La guerra e i rischi della disinformazione

Pubblichiamo l’articolo di Enrico Casini e Andrea Manciulli per la rivista Airpress

La comunicazione è un elemento centrale nei conflitti moderni, come confermato anche dalla guerra in Ucraina. Dal suo inizio, infatti, siamo stati letteralmente inondati di informazioni, 24 ore su 24, diffuse da tutte le parti coinvolte, con una elevata quantità di notizie di cui non è sempre semplice verificare l’autenticità. In poco tempo i media sono diventati un altro campo di scontro e competizione.
Del resto non è un caso se, con l’avvento della comunicazione di massa, si sia iniziato a studiare e codificare il tema della guerra psicologica e informativa. Ai nostri giorni, nei cosiddetti conflitti ibridi, sembrano essere proprio la componente informativa e quella cibernetica le caratteristiche più innovative e rilevanti. Infatti, nella società dell’informazione, con l’avvento della rivoluzione digitale, i mezzi al servizio di azioni di influenza, disinformazione, propaganda si sono letteralmente moltiplicati e rappresentano una seria minaccia sul piano politico e nella sfera della sicurezza.
La guerra in Ucraina, nonostante la sua evidente dimensione di scontro convenzionale, non è da meno. Anzi, come era già avvenuto durante la crisi del 2014, ha visto appunto in queste settimane un durissimo confronto mediatico da parte dei contendenti.
Nella fase storica che stiamo vivendo, di fronte a questa guerra drammatica nel cuore dell’Europa iniziata con l’invasione russa, si pone la necessità di una riflessione su come la comunicazione nelle società aperte sia diventata spazio di competizione tra attori diversi e possa essere utilizzata dagli avversari delle democrazie per condizionarle e attaccarle dall’interno. Si tratta di un tema non nuovo di cui in Occidente si discute da tempo – oggi attualissimo –, che riguarda il futuro stesso delle istituzioni democratiche e del dibattito pubblico.
Già prima dello scoppio della guerra, le democrazie occidentali sono state oggetto di ripetute e martellanti campagne, riguardanti non solo la vicenda ucraina, in cui soprattutto attraverso il web e i social media si è cercato di condizionare le opinioni pubbliche e le posizioni politiche di ampie fasce della popolazione, con notizie spesso false o distorte, usate in modo strumentale, talvolta condivise anche inconsapevolmente, atte ad aumentare confusione e incertezza. Non da ultimo, basti pensare alle false accuse rivolte contro NATO, Europa, Stati Uniti circa le loro responsabilità nello scoppio del conflitto.
Appare chiaro, come lo era stato durante la pandemia quando si è addirittura parlato di infodemia, quanto la comunicazione possa essere un elemento chiave per condizionare non solo l’opinione pubblica dei singoli stati, ma anche il confronto geo-politico globale. Nel tempo della competizione tra grandi potenze, grazie anche al web, la componente informativa del confronto è sempre più importante. E il rischio di azioni di disturbo o tentativi di destabilizzazione delle società democratiche può essere sempre più elevato. Da qui la necessità, in Occidente, dove la natura stessa della democrazia e della società in cui viviamo rende le nostre comunità più esposte ai rischi della disinformazione, di preparaci a respingere sempre di più queste forme di minaccia alla nostra stabilità e libertà.
La democrazia è un bene prezioso e fragile, e la libertà di informazione ne è uno dei pilastri portanti. Come tale va difesa e protetta da tutte le forme di minaccia che possano minare la sua stessa sopravvivenza. Si tratta di una grande sfida di sicurezza che chiama in causa, però, non solo l’adozione di norme precise e strumenti efficaci di regolamentazione e controllo condivisi tra tutti i paesi occidentali, ma anche la necessità di affrontare la sfida sul piano culturale e formativo.
Andrea Manciulli
Enrico Casini

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