o economica, l’eventuale minaccia cyber è una vera ed autentica rivoluzione del sistema globale, poiché rivoluziona il rapporto spazio-tempo, e con esso i concetti basilari della geopolitica a cui sottendono gli Stati, quali attori globali. Volendo tentare un’analogia con la strategia militare, nel comprendere quella che è la grammatica della guerra (5) cibernetica (distinta dalla logica della guerra), vanno approfonditi quali elementi caratterizzeranno maggiormente le dinamiche future del confronto nel cyberspazio. Negli antichi spazi di battaglia le perdite quantitativamente maggiori sono una questione tattica, rivalutata come conquista/perdita strategica solo a posteriori. Un elemento che spesso si sottovaluta sono le asimmetrie connesse alla rete, in cui al giorno d’oggi coesistono elementi ancora di vecchia generazione (come erano le imbarcazioni basate sulla forza motrice umana nel tentare di concorrere sulle rotte dei commerci) e artefatti moderni, basati su nuove tecniche e tecnologie (si pensi al 5G che è un elemento di innovazione di rete consentendo transiti di dati più veloci). Ma al contempo, come impiegammo secoli per l’impiego efficace della parte più profonda del dominio marittimo, oggi esiste una parte di profondità della rete, il cosiddetto deep web, non ancora “indicizzata” nelle moderne rotte di navigazione cibernetica, ma che contiene un’enorme mole di dati, minacce ed opportunità inaspettate. Infatti, se è chiara l’importanza di una perimetrazione (come fa il Decreto-legge n. 82) di quella parte di cyberspazio, che contiene gli elementi indispensabili alla solidità geopolitica di un Paese, comprendendo le infrastrutture e gli utenti, al contempo occorre avviare per tempo una riflessione sulla struttura del cyberspazio. Può sembrare strano, ma non esiste una mappa dettagliata della rete Internet. Un elemento sottovalutato, perché l’organizzazione degli spazi ha una chiara connessione alla gestione del potere politico(6).

Da quando la National Science Foundation ne ha abbandonato la gestione, nel 1995, nessuna autorità centrale nazionale od internazionale ha seguito e documentato la crescita globale della rete. Internet si sviluppa secondo decisioni locali e distribuite, in base alle esigenze del momento, con criticità interne legate a mancanza di nodi rafforzati. Tra due punti fondamentali, magari distanti fisicamente sul dominio terrestre migliaia di chilometri, intercorre per gli utenti solamente un tempo di connessione, legato per lo più alle infrastrutture utilizzate. Chiunque, dalle aziende agli istituti di educazione, può aggiungere nodi e link, il che è certamente un elemento di libertà, ma la protezione e la sicurezza divengono così un elemento da condividere e co-decidere tra elementi centrali legati alla matrice statale e singoli elementi privati. Internet è sostanzialmente una rete fatta da tante ragnatele interdipendenti, che coesistono ed operano simultaneamente: i loro nomi sono WNET, VBN S, Abilene, ecc… Verrebbe da pensare che vi sia qualcuno, da qualche parte, capace se necessario di controllare derive di sviluppo pericolose. Sbagliato! Nella realtà le rotte interne al cyberspazio, che è già uno spazio a più dimensioni, sono innumerevoli e impossibili da controllare. Così tanto spazio disponibile farebbe immaginare un assenza di “scontri” tra i navigatori privati e istituzionali, ma purtroppo, come dimostrato storicamente più volte, ciò non accade affatto, anzi. Se vi sono criminali e hacker “corsari”, che operano anche per conto di potenze statali, non sono fuori pericolo nemmeno coloro che restano in parte fuori dalla rete, poiché solo ove l’uscita da questo dominio fosse completa e totale si creerebbe una barriera capace di proteggere gli elementi presenti nelle altre dimensioni spaziali. Nel mondo presente e futuro questa ipotesi sostanzialmente non esiste. Infatti, per quanto fosse tipico nelle fasi iniziali di esplorazione di questo spazio, oggi l’isolamento competo dalla rete è impraticabile anche per strutture che non sono connesse, perché comunque i sistemi informatici di controllo sono potenzialmente accessibili ed aggredibili sfruttando la vulnerabilità del fattore umano. Si pensi inoltre al fenomeno, nemmeno tanto recente, del digital devide, specificato dal Vice Presidente degli Stati Uniti Al Gore nel 1996, per indicare la distanza tra coloro che hanno le informazioni (information haves) attraverso strumenti digitali e coloro che non ne hanno accesso (havenot). Essere fuori da questo spazio proteggerebbe solo ove tale dominio cyber non attraversasse, come già avviene, anche tutti gli altri domini “classici”, ma fosse isolato.Ma forse ancora più rischiosa all’interno del perimetro cybernetico è la permanenza di coloro che hanno una fuoriuscita parziale dal mondo digitale (che potremmo tradurre in “progressive digital devide”), connessa alla vetustà dei mezzi tecnologici in dotazione all’utente, alle tipologie di reti di un determinato Paese, o all’incapacità di seguire l’evoluzione per la sicurezza nella navigazione. Trattasi infatti, proseguendo l’analogia con la navigazione marittima, di uno spazio in cui i “cambiamenti climatici” rendono sempre più fragili e inadatti i vecchi sistemi.

Pertanto, la creazione di un’Agenzia per la Cybersicurezza nazionale è un primo passo per conoscere meglio lo spazio digitale, ma è solo l’inizio di una nuova avventura. La Cybersecurity è una materia troppo importante e delicata, per la sicurezza nazionale, da essere lasciata solo nelle mani degli ingegneri informatici. Bisogna aprire un dibattito intellettuale su quale forma debba avere un dominio cybernetico in cui la sicurezza sia un elemento fondamentale. Naturalmente si è lungi dal credere di poter chiudere unilateralmente una parte del “mare libero”, in cui miliardi di utenti navigano quotidianamente. Piuttosto bisogna ridurre le correnti più pericolose, immaginando una struttura degli spazi che aiuti Stati, aziende ed utenti ad incontrarsi in uno sconfinato spazio cibernetico per aumentare la consapevolezza dell’importanza della sicurezza condivisa tra gli attori. Inoltre, la presenza di un Ente per il coordinamento di tali necessità potrebbe rendere progressivamente meno conflittuale la compresenza di sempre più attori sulle rotte navigabili. Ciò che pare essere un tassello iniziale, per strutturare il coordinamento di un’architettura nazionale economica, in realtà ridurrebbe anche il rischio per gli “utenti” in navigazione e per le “imbarcazioni aziendali” di trovarsi nel mezzo di confronti-conflittuali anche di matrice geopolitica su rotte poco conosciute, trattandosi delle rotte su cui si muove il futuro globale.

Alberto Pagani e Nazzareno Tirino



1 Disposizioni urgenti in materia di cybersicurezza, definizione dell’architettura nazionale di cybersicurezza e istituzione dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale. (GU Serie Generale n.140 del 14-06-2021). All’indirizzo: https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2021/06/14/21G00098/sg (ultimo accesso 29/06/2021).

2 Si rimanda ad un’edizione in italiano: Carl Schmitt, Terra e Mare, Adelphi Edizioni, 2002 (ed. originale 1942).

3 Si pensi all’importanza della comprensione del paesaggio, cfr. M. Ronai, Paysages in “Hérodote”, I, 1976, pp. 125-159.

4 Si confronti la guerra russo-giapponese del 1904-1905, ref. Philip Towle, The evaluation of the Experience of the Russo-Japanese War, in Bryan Ranft, Technical change and British Naval Policy, 1860-1939, London, 1977, pp. 65-79; Newton A. McCully, The McCully Report: The Russo-Japanese War, 1904-1905, ed 1906 Report, Annapolis Ed. 1977, p. 248.

5 Karl Von Clausewitz, On War, Princeton, ed. inglese 1976 (ed originale completa 1834), p. 605.

6 Cfr Yves Lacoste, Crisi della geografia, geografia della crisi, Franco Angeli, 1983, p. 13

7 Specificato il 10 ottobre 1996 nell’abito di presentazione del programma scolastico K-12 (Kindergarten through 12th grade), cfr. A Special Message from General Colin L. Powell, in Business Week, “Is the Digital Divide a Problem or an Opportunity. Special Advertising Section”, 18 dicembre 2000. Per un dato progressivo del digital devide nel territorio statunitense ad inizio secolo si legga: National Telecommunications and Information Administration (NTIA), Falling through the Net,1995-2000.


Immagini tratte da Pixabay.com

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