Lo spettro del Jihadismo nell’Asia meridionale: e al-Qa’ida?

La seconda parte dell’analisi di Francesco Conti dedicata alla diffusione e all’evoluzione del terrorismo jihadista nell’area meridionale del continente asiatico.

Per quanto riguarda il teatro afgano, uno dei punti più salienti dell’accordo di Doha riguardava il rapporto fra i talebani e l’organizzazione terroristica capeggiata dal al-Zawahiri e la fine dell’Afghanistan come base per pianificare attentati contro i paesi occidentali. L’impegno dei talebani in tal senso potrebbe essere quindi un importante smacco per al-Qa’ida, nominalmente subordinata al movimento degli studenti coranici. Infatti, lo stesso emiro di al-Qa’ida al-Zawahiri ha pubblicamente proclamato la sua fedeltà, tramite bay’ah, all’attuale leader dei talebani, il Mullah Haibatullah Akhundzada.[1] Se a ciò si aggiungono gli avvenimenti degli ultimi anni, che hanno visto l’affermarsi dello stato islamico, sia dal punto di vista operativo che mediatico, dal Sahel alle Filippine, l’organizzazione terroristica ideata da Osama bin Laden sembra aver perso il suo ruolo di player principale della galassia jihadista. Nonostante ciò, l’organizzazione terroristica transnazionale continua ad essere presente nel teatro afgano.  Sempre secondo le Nazioni Unite, il gruppo jihadista disporrebbe comunque di almeno 200 uomini nel paese.[2] Inoltre, in Afghanistan sono presenti anche militanti di al-Qa’ida nel Subcontinente Indiano (AQIS), gruppo nato nel 2014, nel periodo in cui lo stato islamico dominava nel Siraq, per spostare il baricentro operativo dal Medio Oriente all’Asia meridionale. I membri di AQIS in Afganistan, fino a poco tempo fa anch’essi impegnati nell’insorgenza contro le truppe occidentali a supporto dei talebani,[3] potrebbero vedere nel ritiro della coalizione internazionale una chance per ottenere una posizione privilegiata vis-a-vis ISIS Khorasan, che non ha mai goduto del favore dei talebani.

Dopo la proclamazione di al-Qa’ida nel Subcontinente Indiano, nel 2017 l’organizzazione di Ayman al-Zawahiri ha anche annunciato la presenza di un affiliato nel teatro del Kashmir, una località “storica” dell’universo jihadista: Ansar Ghazwat-ul-Hind. Ciò si innesta nella più recente strategia del capo di al-Qa’ida, che vede come priorità l’innestamento del gruppo jihadista in dinamiche di lotta locali in teatri originariamente a carattere nazionalistico-separatista (come ad esempio sta avvenendo nel Sahel) per permeare lo scontro con caratteri del jihadismo globale, allo scopo ottenere preziosi alleati sul campo e rafforzare l’influenza dell’organizzazione stessa. Tutto ciò, almeno momentaneamente, a discapito di attacchi contro il cosiddetto “nemico lontano”, cioè gli Stati Uniti e i suoi alleati europei. Nonostante tali presenze, i qaidisti in India, per il momento, non sono ancora riusciti a porre in essere attacchi in nome del jihad. Hacker riconducibili ad AQIS hanno invece penetrato la pagina web delle ferrovie indiane, in una operazione detta di website defacement, lasciando proclami inneggianti alla lotta armata.[4]

Nonostante l’uccisione Zakir Musa, leader e fondatore di Ansar Ghazwat-ul-Hind durante un’operazione antiterrorismo indiana nel maggio 2019, la presenza di migliaia di persone al suo funerale[5] sembrerebbe un successo, anche se parziale, per uno degli affiliati più piccoli dal punto di vista numerico e meno strutturati dal punto di vista organizzativo. Ciò evidenzierebbe sia la capacità del gruppo terroristico di ottenere consenso popolare, sia la difficoltà, ormai di lunga data da parte dell’India di risolvere la questione del Kashmir manu militari. La figura di Zakir Musa, leader jihadista giovanissimo, ricorda Burhan Muzaffar Wani, figura di spicco di un altro gruppo jihadista locale, Hizbul Mujahideen, anch’esso morto più che ventenne durante uno scontro a fuoco con le forze di sicurezza indiane. La giovane età di tali leader terroristi non è solamente un riflesso del profondo radicamento dell’ideologia jihadista in Kashmir, che potrebbe facilmente quindi essere sfruttata sia al al-Qaeda che dallo stato islamico, ma rappresenta anche un punto da tenere in considerazione per quanto riguarda il contrasto al terrorismo. Tali giovani terroristi sono infatti molto più abili nell’utilizzo dei social media, usati come piattaforme per distribuire sia propaganda che manuali operativi. Ciò, unito al crescente numero di utenti internet in India (e nello stesso Kashmir),[6] rappresenta una sfida importante per l’antiterrorismo di Nuova Delhi e dimostra la continua importanza della dimensione virtuale, sempre più in grado di convergere con quella reale.

Infine, va ricordato profilo securitario del teatro indo-afgano non è importante solo per gli Stati Uniti e la NATO, ma anche la Cina sta guardando con attenzione alla lotta al terrorismo nella regione. All’indomani del sanguinoso attentato contro la scuola di Kabul, il governo cinese ha aspramente criticato la decisione americana di ritirare il proprio contingente, cosa che secondo Pechino avrebbe fatto accrescere la violenza nel paese e potrebbe portare rapidamente ad una diminuzione della sicurezza nelle zone limitrofe, compresa la Cina.[7] Inoltre, vuoto lasciato dal ritiro americano e della coalizione internazionale, che priverebbe i gruppi terroristici di molteplici bersagli da attaccare, potrebbe essere anche colmato attaccando interessi cinesi nella regione. Infatti, prendendo di mira una potenza straniera, vista come colonizzatrice e portatrice di valori alieni da parte della propaganda jihadista locale, i gruppi terroristici incorrono in meno conseguenze negative rispetto a quando sono attaccati bersagli autoctoni. Tale posizione potrebbe essere confermata da un recente attentato, datato ventuno aprile, da parte dei pakistani talebani contro un hotel a Quetta che era frequentato dall’Ambasciatore cinese e da altri funzionari del governo di Pechino, tutti illesi poiché non si trovano nell’edificio al momento dell’esplosione.[8] La situazione della minoranza uigura nella Repubblica Popolare potrebbe essere un altro fattore che i gruppi terroristici potrebbero sfruttare in ottica anti-cinese. Secondo il Dipartimento della Difesa americano, la stessa Cina vede infatti in un Afghanistan stabile un baluardo per proteggere i propri confini dal terrorismo internazionale e, per tale motivo, dialoga non solo con il governo centrale di Kabul ma anche con i talebani.[9] Inoltre, la Cina ha da diversi anni rafforzato la propria collaborazione in materia di antiterrorismo con Pakistan e Afghanistan, data la presenza di militanti uiguri del Partito Islamico del Turkestan in entrambi i paesi.[10]

Come ribadito anche dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, le pesanti conseguenze della pandemia sul piano sociale ed economico potrebbero anche favorire la propaganda ed il reclutamento delle organizzazioni jihadiste, portando della minaccia sul medio-lungo periodo. Tale fattore potrebbe essere evidente soprattutto nell’area in questione, essendo l’Asia meridionale la seconda regione per numero totale di casi COVID-19 (dopo il Nord America) e con cifre, sia per quanto riguarda le infezioni che i decessi, probabilmente sottostimate.[11] Si può infine osservare come tutti i gruppi terroristi presenti nel teatro indo-afgano presentino caratteristiche sia locali che del jihadismo transnazionale. Per tale motivo, va riaffermata la collaborazione internazionale in materia di contrasto al terrorismo, nonostante le divergenze dei diversi attori presenti nella regione.


[1] Thomas Joscelyn, “Ayman al Zawahiri swears allegiance to the Taliban’s new leader”, Long War Journal, 11 giugno 2016, disponibile su https://www.longwarjournal.org/archives/2016/06/ayman-al-zawahiri-swears-allegiance-to-the-talibans-new-leader.php.

[2] Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, S/2021/68, p. 15

[3] The Soufan Center, Al Qaeda in the Indian Subcontinent: The Nucleus of Jihad in South Asia, (gennaio 2019), p. 16.

[4] Akanksha Narain & Vikram Rajakumar, “Revamping India’s Counter-Terrorism Approach”, RSIS Commentary (n. 71, 4 aprile 2016), p. 2.

[5] BBC News, “Zakir Musa: Thousands mourn India’s ‘most wanted’ militant”, 24 maggio 2019, disponibile su https://www.bbc.com/news/world-asia-india-48392851.

[6] Kabir Taneja & Kriti M Shah, The Conflict in Jammu and Kashmir and the Convergence of Technology and Terrorism, Royal United Services Institute, 2019 , pp. 6-7.

[7] Catherine Wong, “China blames ‘abrupt’ US withdrawal for Afghanistan attack surge”, South China Morning Post, 10 maggio 2021, disponibile su https://www.scmp.com/news/china/diplomacy/article/3132859/china-holds-us-responsible-afghanistan-schoolgirl-deaths.

[8] Sudha Ramachandran, Tehreek-e-Taliban Pakistan: Is China in its Crosshairs?, The Jamestown Foundation’s Terrorism Monitor, 7 maggio 2021, p. 6.

[9] Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti d’America, Enhancing Security and Stability in Afghanistan (giugno 2020), p. 26.

[10] Li Wei, Cina e Antiterrorismo: Il Metodo Cinese nella Cooperazione Internazionale Contro il Terrorismo (Anteo Edizioni, 2019), p. 216.

[11] Lasya M & Anurag Maan, “South Asia crosses 30 million COVID-19 cases as India battles second wave”, Reuters, 28 May 2021, available at https://www.reuters.com/world/china/south-asia-crosses-30-million-covid-19-cases-india-battles-second-wave-2021-05-28/.

Le opinioni espresse sono personali e potrebbero non necessariamente rappresentare le posizioni di Europa Atlantica

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.