Il confronto tra USA e Russia dalla Guerra Fredda ai nostri giorni. L’analisi del prof. Nuti

Conversazione con il Professor Leopoldo Nuti, ordinario di Storia delle Relazioni internazionali all’Università Roma Tre, pubblicata su Formiche.net e realizzata per la newsletter di Europa Atlantica

Nel dibattito pubblico, e anche sui media, si sente spesso paragonare la nuova tensione internazionale tra potenze alla Guerra fredda. In realtà il sistema internazionale odierno sembra prendere più una forma multipolare, mentre la Guerra Fredda conclusasi con la fine dell’Impero sovietico era caratterizzata soprattutto dal bipolarismo Usa-Urss. Per approfondire il confronto tra ieri e oggi e conoscere le cause della fine della Guerra Fredda dopo il crollo del muro di Berlino, abbiamo incontrato Leopoldo Nuti, professore ordinario di Storia delle Relazioni internazionali all’Università Roma Tre e grande studioso della Guerra fredda e della deterrenza atomica.

Professor Nuti, trenta anni fa il mondo assisteva al crollo del Muro di Berlino e alla fine della Guerra Fredda. Un evento inaspettato?

Si comincia a pensare che vi possano essere venti di cambiamento molto forti già nella primavera del 1989, ma si tratta in gran parte di aspettative limitate. L’ipotesi di un cambiamento così profondo e soprattutto della caduta del muro all’epoca era molto remota. Se si guarda quello che è stato scritto sull’amministrazione Bush sulla base della consultazione di documenti declassificati negli ultimi anni, ci si rende conto che per quanto ci si immaginasse una possibile crisi del sistema comunista, e in particolare della Repubblica democratica tedesca, si trattava in ogni caso di riflessioni che avevano un orizzonte temporale medio-lungo.

Cioè?

Nessuno si aspettava la caduta del muro nel 1989 e il crollo dell’Urss appena 2 anni dopo. C’è un elemento di rapidità nella sequenza degli avvenimenti che stupisce tutti gli osservatori e i protagonisti. Ovviamente era ben presente allora la sensazione di un cambiamento che poteva avere una portata epocale, ma non nei tempi strettissimi in cui si è poi verificata.

L’amministrazione di Bush padre fu di continuità con Reagan?

Quando Bush arriva al potere nel 1989 la sua amministrazione è in gran parte composta da un gruppo di repubblicani conservatori molto moderati che ritengono che Reagan sia andato anche troppo avanti nel dialogo con Gorbachev. Del resto quei repubblicani vedevano in Reagan un elemento per certi versi estraneo alla tradizione repubblicana. È bene tener presente che i repubblicani di allora, come Bush, erano anche molto diversi da quelli di oggi e da Trump.

Perché?

Al tempo all’interno del  partito repubblicano era ancora forte una componente moderata, centrista, realista e Bush ne era l’incarnazione quasi esemplare. Era un tipico rappresentante dell’establishment, un politico cauto, con grande esperienza, che aveva fatto una lunga carriera, da capo della Cia ad ambasciatore in Cina, culminata negli otto anni alla vicepresidenza: è un uomo che ha vissuto dall’interno l’evoluzione della politica estera americana. Quando arrivò alla presidenza nel gennaio del 1989, lui e i suoi consiglieri si presero tre mesi per riflettere su come sviluppare il confronto con l’Urss, anche perché alcuni dei componenti della nuova amministrazione non si fidavano dei passi avanti compiuti da Reagan negli ultimi tempi, e cercavano di capire se per gli Stati Uniti fosse conveniente o no continuare il dialogo con Gorbacev.

Alea iacta…

Il percorso ormai era avviato. Bush però voleva sfidare Gorbacev a fare altri passi in avanti e mettendolo alla prova. Ad esempio chiedendogli di dimostrare se fosse disponibile ad allargare il suo percorso di riforma anche all’Europa orientale. Ma non si aspettavano ancora nulla di quanto sarebbe accaduto nei mesi successivi. Quando il cambiamento prese avvio in Polonia e si verificarono le prime aperture da parte de governo ungherese, gli esponenti della nuova amministrazione fecero in modo che queste accelerazioni non si ritorcessero contro Gorbacev, per paura che strappi improvvisi in Europa orientale potessero avere una ricaduta negativa sulla tenuta del sistema sovietico.

Nuti, facciamo un passo indietro. Perché il sistema sovietico è collassato?

Ci sono una serie di concause tra le quali è difficile stabilire una gerarchia. Sicuramente il logoramento dell’Armata Rossa in Afghanistan ha avuto un peso, ma è difficile attribuire solo a questo la crisi dell’Urss. Chiaramente il funzionamento dell’economia sovietica si stava inceppando. Il declino del sistema economico e la mancata modernizzazione erano evidenti da  anni.

Il declino fu solo economico?

Fu esarcebato da due fattori ulteriori. In primo luogo la differenza con il rilancio del sistema economico capitalista che negli anni ottanta ha una fase di espansione attraverso l’accelerazione neoliberista. Nel momento in cui a colpi di deregulation, liberalizzazioni, e progresso tecnologico il capitalismo ha un’impennata feroce, il contrasto con l’Urss, che non ha la stessa capacità di dinamismo economico, diventa sempre più evidente. L’altro elemento che condiziona pesantemente l’andamento dell’economia sovietica negli anni ‘80 è il tracollo dei prezzi del petrolio a metà del decennio.

Anche l’architettura ideologica sovietica perdeva pezzi…

Il venir meno della presa ideologica ebbe un ruolo fondamentale. Così come lo scisma con la Cina, che ridusse la capacità di influenza dell’Urss in buona parte dell’Asia. Non dimentichiamo infine che in Europa c’era stato pochi anni prima lo scontro sugli Euromissili che l’Urss sperava di vincere, convinta che la Nato non avrebbe mai retto il confronto sullo schieramento di nuove armi americane in Europa, come invece è poi avvenuto. E per concludere va segnalato l’impatto che dal 1975 l’atto di Helsinki ha avuto sui paesi dell’Europa orientale permettendo di fatto l’emergere, sia pur graduale, delle prime opposizioni politiche che hanno cominciato a erodere dall’interno il consenso dei regimi comunisti.

Un vettore decisivo della Guerra Fredda fu la corsa all’atomica. Si arrivò davvero vicini a una Terza Guerra Mondiale?

Senza dubbio. Due momenti furono particolarmente drammatici. Il primo è la crisi di Cuba. Kruschev e Kennedy erano in realtà consapevoli dei rischi. Negli ultimi anni sono emerse una serie di informazioni che ci fanno rendere conto di quanto al tempo fosse difficile estendere il controllo a tutti gli arsenali nucleari da parte dei governi centrali. Quello del 1962 è stato probabilmente il caso più evidente in cui entrambi i contendenti si resero conto che il confronto nucleare doveva essere regolato e che non si potevano più correre rischi del genere. L’incidente stabilizzò la corsa agli armamenti nel ventennio successivo.

E il secondo episodio?

La famosa War Scare dell’autunno del 1983. Ne parla il libro di Oleg Gordievsky, spia sovietica fuggita in Gran Bretagna che racconta come il Segretario Generale del Pcus, Juri Andropov, aveva dato ordine agli agenti del Kgb di verificare la plausibilità di un attacco preventivo da parte dell’Occidente attraverso l’analisi di una serie di possibili indicatori. Esisteva il concreto timore che il riarmo della Nato potesse portare a una guerra preventiva. A Londra si monitorava persino l’acquisto di plasma per gli ospedali. Andropov, pur essendo un politico lucido, temeva una guerra nucleare e secondo alcuni storici nell’autunno 1983 questa paura raggiunse il picco durante una famosa esercitazione della Nato, Able Archer, che sarebbe stata interpretata dai sovietici come copertura di un possibile attacco.

Professore, oggi si parla di guerra ibrida e cibernetica. La corsa agli armamenti è ancora in corso?

Si è stabilizzata attraverso una serie di accordi tra Usa e Russia, come i trattati Start, che hanno rinvigorito l’idea di un ordine nucleare gestito dalle due potenze. Oggi questo ordine sembra messo in crisi da due fattori. Anzitutto si è passati da un equilibrio bipolare a uno multipolare, in cui è molto difficile costruire una architettura di controllo degli armamenti nucleari condiviso con i nuovi Stati nucleari che si muovono secondo logiche e strutture militari in parte diverse da quelle delle superpotenze tradizionali. Solitamente la deterrenza è più efficace in un sistema simmetrico come quello della Guerra Fredda. Poi c’è il tema delle nuove tecnologie.

Ad esempio?

L’intelligenza artificiale, i veicoli ipersonici, le armi autonome. Tutte queste evoluzioni, e anche lo stesso concetto di guerra ibrida, introducono delle variabili che rendono molto difficile il confronto e il dialogo. Non è ancora chiaro come le nuove tecnologie influiranno sulla costruzione di una nuova architettura di controllo degli armamenti. È difficile pensare a un codice di comportamento simile a quello che abbiamo conosciuto con il sistema bipolare.

Torniamo alla Guerra Fredda. Caduta l’Urss gli Stati Uniti valutarono un radicale cambio di strategia in Europa?

Nel corso degli anni novanta gli Stati Uniti continuarono ad attribuire all’Europa un peso fondamentale. Tutte le iniziative americane nel corso degli anni novanta sono state tese a stabilizzare l’Europa post Guerra Fredda. Bush padre sapeva benissimo che la Nato sarebbe stata lo strumento principale con cui gli Usa avrebbero potuto ottenere un peso e un’influenza ineguagliabili sul continente europeo. Per questo lui e Clinton continuarono ad attribuire all’Europa grande rilevanza strategica.

Che dire della Nato?

La dimensione transatlantica restò solida. Un primo passaggio di forte discontinuità si verificò con l’11 settembre. La lotta al terrorismo costrinse gli Usa a rivedere le loro priorità e a concentrarsi sul grande Medio Oriente, dal Pakistan alla Libia, attribuendo a tutta questa regione un peso maggiore. L’Europa divenne secondaria, quasi una retrovia.

Con Obama alla Casa Bianca c’è un evidente cambio di rotta.

Obama si convinse che l’attenzione americana verso il Medio Oriente dovesse essere riequilibrata con una maggior presenza in Asia e per questo lanciò il Pivot to Asia, sia per riequilibrare la politica estera e strategica americana verso il Pacifico sia per mettere di fatto in secondo piano Europa, Russia e Medio Oriente.

Poi la crisi in Crimea del 2014 riaccene i riflettori sul Vecchio Continente. Giusto?

La crisi ucraina costrinse gli Usa a rivedere questa idea e a rimettere l’Europa e la Russia al centro delle loro attenzioni. Il vero punto di domanda è capire quello che potrà succedere adesso rispetto alle scelte di Trump, che rappresenta un forte elemento di discontinuità con le logiche della politica estera americana del passato. Se dovesse rimanere presidente nei prossimi anni, diverrebbe molto difficile capire che corso prenderà la politica di Washington per il continente europeo.

Quest’anno si è celebrata un’altra ricorrenza: i settant’anni della Nato. Come ha fatto a reggere l’alleanza dopo tutti i banchi di prova che ha dovuto affrontare?

Tutti citano una battuta (probabilmente non autentica) di Lord Ismay: “La Nato serve a tenere i Russi fuori, gli Americani dentro e i Tedeschi sotto”. C’è un fondo di verità: la Nato è un sistema polifunzionale, che ha nella tutela dell’Europa occidentale da un attacco sovietico la sua principale ragion d’essere, ma non l’unica. Uno storico americano, Gaddis Smith, ha scritto molti anni fa che quando nel 1949 fu firmato il trattato del Nord Atlantico, nella sala aleggiavano vari fantasmi, il primo era quello di Stalin (che in realtà all’epoca era vivo e vegeto), gli altri erano di Chamberlain e Hitler, i due firmatari dell’accordo di Monaco del 1938.

Con loro quello di Woodrow Wilson…

Il Presidente sconfitto nel 1919 nella sua idea di rendere gli Usa una potenza centrale nella creazione di un nuovo ordine internazionale e con una forte proiezione europea. Alla base della nascita e della forza dell’alleanza atlantica c’è dunque sia – ovviamente – la deterrena contro l’Unione sovietica sia la volontà degli Stati Uniti di restare in Europa come garanti di un ordine che impedisse il ritorno di velleità egemoniche tedesche.

E oggi?

Dopo due guerre mondiali in cui gli Usa  sono dovuti intervenire per ristabilire la pace in Europa, adesso gli americani vogliono avere gli strumenti per garantirne la stabilità. D’altronde questa “pace americana” fa comodo a molti Paesi europei. La presenza degli Stati Uniti per potenze regionali come l’Italia è particolarmente vantaggiosa per frenare le potenziali ambizioni egemoniche di altri attori e garantire un ordine che avvantaggi tutti.

A trent’anni dal tramonto dell’Urss la Russia è ancora il rivale numero uno dell’Alleanza?

Siamo a un livello di tensione senza precedenti. Il dibattito sull’impeachment e le prese di posizione dei vertici politici e militari negli Stati Uniti testimoniano un deterioramento nei rapporti con Mosca. Se l’UE vorrà mantenere un rapporto privilegiato con gli Usa sarà obbligata a tenerne conto. Lo ha fatto, giustamente, nel 2014, quando ha introdotto le sanzioni contro la Russia. Vedremo se continuerà a farlo.

C’è chi sostiene che le tensioni con Mosca stiano spingendo la Russia verso l’Asia. È così?

In parte sì. Il vero punto di discrimine rimane trovare una soluzione, per quanto difficile, alla crisi in Ucraina. Una situazione che è rimasta in sospeso dal 1991, non dal 2014. Purtroppo è estremamente complicato trovare un punto di equilibrio tra le legittime aspirazioni degli ucraini e le aspirazioni di grande potenza della Russia.

È giusto che la Nato vigili sulla regione? L’allargamento ad Est dell’Alleanza è stato spesso criticato.

Forse si sarebbe potuta trovare una soluzione intermedia, ammettere alcuni Stati e non altri. Si poteva in effetti immaginare una soluzione intermedia nel corso degli anni novanta, una co-gestione dell’Europa centrale insieme alla Russia, per dare la sensazione ai riformisti russi di partecipare attivamente al nuovo ordine internazionale. Il progetto del Partenariato per la Pace, la Partnership for Peace, doveva servire proprio a questo. Credo che in quel momento abbia contato molto la sfiducia verso la capacità russa di riformarsi, la sfiducia verso le oscillazioni del regime di Eltsin, la guerra in Cecenia del 1994, e sia infine prevalsa la sensazione che spettasse agli Usa il compito di ridefinire l’ordine europeo del tempo. La vera domanda da porsi oggi è: davvero negli anni novanta ci si poteva realisticamente attendere una svolta democratica in Russia?

E infatti questa co-gestione non c’è stata. È un azzardo dire che dalla Guerra Fredda non siamo mai usciti?

Secondo me sì. Credo che parlare oggi di nuova Guerra fredda sia un errore euristico. La Guerra fredda era un conflitto su scala globale, pervasivo, che riguardava qualunque aspetto del confronto bipolare tra i due blocchi. Si trattava di un sistema così capillare di controllo della mentalità e dell’opinione pubblica perché era fondato, oltre che sulla logica del confronto di potenza, sulla competizione tra due ideologie che si contendevano in maniera totalizzante l’influenza su ogni aspetto della vita sociale, politica, culturale.

Quindi?

Se si usa il termine di Guerra fredda per indicare un qualunque momento di tensione tra la Russia e il mondo occidentale si snatura il suo significato storico. È chiaro che ci troviamo di fronte ad un momento di tensione elevata tra Occidente e Russia, ma nulla ha a che vedere con la Guerra Fredda del passato.

Eppure in molti usano ancora questo termine, anche in riferimento alle tensioni con la Cina nel Pacifico.

Un teatro geopolitico che sarà sempre più centrale. Ma ancbe un fronte che fa meno paura rispetto alla corrosione nei rapporti interni all’Alleanza Atlantica emersi negli ultimi anni. Le prossime elezioni presidenziali decideranno come si evolverà la politica estera americana. In questo momento, ripeto, i più grandi rischi per la Nato arrivano dal fronte interno. Non solo per le scelte dell’amministrazione Trump, ma anche per l’ascesa dei movimenti populisti e sovranisti in Europa che, nel medio periodo, potrebbe cambiare definitivamente volto ai rapporti transatlantici come li conosciamo oggi.

Enrico Casini è Direttore di Europa Atlantica

Articolo originale pubblicato su Formiche.net

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