010920-D-9880W-043 Secretary of Defense Donald H. Rumsfeld

Anatomia di Donald Rumsfeld: ascesa e caduta di un falco della Democrazia

Lo scorso 29 giugno, nella sua residenza di Taos, nel New Mexico, è deceduto Donald Rumsfeld, una delle figure più rilevanti e, allo stesso tempo, controverse della politica statunitense dagli anni ’70 fino alla fine degli anni 2000. Per chi, come lo scrivente, è cresciuto nella fase storica della War on Terror lanciata all’indomani dei tragici attentati dell’11 settembre 2001, Rumsfeld era il Segretario della Difesa durante la presidenza di George W. Bush. Tuttavia, andando ad analizzare più nello specifico l’esperienza politica di quest’uomo si può vedere che era incardinato nei gangli del Partito Repubblicano e di Washington già dagli anni ’70 quando, con l’amministrazione di Gerald Ford, ricoprì proprio lo stesso incarico. Rummy – così è chiamato dai suoi amici e collaboratori – può quindi vantare il record di essere stato allo stesso tempo il politico più giovane (a soli 43 anni, dal 1975 al 1977) e il più anziano (69 anni, dal 2001 al 2006) ad aver ricoperto la carica di Segretario della Difesa degli Stati Uniti. Nel mentre, una vita costellata di impegno politico, con incarichi prestigiosi sotto la fortunata presidenza Reagan, il calore della famiglia e l’attività imprenditoriale privata, soprattutto nel settore farmaceutico. Ma cosa lega Rumsfeld a due stagioni così distanti nel tempo? In primo luogo la sua ferrea credibilità in seno al Partito Repubblicano tant’è che, già dalle sue prime apparizioni come giovanissimo membro del Congresso per l’Illinois (1964, a soli trent’anni), si guadagnò l’appellativo di John Fitzgerald Kennedy Repubblicano. La sua militanza all’interno del partito durerà fino alle dimissioni dall’incarico di Segretario della Difesa nel 2006, quando i Repubblicani, dopo le disastrose elezioni di Midterm, furono costretti a cambiare diversi membri dell’esecutivo a causa di guerre che stavano iniziando a diventare impopolari anche in patria (Afghanistan, 2001 e Iraq, 2003) e di un’economia boccheggiante che a breve sarebbe sfociata nella Grande Recessione. In secondo luogo, Rumsfeld ha legato la propria carriera a un altro controverso gigante della politica USA, il camaleontico Richard Dick Cheney, che è stato sulla cresta dell’onda per circa quarant’anni, e che, con Bush junior, è riuscito addirittura a diventare Vicepresidente. Da questa stretta collaborazione deriva anche la terza ragione per cui Rumsfeld è rimasto in auge per così tanto tempo: l’adesione alla dottrina politica, o per meglio dire, alla persuasion, neoconservatrice. Quest’ultima, nata negli anni ’60 in ambienti liberal e Democratici, propugna la via americana alla civilizzazione e punta all’esaltazione e alla diffusione del vero spirito americano, incarnato dalla liberal-democrazia, rileggendo in chiave USA-centrica il pensiero di figure anche incredibilmente distanti tra loro quali Machiavelli e Trotskij. La dottrina neoconservatrice, elaborata da intellettuali e politologi come Irving Kristol e Robert Kagan, è stata importata nel partito Repubblicano proprio dalla corrente rappresentata, tra gli altri, anche da Cheney e Rumsfeld. Quest’ultimo non nasce neoconservatore e, da uomo pragmatico qual è, mal tollera l’apparato filosofico e intellettuale su cui si basa questo pensiero ma, al pari del già citato Cheney, di Tom Wolfowitz e di Jeane Kirkpatrick, ne comprende la straordinaria semplicità e applicabilità alla politica, soprattutto estera, statunitense nell’ultimo periodo della Guerra Fredda. Tuttavia, se durante le amministrazioni di Reagan (1981-1989) e George Bush padre (1989-1993) i neoconservatori si insediano stabilmente nei meccanismi strategici e gestionali del potere (pur non rappresentandone la componente maggioritaria) sarà solo con la presidenza di George W. Bush (2001-2009) che otterranno piena autorevolezza, incarnando il fondamento ideologico su cui è stata fondata la cosiddetta Dottrina Bush. La Dottrina Bush, ovvero le linee guida di politica estera elencate dal Presidente durante un discorso all’Accademia Navale di West Point nel 2002, dà grande rilevanza alla guerra preventiva – da intendere come legittima qualora vi sia anche una minima possibilità di subire un attacco da parte di un qualsiasi offender – e all’esportazione della liberal-democrazia quale unica forma di governo “funzionante” sulla scorta della sconfitta dell’Unione Sovietica nella Guerra Fredda.

Proprio al termine della Guerra Fredda infatti, gli Stati Uniti vivranno una stagione di unipolarismo, nella quale viene addirittura scomodato il termine Hyperpower (Iperpotenza), sin lì utilizzato solo per descrivere l’Impero Britannico agli albori del XX secolo. Con gli attentati dell’11 settembre, l’iperpotenza viene colpita al cuore e da quel momento scaturirà una nuova stagione fatta di multipolarismo e minacce non convenzionali. Deputato a rappresentare e in parte a tessere la strategia difensiva dell’iperpotenza statunitense ferita dagli attacchi terroristici sarà proprio Donald Rumsfeld il quale, nel periodo storico 2001-2004, sarà senza ombra di dubbio uno degli uomini chiave della politica estera mondiale.

La risposta elaborata dall’Amministrazione Bush all’indomani dell’11 settembre 2001 è semplice e diretta: bisogna attaccare l’Afghanistan, stato che protegge e nasconde Osama Bin Laden, leader di Al-Qaeda, l’organizzazione terroristica responsabile degli attacchi. La campagna militare, iniziata il 7 ottobre del 2001 e ancora in corso, viene portata avanti con contingenti relativamente ridotti e un utilizzo massiccio dell’aviazione. All’inizio porta qualche risultato e viene anche gradita dal popolo americano e dalla comunità internazionale. Con il passare del tempo però, di Bin Laden non c’è traccia (verrà ucciso solo nel 2011, durante un blitz dei Navy Seals, in Pakistan), le operazioni di addestramento del nuovo esercito afghano proseguono a rilento, la corruzione permea fin nel midollo l’apparato burocratico e militare e, ad oggi, dopo una progressiva strategia di disimpegno culminata con il ritiro dei militari statunitensi a partire da maggio 2021, il paese sembra essere di nuovo in mano ai fondamentalisti Talebani, onta alla quale Rumsfeld, per sua fortuna, non ha potuto assistere.

Facendo un passo indietro ai mesi immediatamente successivi all’inizio del conflitto, è evidente che l’operato post-11 settembre dell’amministrazione sia stato largamente apprezzato e proprio qui si saldano delle ulteriori, spregiudicate intuizioni di Rumsfeld e del suo entourage. Puntando su un consenso dell’80%, l’Amministrazione Bush, influenzata dalle teorie neoconservatrici, decide di dichiarare manifestamente guerra al terrorismo internazionale, visto come un nemico mortale al pari dell’Impero del Male sovietico. Proprio qui risiede il grande fraintendimento alle origini della Guerra al Terrore: cercare di colpire con atti di guerra convenzionale un nemico che tutto è fuorchè convenzionale. A questo azzardo strategico si è affiancata anche la necessità geopolitica di colpire direttamente l’Iraq di Saddam Hussein, ufficialmente perché governo liberticida, sponsor del terrorismo, e in possesso di armi di distruzione di massa, ufficiosamente per ragioni tanto di controllo delle risorse del territorio (giacimenti di petrolio e gas naturale) quanto, secondo alcuni analisti, per mandare un segnale all’alleato saudita che non avrebbe fatto abbastanza per contrastare Al-Qaeda nella penisola arabica. Il 20 marzo 2003 quindi, gli Stati Uniti, dopo aver tentato invano di convincere le Nazioni Unite della bontà di un intervento militare per rovesciare il governo autoritario di Saddam Hussein, attaccano militarmente l’Iraq con una Coalizione multinazionale della quale, post-invasione, farà parte anche l’Italia. Anche qui le prime fasi della guerra sono incoraggianti, e in un paio di mesi le truppe della coalizione avevano già sovvertito il regime. Anche qui, come in Afghanistan, il problema è risultato più organizzativo e gestionale che strettamente militare e anche questa guerra si è trascinata stancamente fino al 2011, lasciando in Iraq un’aura di instabilità e fragilità istituzionale che perdura sino ai giorni nostri.

Nel frattempo Rumsfeld, passata la fase di disorientamento post-11 settembre e la conseguente prova di forza fornita in Afghanistan e Iraq, deve affrontare due spinosissime questioni che saranno destinate a macchiarne irrimediabilmente la memoria storica. In primis le questioni concernenti il campo di prigionia situato all’interno della base americana di Guantanamo (Cuba), campo di prigionia aperto nel 2002 dove, in base a un artificio semantico che consente, almeno sulla carta, di aggirare la Convenzione di Ginevra, sono stati condotti i cosiddetti “combattenti nemici illegali” collegati ad attività terroristiche di matrice islamista. Contro i metodi di detenzione utilizzati a Guantanamo si sono schierate varie organizzazioni non governative, tra cui Amnesty International che, senza mezzi termini, ha parlato di violazione dei diritti umani e torture, ma anche le Nazioni Unite, le quali hanno più volte protestato contro le condizioni di detenzione dei prigionieri. Di contro Rumsfeld, più volte sollecitato a rispettare la Convenzione di Ginevra e i diritti umani dei detenuti, ha risposto che, pur non essendo annoverabili tra i soggetti tutelati dalla Convenzione di Ginevra in quanto non prigionieri di guerra in senso stretto bensì “combattenti irregolari”, ai prigionieri era comunque riservato un trattamento conforme a quanto previsto, nei tratti essenziali, al documento sopracitato. In molti hanno visto in queste dichiarazioni del Segretario alla Difesa un’acrobatica e capziosa forma di deresponsabilizzazione, deresponsabilizzazione che non è andata a buon fine complice l’uscita, nel marzo 2004, del cosiddetto “Scandalo Abu Ghraib”.  L’emittente “CBS News” ha infatti pubblicato alcune fotografie shock su torture e abusi psico-fisici ai danni dei detenuti della prigione irachena di Abu Ghraib ad opera di personale dell’Esercito statunitense. La crudezza delle immagini, unita al malcontento che iniziava a farsi sempre più diffuso nei confronti di una guerra che tardava a terminare e che, soprattutto, vedeva ancora a piede libero Saddam Hussein e Osama Bin Laden, ha portato l’Amministrazione Bush a considerare tali avvenimenti come comportamenti isolati da condannare. Tuttavia non è stato escluso che tali comportamenti venissero avallati e incoraggiati anche ai livelli superiori e autorizzati dallo stesso Rumsfeld sulla base di quelle tecniche di interrogatorio rafforzate che dal 2014 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha bollato come tortura. Rumsfeld, anche in questo caso, proverà a mantenersi politicamente in equilibrio e, in una incandescente audizione davanti alla Commissione Difesa del Senato – tra forti critiche e proteste – si scuserà per quanto accaduto ai detenuti iracheni e per non aver sottoposto subito all’attenzione del Presidente Bush il fatto, ma, d’altro canto, rifiuterà sprezzantemente di volersi dimettere per un mero caso politico, ribadendo che si era trattato di poche mele marce all’interno di un quadro decisamente più ampio. Le dimissioni però arriveranno ugualmente due anni dopo quando, con il tracollo delle elezioni di Midterm e ormai defilato rispetto al ruolo dominante assunto fino al 2004, verrà sostituito dall’ ex-Direttore della CIA Robert Gates.

Del Rumsfeld post-2006 non resta molto, se non qualche dichiarazione sporadica alla stampa in cui ha sempre ribadito di non aver sbagliato nella gestione della politica estera immediatamente successiva all’11 settembre. Lungi dal voler santificare o demonizzare questa figura, bisogna dire che, pur essendo una personalità di spicco dell’Amministrazione Bush e della politica americana degli ultimi 40 anni, durante la guerra in Iraq ha rappresentato più la voce del conflitto che la sua reale matrice ideologica ma, proprio nella difesa a oltranza di posizioni che via via diventavano sempre meno credibili, è arrivato a compromettere se stesso e una buona fetta della sua reputazione.

Lorenzo Coppolino


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