Il futuro dell’Artico, una sfida per l’Europa

Perché la regione Artica sarà sempre più importante negli equilibri geopolitici ed economici globali e cosa la collega al futuro del Mediterraneo. Il ruolo dell’Europa e la sfida della presenza russa a Nord e a Sud.

C’è un tema che interessa direttamente il futuro della sicurezza europea, oltre all’economia e la politica del Vecchio continente: è il destino della regione artica. Un tema di cui si discute pochissimo, soprattutto in Italia, e che invece ci riguarda molto da vicino, più di quanto immaginiamo.

L’invasione russa dell’Ucraina ha improvvisamente impresso una svolta nella politica internazionale, rimettendo il campo europeo al centro del confronto strategico globale, coinvolgendo anche le aree dell’Artico e ovviamente il Mediterraneo. Mentre si combatte la guerra e la sicurezza europea è minacciata, e gli effetti del conflitto ricadono sull’economia globale e minacciano di favorire l’esplosione di una terribile carestia, la contesa globale tra le superpotenze resta fortemente dipendente anche dagli equilibri e dai destini dell’indo-pacifico, che si legano però sempre di più a quelli europei. Non solo per la comunanza di protagonisti di questa contesa globale – Stati Uniti e Cina, oltre a Russia, India ed Europa –, ma anche perché i suoi esiti passeranno sempre di più anche attraverso il controllo degli sbocchi marittimi di due regioni ai confini dell’Europa: quella mediterranea e quella artica, appunto. Le regioni che delimitano a Nord e Sud il Vecchio continente e che nei prossimi anni, direttamente e indirettamente, saranno sempre più collegate nel loro destino, anche negli appetiti “geopolitici” di chi mira ad esservi protagonista.

Mentre a causa della guerra e della crisi umanitaria dei profughi ucraini le attenzioni europee, e non solo, sono oggi concentrate principalmente sulla regione più orientale del continente – dalle coste del Baltico fino al Mar Nero –, le dinamiche e gli eventi che interessano la zona artica e il Mediterraneo saranno in prospettiva altrettanto rilevanti. Sia sul piano strategico che politico. Sia quelli collegati alla guerra di oggi che tutti gli altri, estranei al conflitto. E peraltro potrebbero essere spesso strettamente connessi tra loro, in maniera tutt’altro che banale.

È evidente che in tempi recenti questa maggiore attenzione verso l’Artico è derivata soprattutto dalla presenza della Russia tra i suoi principali protagonisti. Ovviamente con la guerra essa è stata ulteriormente rilanciata. Ma si tratta di una tendenza in atto da alcuni anni.

La Russia è un paese che ha una parte importante del proprio territorio esposto ai ghiacci artici e dislocato lungo i confini della regione artica. È uno stato immenso, territorialmente, che va dal Baltico fino all’Oceano Pacifico, ma in gran parte costretto, appunto, ad accedere a mari freddi e difficilmente navigabili. Molti territori sono ricoperti di ghiacci per larga parte dell’anno e sostanzialmente inutilizzabili. Almeno così fino a poco tempo fa.

Nella sua storia la Russia ha sempre avuto un grave limite relativo alla propria capacità di proiezione marittima, dato dalla possibilità ridotta di accedere ai mari caldi e avere porti utilizzabili tutti i mesi dell’anno. Un grave limite per un paese che si sente e agisce da potenza mondiale. Si ricordi per esempio le difficoltà della flotta russa nel combattere la guerra contro il Giappone a inizio Novecento, quando dovette impiegare mesi, in un lungo tragitto dal Baltico per raggiungere i mari orientali, e fu sconfitta nella battaglia di Tsushima. Per certi versi, tutta l’espansione verso sud della Russia, fin dall’epoca zarista, verso il Caspio, il Caucaso, il Mar Nero, è stata anche una ricerca di sbocchi al Mediterraneo o ai mari del Sud. E, quindi, alla possibilità di poter accedere alle rotte, ai traffici, agli scambi che proprio in quei mari hanno luogo. Lo stesso tentativo di controllo dell’Asia centrale e dell’Afghanistan da parte russa era stato visto in passato come il tentativo di poter realizzare una strada verso l’Oceano Indiano.

L’interesse strategico per le coste ucraine, in particolare per la Crimea, si spiega così, e non da oggi. Non per caso, il controllo della Crimea e della regione costiera del Mar Nero è stato la base di numerose campagne militari russe, fin dall’epoca degli Zar, e questa zona è stata l’epicentro di numerose guerre con l’allora Impero ottomano. Oggi, l’accesso ai cosiddetti “mari caldi” rappresenta anche la possibilità di poter avere voce in capitolo su numerose attività strategiche – oltre a quelle militari e commerciali –, dalle infrastrutture energetiche a quelle tecnologiche in cui Russia rivendica un ruolo. E la stessa presenza in Siria, come era stata durante la Guerra fredda, è motivata non solo dalla necessità di essere protagonisti in Medio Oriente, ruolo che la Russia federale aveva perso dopo il 1991 con il dissolvimento dell’Unione Sovietica e che oggi, invece, ha pienamente recuperato, ma proprio per potere avere un accesso in più al Mediterraneo. Dal 2015, tra Siria e Libia, e con il controllo riconquistato della Crimea, la Russia è pienamente tornata ad essere anche una potenza mediterranea. Rimanendo al contempo, ovviamente, anche una potenza artica e nordica. Anzi, con la possibilità, oggi, con le nuove condizioni che si stanno determinando a Nord, di poter sfruttare il suo vantaggio geografico e strategico proprio nelle aree più nordiche del pianeta. Potendo quindi agire al contempo da sud e da nord.

Il Mediterraneo è ancora un mare centrale nel sistema globale degli scambi e dei traffici marittimi, fondamentale per l’approvvigionamento energetico, per la sicurezza globale. E lo resterà a lungo. Tutte le grandi potenze, a partire dalla Russia, vantano interessi in questa regione. E Suez è l’arteria più importante che unisce questo mare brulicante di attività, e di interessi, a una parte consistente del resto del mondo, soprattutto la dinamica Asia. Rappresenta lo snodo attraverso cui passano, ogni giorno, una parte considerevole dei traffici marittimi mondiali. Diretti nel Mediterraneo, ma anche oltre. Non a caso la Belt and Road Initiative cinese ha proprio nello sbocco al Mediterraneo, all’Europa e all’Africa, via terra e via mare, il suo cuore nevralgico. Ma non solo. Perché guarda con attenzione anche a nord, verso il Polo Nord. Dove recentemente si sono aperte possibilità interessanti di investimento. E dove, come la Russia, è già molto presente.

L’Artico, dopo decenni di silenzio, è negli ultimi anni una regione tornata prepotentemente al centro della competizione e degli interessi strategici delle grandi potenze: la Russia (ovviamente), la Cina, e anche gli Stati Uniti. Si può parlare di una sorta di “nuova corsa al polo”, come era stata più di un secolo fa, quando grandi spedizioni di esploratori erano state finanziate per esplorare quella che al tempo era la regione più inaccessibile e sconosciuta del mondo.

Cosa sta succedendo? Sono alcuni anni che si registra questo ritorno di interesse verso l’Artico e non solo per motivi di ordine geografico o scientifico. Con la guerra in Ucraina, a cui ha fatto seguito la storica richiesta di ingresso di Svezia e Finlandia nella NATO, e con il crescere della competizione e della tensione con la Russia, l’Artico diventa oggi una regione caldissima sul versante politico e militare. Una zona di potenziale scontro, con la Russia, su cui tenere alta l’attenzione.

Ma vi è un fenomeno particolare che negli ultimi anni ha reso ancora di più l’Artico una regione di importanza crescente: i cambiamenti ambientali determinati dall’effetto serra e la conseguente navigabilità delle sue acque, frutto, appunto, del rapidissimo ritmo di scioglimento dei ghiacci polari.

Al Polo Nord i ghiacci si sciolgono mediamente tre volte più velocemente che nel resto del pianeta. E il ritmo con cui nei mesi più caldi i ghiacci si stanno sciogliendo è più veloce di quello con cui, in quelli invernali, si riformano. Quali questioni, e potenziali problemi, emergono, con questi mutamenti che interessano la regione artica?

Il discioglimento dei ghiacci, ovviamente, ha un primo impatto legato strettamente al cambiamento climatico, determinato da una serie di conseguenze di natura ambientale tutt’altro che banali. Ed infatti la motivazione di ordine ambientale è una di quelle più rilevanti, per il suo impatto ecologico sugli ecosistemi dell’area e sugli oceani. Ma il discioglimento dei ghiacci polari produce non solo un innalzamento delle acque, con conseguenti problemi relativi a molte aree costiere che potrebbero essere sommerse, ma anche un impatto rilevante sul piano della sicurezza, in particolare nell’ambito della logistica, considerato che potranno esserci difficoltà di vario genere in molti porti rispetto alle attività svolte oggi sulle coste a rischio. Si pensi a quelle industriali o turistiche, ma anche, ad esempio, a quelle di tipo militare, esposte al rischio di un innalzamento del livello del mare; si pensi agli habitat naturali delle coste, alle migliaia di isole minacciate, alle conseguenze anche sui mari minori, come il Mediterraneo.

Il discioglimento dei ghiacci provoca anche un impatto sul piano climatico e ambientale, in particolare sugli oceani, influendo per esempio sui delicatissimmi meccanismi che regolano le correnti oceaniche. Influisce sulle condizioni di vita di numerose specie marine, mettendole a rischio. Questioni non banali, che hanno una ricaduta non solo sul piano ambientale, ma anche, ad esempio, a livello economico. Perché gli effetti dell’innalzamento del livello della acque marine hanno conseguenze che impattano sulla vita nei mari, e intorno ad essi.

Ma in realtà, l’altro fatto altrettanto importante, determinato dall’impatto del climate change sul Polo Nord, riguarda la maggiore navigabilità delle acque artiche, un tempo inaccessibili per quasi tutto l’anno, e oggi, invece, sempre più navigabili e per periodi dell’anno sempre maggiori. Al ritmo attuale di scioglimento della calotta polare, le acque della regione diventeranno largamente navigabili, aumentando quindi la possibilità per la Russia di accedervi, ma anche per paesi come la Cina, grandi esportatori, di sfruttare nuove rotte marittime. Ed ecco la possibilità che si aprano percorsi che aggirano aree contese o tratti di mare molto lunghi, cercando una scorciatoia a Nord. Là, dove un tempo si estendevano i ghiacci perenni. Una scorciatoia che potrebbe diventare alternativa anche alla via mediterranea.

Con un più ampio accesso marittimo a queste aree, potrà anche aumentare la possibilità di sfruttamento delle stesse, sia a livello di superficie, sia a livello sotterraneo, per quanto riguarda il settore minerario ed energetico. Aumenteranno, in particolare, le esplorazioni, le perforazioni e lo sfruttamento di terre e fondali prima inaccessibili. E si potranno costruire infrastrutture nuove atte a favorire lo sviluppo di queste attività. Immaginiamo, che con i ritmi attuali di riscaldamento delle temperature, alcuni territori del nord, oggi inospitali, potrebbero diventare meta di nuovi insediamenti, con lo sviluppo di nuove aree abitate, collegate alle nuove attività economiche e industriali sorte nella regione. Un motivo in più per un paese come la Russia per immaginare a Nord nuove prospettive di interesse, ma anche per poter superare quel gap storico, determinato proprio dalla difficoltà di sfruttamento dei propri porti settentrionali, che adesso potrebbero diventare invece una nuova risorsa preziosa in virtù di queste nuove condizioni ambientali e climatiche.

Assisteremo rapidamente, nei prossimi anni, all’apertura di nuove rotte oceaniche, capaci di unire Levante e Ponente, Pacifico e Atlantico, passando da nord. Con un impatto potenziale, sul piano economico, commerciale, strategico, geopolitico, che possiamo tranquillamente paragonare a quello che fu determinato, cinquecento anni fa, dalla scoperta della rotta intorno al continente africano o da quella per l’America, o più recentemente dall’apertura di canali come Suez e Panama. Non è esagerato vedere simili potenzialità. Cina e Russia sono ben consapevoli dell’importanza che queste nuove rotte artiche potranno avere per le loro economie e per i loro interessi strategici.

Queste nuove rotte transoceaniche non garantiranno solo un aumento di scambi o un incremento di investimenti infrastrutturali nelle regioni nordiche; significheranno soprattutto la possibilità di accesso ai porti principali del Nord Europa, come Rotterdam o Amburgo, anche attraverso rotte che escludono Suez e il Mediterraneo, e potrebbero essere addirittura più veloci di quelle che passano per il Mar Rosso. E potrebbe rappresentare anche un aumento esponenziale di potenziali minacce alla sicurezza europea e nordamericana. Se prima i fronti caldi erano a Est e a Sud, adesso potremmo averne un altro, a Nord, dove Cina e Russia saranno molto presenti non solo con attività di tipo commerciale o minerario, ma anche militare. Mari più navigabili possono aumentare anche il transito di navi militari e favorire l’istallazione di sistemi d’arma in aree nuove, il cui accesso era prima proibitivo. Con la conseguente necessità di aggiornare i piani di difesa e di sicurezza dell’Europa, rispetto a eventuali minacce prevenienti anche dal profondo Nord, e non solo più da Est o da Sud.

Ecco perchè l’ingresso di Svezia e Finlandia assume un ruolo di rilievo per la NATO, e il Mare del Nord o il Baltico, e il loro conseguente controllo, diventano fondamentali, sul piano strategico. Ed ecco, infine, che paesi come l’Islanda o regioni come la Groenlandia e la penisola scandinava acquistano una centralità maggiore, che nel tempo andrà crescendo. Con la conseguenza prevedibile che si intensificherà la corsa, e la competizione, per il controllo di queste aree, di questi mari, delle loro rotte. Una competizione che ha sì una forte dimensione di natura geopolitica, ma anche economica, fino a interessare aspetti di diritto internazionale legati alla regolazione delle nuove rotte e delle aree contese che tutti gli stati coinvolti vorranno rivendicare. Ma anche una indubbia dimensione militare. Perché, appunto, il controllo del Nord porterà giocoforza alla necessità di una maggiore presenza militare nell’area, di nuovi presidi, basi, mezzi e uomini dislocati a difesa dei confini rivendicati, delle rotte, degli interessi rilevanti.

Probabilmente la corsa all’Artico sarà, insieme a quella dello spazio, e la sua conseguente militarizzazione, una delle principali sfide dei prossimi anni. Una sfida non banale, che interesserà tutti i principali protagonisti della scena politica mondiale: Stati Uniti, Cina, Russia ed Europa. E che vede già oggi coinvolta e ingaggiata anche la NATO, non a caso recentemente impegnata in una grossa esercitazione nell’area. Con una differenza di fondo però: mentre Cina, Russia e Stati Uniti, e anche alcuni paesi della regione, hanno una politica pensata per l’Artico, e stanno mettendo in campo una strategia rivolta ad essa, l’Europa appare indubbiamente il soggetto più in ritardo su questa sfida. Una lacuna che va rapidamente colmata.

Anche perché le vicende presenti e future che riguardano e riguarderanno sempre di più la corsa all’Artico hanno strettissimi legami con quanto avviene e avverrà nel Mediterraneo. L’altro grande confine marittimo dell’Europa, e della NATO, e probabilmente la regione più turbolenta e instabile, al momento, dell’intero pianeta. Un’altra regione in cui i cambiamenti climatici, con il loro impatto, potrebbero determinare nei prossimi anni conseguenze in grado di stravolgerne gli equilibri, sul piano politico, economico, sociale e ambientale, aumentando instabilità, conflitti e crisi. Con un paradosso: se al nord le temperature crescenti potranno rendere abitabili alcune regioni che prima non lo erano, nella regione del Mediterraneo allargato potrebbe essere il contrario, ovvero potremmo assistere ad un aumento delle zone inabitabili, a causa della siccità, delle temperature troppo elevate, della desertificazione e dell’innalzamento dei mari causato dallo scioglimento dei ghiacci polari. Gli stessi ghiacci disciolti scomparendo potrebbero lasciare spazio a nuove rotte marittime che potrebbero non passare più per il Mediterraneo.

È vero che Suez per lungo tempo resterà uno snodo cruciale dei traffici mondiali. Ma per questi motivi già oggi è di fatto un passaggio congestionato, soggetto al rischio di intoppi, incidenti e rallentamenti. Per questo potrebbe diventare necessario, soprattutto per la Cina, cercare nuove tratte alternative per le merci dirette in Europa e non solo. E se le nuove rotte artiche, che potrebbero nascere per aggirare oggi i rallentamenti del passaggio da Suez, in futuro, si dovessero confermare davvero più veloci e sicure, potrebbero suscitare uno spostamento progressivo di traffici da sud a nord? Quali effetti potrebbe determinare, un simile spostamento, a livello logistico, commerciale ed economico per molti porti e paesi del Mediterraneo?  Considerato che i porti del Nord Europa sono oggi fondamentali per l’ingresso nel continente delle merci extraeuropee, le rotte del nord potrebbero essere più veloci proprio per accedere a quei porti. Ecco un altro stretto legame, tra quanto avviene a nord e quello che, di conseguenza, potrebbe accadere nel Mediterraneo.

Infine, un incremento di competizione e di tensione con la Russia, oltre che a Est anche a Nord, con il Baltico e le aree artiche al centro del confronto tra NATO, Europa e Russia, potrebbe avere anche l’effetto, non irrilevante, di ridurre l’attenzione verso il Mediterraneo, spostando progressivamente il focus proprio al Nord. Ulteriore motivo per cui è importante occuparsi di quanto accade a Nord, non in competizione con quello che avviene tra Mediterraneo e Africa ed è fondamentale che sia l’Europa ad occuparsene, nel momento in cui cerca di darsi una politica estera e di sicurezza comune.  Perché, per quanto possa apparire distante, ciò che accade nell’Artico ci riguarda tutti e può avere riflessi importantissimi sul nostro futuro e sul futuro dei paesi mediterranei. E l’Europa è il soggetto che meglio può affrontare questa sfida, al fianco degli alleati, cercando una sintesi tra i diversi interessi coinvolti, a tutti i livelli.

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