Il muro di Berlino, la fine della Guerra Fredda e l’Europa

L’anniversario di uno degli eventi più importanti del Novecento, la caduta del Muro di Berlino, e della fine della Guerra Fredda. Cosa ha rappresentato quell’epoca per l’Europa e cosa è cambiato dopo la sua fine, tra errori e speranze.

Percorrendo a Berlino il tratto di muro ancora rimasto in piedi, si può provare ad immaginare, a trenta anni di distanza, cosa sia stata quella costruzione, oggi abbellita da centinaia di graffiti e murales e sopravvissuta alla distruzione, per l’odierna capitale moderna e quanto simboleggi ancora un passato fatto di paura e conflitto, che forse troppo rapidamente abbiamo pensato di poter superare.

Quel muro per i Berlinesi era stata una barriera insormontabile che aveva separato nello spazio di pochi giorni, nell’estate del 1961, amici, famiglie, colleghi di lavoro. Ciò che resta oggi è solo una piccola parte dei chilometri costruiti allora, difesi sul lato orientale con le armi, le recinzioni anticarro, il filo spinato e l’ordine di sparare a vista a chiunque avesse tentato di scavalcarlo. Quel muro della vergogna, contro cui il sindaco di Berlino Ovest Willy Brandt si batté strenuamente per lungo tempo, fu eretto per separare la città e la sua gente, ma sopratutto le due parti in cui la Germania era stata divisa e impedire, a chi aveva avuto la sorte di vivere nella parte est sottoposta al governo della DDR, di fuggire.

Il muro di Berlino è stato per molto tempo, e lo è tuttora, il simbolo concreto, reale, della divisione in due blocchi separati anche del resto dell’Europa e del mondo. Da una parte, quella occidentale, poté affermarsi un sistema democratico e liberale, che dagli anni della ricostruzione poté usufruire dei vantaggi dello sviluppo economico e poi del mercato comune europeo, mentre dall’altra parte del muro, l’ombra lunga di un regime paranoico e oppressivo obbligò per decenni la popolazione a vivere nella povertà e sottoposta al controllo ferreo della STASI, il famigerato servizio segreto della DDR.

Negli anni della Guerra Fredda la “cortina di ferro” non divise solo la città di Berlino e la Germania, bensì tutto il continente, come aveva previsto nel suo celebre discorso a Fulton Winston Churchill, ma quel muro divenne subito drammaticamente il simbolo più riconosciuto della divisione del mondo bipolare in due blocchi ideologicamente, politicamente, militarmente ed economicamente contrapposti. Da un lato gli USA, la NATO, i paesi democratici dell’Europa Occidentale, dall’altro l’URSS, la DDR, i paesi satelliti dell’Impero sovietico, il Patto di Varsavia. Per decenni, a fasi alterne, l’Europa e il mondo hanno vissuto e subito quella contrapposizione, la corsa alle armi nucleari e l’accumulazione dei ordigni atomici nei rispettivi arsenali, la militarizzazione dei confini, la propaganda reciproca, la guerra segreta tra spie, le ingerenze reciproche, la paura costante del rischio di una guerra. C’è una vastissima letteratura, saggistica e anche narrativa, che racconta e rappresenta bene quel periodo della storia e che descrive anche la vita a Berlino, nella Germania divisa, nei paesi dell’Europa orientale. La fine di quella fase della storia europea, con il conseguente liberarsi dalle sue ansie, dai contrasti ideologici, dalle paranoie, fu in larga parte sentita come una liberazione.

Per chi ha vissuto il giorno della caduta del muro e i giorni della fine della Guerra Fredda, è possibile ricordare l’entusiasmo e l’incredibilità con cui furono salutate in Europa e nel mondo le immagini delle migliaia di berlinesi che assalivano il muro, superandolo, o che lo abbattevano con violenza, come a voler scardinare l’intero sistema politico che lo aveva generato. Incredulità ed entusiasmo per uno di quegli eventi che, vivendoli, trasmettono subito la percezione di eccezionalità e unicità. Uno spettacolo in diretta televisiva che trasmette la sensazione, a chi assiste, di vivere un momento che si ricorderà a lungo, per l’impatto planetario che rappresenta e per gli effetti di portata storica che subito si percepiscono a pelle. E non si può certo dire che la caduta del muro non  abbia avuto, non solo sul piano simbolico, un impatto storico.

Forse nella storia recente solo la tragedia dell’11 settembre 2001, all’opposto nella drammatica eccezionalità della sua violenza, nella sua imprevedibilità ed unicità ( chi mai avrebbe potuto aspettarsi qualcosa di simile nel cuore di New York ) ha avuto una portata paragonabile a quella della caduta del muro e può essere annoverato come uno di quegli eventi di cui tutti, avendovi assistito, ne conserveranno memoria.

Indubbiamente non è un caso che negli ultimi trenta anni questi due eventi si possano annoverare come quelli di maggiore impatto emotivo a livello planetario e storico. Non solo, ovviamente, per la loro portata, ma anche perché, simbolicamente, si può pensare che il decennio apertosi con la caduta del muro e la fine della Guerra fredda, non certo un decennio privo di crisi o di violenze, ma in ogni caso dominato da un diffuso spirito caratterizzato da speranza e ottimismo, si sia chiuso, tragicamente, proprio con la distruzione delle Torri gemelle.

Se negli anni Novanta, di fronte allo sgretolarsi del sistema comunista europeo, pur assistendo alla violenza delle guerre balcaniche e all’esplosione di numerosi conflitti di natura etnica e religiosa nel mondo o al manifestarsi della minaccia armata del terrorismo jihadista all’interno di numerosi paesi del Medio Oriente si era illusi che l’ordine liberale e la democrazia fossero in espansione e destinati a vincere, anche in virtù dell’egemonia unipolare americana, che affermandosi a lungo sul mondo, avrebbe assicurato la vittoria di quello stesso ordine liberale. L’attacco dell’11 settembre 2001 e tutto ciò che ne è seguito, invece ha obbligato l’Occidente ad un brusco risveglio.

Il muro era caduto solo dodici anni prima, l’URSS era un ricordo, il comunismo sovietico sconfitto, i paesi dell’Europa dell’Est integrati nel sistema politico europeo, eppure, nel mondo, esistevano nuove minacce e nuovi nemici temibili e, soprattutto, si palesava il fatto che la “pace democratica” non era affatto scontata. Anzi, gli anni successivi, tra nuove guerre ed errori tragici, tra l’emergere di minacce nuove, da quella terroristica a quella cibernetica, hanno confermato il timore che la storia avrebbe fatto ancora il suo corso in maniera non scontata e all’insegna dell’anarchia internazionale e del disordine. In effetti, l’11 settembre 2001, è stato un evento che ha aperto una sorta di “Vaso di Pandora”, da cui si sono resi evidenti tutte le contraddizioni e i conflitti esistenti a livello globale, mentre progressivamente il sistema internazionale andava sempre di più verso un ordine confuso e multipolare.

L’ascesa roboante della Cina e la resurrezione della Russia come grandi potenze globali, hanno rappresentato i passi successivi nella direzione di un nuovo sistema internazionale non più caratterizzato dall’unipolarismo americano ma da qualcosa di diverso che va formandosi. Per quanto, sia chiaro, ancora oggi gli USA rimangono l’unica vera superpotenza globale e la Cina, per ora, l’unica potenza emersa che, potenzialmente, forse potrà contenderle la leadership in futuro.

Forse davvero, come dice, John Mearsheimer, dopo il 1989 avevamo vissuto “una grande illusione”, ovvero avevamo pensato che l’ordine liberale sarebbe stato promosso dalla potenza egemone in tutto il resto del mondo senza conseguenze? Davvero gli USA, la potenza egemone per alcuni anni, hanno sbagliato a perseguire una politica estera “liberale” orientata all’affermazione della democrazia e dei diritti in tutto il mondo?

Effettivamente, guardandoci intorno e guardando alla storia degli anni più prossimi a noi potrebbe essere lecito pensarlo, anche in ragione delle molte battute d’arresto registrate. Forse, davvero, oggi viviamo il tempo della disillusione, dopo i fulgenti anni novanta e dopo aver pensato che l’ordine globale sarebbe potuto essere plasmato all’insegna del libero mercato, della libertà e della democrazia, come numerosi presidenti americani, da Bush senior a Clinton a Bush junior a Obama hanno pensato?

Indubbiamente la fine della Guerra fredda, di fatto già avviata negli anni ottanta con il dialogo tra est e ovest e i primi trattati sugli arsenali nucleari, e poi, con la sconfitta sovietica in Afghansitan, le ribellioni polacche, l’avvio della Perestrojka di Gorbacev subì una tale accelerazione, grazie ai fatti del novembre 1989 e alla caduta del muro, per cui poteva anche essere lecito illudersi.

Gli eventi successivi non fecero altro che confermare questa speranza di pace e democrazia, e dare forza alla prospettiva, poco realistica, di poter cambiare il mondo in nome del multilateralismo, del liberalismo e dei diritti umani. Oggi, a trenta anni di distanza dalla caduta del muro e a quasi venti anni dalle stragi dell’11 settembre, dopo aver assistito ai fallimenti in Iraq, alla guerra in Afghanistan, all’ascesa dello Stato Islamico e all’implosione del Medio Oriente dopo le primavere arabe, alla crisi in Ucraina e al nuovo confronto strategico con Cina e Russia, effettivamente, possiamo dire che il mondo non è andato in quella direzione. Che sia stato però un errore pensarlo è tema di un discussione, molto complesso a parer mio, su cui varrebbe davvero la pena riflettere.

Che in politica estera valga sempre la pena cercare di essere più realisti che idealisti è un tema che la cruda realtà dei fatti spesso ci porta a dover accettare. Ma l’entusiasmo del post Guerra Fredda, però, fu talmente forte e dirompente, che difficilmente, in quel contesto sarebbe stato difficile agire diversamente. Impedire ai paesi dell’Europa Orientale e ai paesi baltici di entrare nell’UE e nella NATO non sarebbe stato facile e forse nemmeno giusto. Perché impedire a paesi sottomessi da regimi illiberali per decenni di aspirare a diventare un paese democratico ed essere integrati con il resto dell’Europa e dei paesi del blocco atlantico? Anche Italia e Germania dopo la seconda guerra mondiale ebbero la possibilità di crescere economicamente e democraticamente integrati nel sistema euro-atlantico. Probabilmente si poteva farlo diversamente, magari più progressivamente, e magari evitare di farlo arrivando così a ridosso dei confini russi senza immaginare una qualche reazione russa (sapendo quando la Russia tenga ai suoi confini esterni come garanzia della propria stabilità e sicurezza). Del resto, oggi, per l’Europa il tema del rapporto con la Russia, dopo i fatti di Crimea e la crisi ucraina, ma anche il tema delle relazioni con la Cina, alla luce della BRI, e infine, il rilancio delle relazioni transatlantiche con gli americani, sono tre questioni centrali nella politica strategica ed internazionale dell’Unione. Temi non rinviabili, che la realtà odierna dalla politica internazionale ci obbligheranno ad affrontare con una qualche visione strategica comune e sapendo che non è possibile rinunciare al rapporto privilegiato con gli USA. E ancora, è vero che l’idea di esportare la democrazia nel mondo ha visto, di riflesso, un indebolimento della stessa democrazia liberale nei suoi paesi d’origine. Per effetto, probabilmente, degli errori commessi in questi anni in politica estera, ma anche, a causa della globalizzazione, della rivoluzione tecnologica e delle crisi economiche recenti che hanno indebolito e impoverito in America come in Europa i ceti medi, mentre nel mondo milioni di persone ascendevano da condizioni di povertà a un nuovo benessere ed emergevano nuove potenze mondiali e regionali con proprie ambizioni alternative a quelle delle potenze occidentali. Anche questi sono fatti che negli ultimi anni si sono prodotti e con i quali è necessario fare i conti, molto rapidamente. Così come è indubbiamente necessario fare i conti con la rinascita, a tutte le latitudini, di nuove forme di nazionalismo e populismo, che stanno condizionando sempre di più il confronto pubblico all’interno dei paesi occidentali e le relazioni internazionali tra gli stati.

Nel celebrare l’anniversario di uno degli eventi che più ha caratterizzato la fine di un’epoca, con la fine della Guerra fredda nel 1991 il grande storico britannico Eric Hobsbawm chiuse anche idealmente il Novecento, “il secolo breve”, è giusto ricordare cosa è stata la Guerra Fredda, il perché gli eventi del 1989 si generarono e anche quali conseguenze produssero. Indubbiamente la fine di quell’epoca ha aperto una fase di disordine e poi di redistribuzione del potere globale, al tempo forse difficilmente prevedibile, che è tutt’ora in evoluzione e con cui faremo i conti ancora a lungo.

In questa fase di trasformazione delle nostre società, della politica, dell’economia e delle relazioni internazionali, cosi complessa e difficile da interpretare, acquisire certamente un approccio più pragmatico e realista in politica estera potrà essere utile. Nella consapevolezza però che Europa e Stati Uniti dovranno fare i conti con un contesto internazionale sempre più imprevedibile e conflittuale a cui, prima o poi, sarà necessario tentare di ridare comunque una qualche forma di ordine.

Certamente però è anche vero che non tutto di quello che in questi anni recenti, dopo il 1989, è stato fatto va considerato in maniera negativa o fallimentare e, probabilmente, non è giusto rinunciare alla prospettiva di rendere il mondo un luogo più pacifico e coeso in nome anche del multilateralismo.

In fondo lo stesso processo di integrazione europea, che con la fine del comunismo e la riunificazione tedesca ebbe uno slancio nuovo e decisivo, può essere considerato, la più grande vittoria successiva alla scomparsa della cortina di ferro. Ricordiamoci come era l’Europa prima del 1989 e cosa era stata prima ancora, nell’immediato dopo guerra, ridotta in un immenso ammasso di macerie.

Adesso, dopo molti anni dai fatti di Berlino, è indubbio che le ragioni del progetto europeo devono essere rilanciate e aggiornate, anche per rispondere a chi le mette in discussione, e riallacciate fortemente ad una rinnovata prospettiva atlantica.

È giusto farlo non solo per convenienza politica e perché siamo tutti parte della stessa parte di mondo, l’Occidente, ma anche per non tradire le aspirazioni legittime di quelle migliaia di persone che nel novembre del 1989 abbatterono il muro e la cortina di ferro, scegliendo la libertà e di essere parte, anche loro, della comunità democratica europea.

Enrico Casini è Direttore di Europa Atlantica

Le opinioni espresse sono strettamente personali e non riflettono necessariamente le posizioni di Europa Atlantica

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