Lo spettro del Jihadismo nell’Asia meridionale: lo stato islamico nel subcontinente indiano

Dove è più diffusa e come si sviluppa la minaccia terroristica jihadista nella regione dell’Asia Centrale e Meridionale. L’analisi di Francesco Conti (Prima parte).

Con la pace siglata a Doha, in Qatar, fra gli Stati Uniti e i talebani e la de-escalation della presenza militare in Afghanistan, lo Stato Islamico rimane comunque una presenza scomoda nel paese dell’Asia centro-meridionale. La provincia afgana di Daesh (nota anche come Khorasan Province o ISIS-K), nonostante le ripetute sconfitte e battute d’arresto subite negli scorsi anni, potrebbe approfittare della pace, sia come cosiddetto “spoiler” del processo di stabilità (uno spoiler è un soggetto esterno che vede in un futuro accordo di pace un pregiudizio ai propri interessi, finendo quindi per sabotare lo stesso),[1] sia cercando di reclutare le frange più minoritarie ed estremiste del movimento dei talebani, magari frustrate dall’accordo con gli Stati Uniti. Gli studenti coranici, infatti sono tutt’altro che un movimento monolitico, con differenze interne sia per quanto riguarda l’approccio politico (ad esempio per quanto riguarda i rapporti con attori statali o non-statali) che quello tattico (come sulla legittimità o meno di utilizzare attacchi suicidi).[2] Il delicato ritiro delle truppe USA, e quindi della coalizione internazionale, iniziato il primo maggio (con un termine previsto per la data simbolica dell’undici settembre), potrebbe quindi causare un aumento delle tensioni, sia a livello politico che, soprattutto dal punto di vista securitario, data anche la scarsa qualità delle forze armate e di polizia, nonostante il supporto tecnico ed economico della coalizione internazionale e in primis gli USA. C’è da ricordare che anche il nostro paese, tramite l’Afghan National Army Trust Fund della NATO, contribuisce alla formazione delle forze di sicurezza del paese (secondo la stessa NATO, l’Italia avrebbe contribuito per oltre 500 milioni di dollari dal 2007 ad oggi).[3] Inoltre, le attività di training sono state impattate dalla pandemia, portando molte di essere in modalità “a distanza”.[4] Solamente le forze speciali afgane, considerate ora tra le migliori della regione,[5] anche grazie all’addestramento ad opera del nostro contingente di stanza ad Herat,[6] sono in grado di porre in essere operazioni antiterrorismo in autonomia.[7]

Così come per quanto riguarda la situazione della casa madre nel contesto siro-iracheno, anche la provincia locale in Afghanistan è stata territorialmente degradata ma è ancora in grado di porre in essere numerosi attentati, che nel paese dell’Asia centrale scuotono anche la capitale Kabul, minando la sicurezza dell’intero paese. Nelle prime settimane di maggio vi è stata poi una vera e propria escalation di violenza. L’otto maggio, un commando terroristico è entrato in azione colpendo una scuola, frequentata principalmente da studentesse della minoranza sciita Hazara, uccidendo più di sessanta persone con ordigni esplosivi.[8] Nonostante alcuna rivendicazione, gli autori sembrerebbero essere miliziani jihadisti dello stato islamico, che hanno spesso preso di mira il suddetto gruppo etno-religioso. La strategia talebana, invece si fonda per la maggior parte su attacchi contro obiettivi governativi e delle forze di sicurezza, anche in ottica di controllo politico-territoriale. Nonostante ciò, anche gli stessi talebani sono ostili all’istruzione di stampo occidentale e soprattutto osteggiano quella femminile.[9] In generale, gli attacchi contro strutture scolastiche e universitarie sono rischiosi per le organizzazioni terroristiche perché di solito sono seguiti da operazioni fortemente repressive da parte delle forze di sicurezza, costrette a reagire con fermezza poiché gli attacchi contro studenti causano notevole clamore nella società e nell’opinione pubblica. Nel caso dell’Afghanistan, data l’ancora insufficiente preparazione antiterrorismo delle forze di sicurezza, di cui sono consapevoli gli stessi insorti, tale indiretto fattore deterrente viene quasi del tutto meno, lasciando vulnerabili scuole ed università. Inoltre, anche politiche repressive della libertà religiosa sono in grado di provocare un aumento della probabilità degli attacchi contro strutture scolastiche ed universitarie.[10] Ebbene, per quanto riguarda l’Afghanistan, il report sulla libertà religiosa recentemente pubblicato dal Dipartimento di Stato USA ha delineato una situazione dove le minoranze religiose, oltre a dover vivere nella paura di attacchi terroristici, sono anche vittime di discriminazione da parte governativa e dei loro stessi concittadini.[11]

Nei giorni seguenti all’attacco alla scuola sono seguiti altri attentati, tra cui uno che ha preso di mira una moschea sunnita nella capitale, uccidendo dodici fedeli.[12] Mentre il governo centrale e i talebani erano riusciti a trovare un accordo per una tregua che potesse coincidere con le festività di fine Ramadan, lo stato islamico, che ovviamente non considera l’opzione diplomatica, ha rivendicato quest’ultimo attacco con un messaggio sulla piattaforma Telegram da parte di Nashir News Agency, uno dei canali più conosciuti del gruppo sul sistema di messaggistica. Gli attacchi contro le stesse moschee di confessione sunnita non sono affatto rari nel paese, soprattutto durante la fine del mese di Ramadan, che spesso coincide con un’escalation di attentati da parte del gruppo terroristico.[13]

Nel marzo del 2020 terroristi dello stato islamico avevano preso di mira un altro luogo di culto nella cosmopolita capitale, attaccando un gunduwara ed uccidendone almeno venticinque fedeli Sikh con un attentato suicida.[14] I Sikh, che nel paese formano una minoranza assai esigua, non hanno alcuna velleità politica, a differenza di altri gruppi etno-religiosi e per tale motivo non posso essere visti come una minaccia da parte dei gruppi terroristici che propugnano una versione totalitaria dell’Islam  Questo però non tenendo in conto la strategia di violenza settaria, collaudata dallo stato islamico prima nel Medio Oriente e poi esportata anche al di fuori della regione, a seguito della creazione dei vari wilayat, dal Nord Africa al sud-est asiatico. I Sikh sono invece più di venti milioni nella vicina India ed indiano era pure uno degli attentatori, dal nome di battaglia Abu Khalid al-Hindi.[15] I reclutatori ed i propagandisti dello stato islamico posso quindi anche utilizzare reali o fabbricate ostilità nei confronti della comunità Sikh per radicalizzare cittadini indiani, farli confluire nel teatro afghano oppure utilizzandoli come attentatori domestici all’interno dei confini del loro paese. infatti, lo stato islamico non è solo presente in Afghanistan, con la provincia locale Islamic State – Khorasan, ma anche in tutti i paesi del subcontinente indiano. Ciò rende fondamentale non solo la collaborazione internazionale per eradicare il jihadismo dalla regione, indipendentemente dalla presenza o meno di forze armate occidentali sul terreno afgano, ma anche una profonda comprensione delle modalità di radicalizzazione e di reclutamento del gruppo, passando anche per la sua propaganda.

l’Islam in India è noto per la sua resilienza nei confronti dell’estremismo. Basti pensare che delle decine di migliaia di foreign fighters che raggiunsero i territori del califfato al suo apice, poco più di un centinaio (cioè un numero simile al nostro paese) provenivano dall’India,[16] nonostante una popolazione di fedeli islamici superiore a centosettanta milioni. Tuttavia, operazioni antiterrorismo hanno portato alla luce cellule di terroristi pronti ad agire, così come una presenza mediatica e propagandistica da parte dello stato islamico in India.[17] L’intelligence indiana sembra però aver prontamente reagito sul fronte cyber, come dimostrato da operazioni di disturbo volte a negare l’utilizzo della rete a fini terroristici.[18]

I membri locali dello stato islamico in India sono anche stati in grado di collaborare con altri affiliati del brand Islamic State, in primis la provincia afgana. Lo scorso 2-3 agosto, un commando di jihadisti di daesh ha condotto un complesso attacco alla prigione di Jalalabad. L’assalto è iniziato con un’autobomba esplosiva, che si è schiantata contro il cancello principale, sia con lo scopo di “ariete di sfondamento”, che pure di distrazione. Altre squadre di jihadisti, infatti, arroccati negli edifici circostanti, hanno anche attaccato la prigione da altri lati, con armi leggere e lanciarazzi. Dopo un lungo scontro a fuoco con le forze di sicurezza, le autorità afghane hanno stimato quasi trenta morti e più di trecento evasi, tra cui molti soggetti radicalizzati.[19] Lo stile dell’attacco presuppone una certa dose di pianificazione e coordinamento, lontano dagli attentati più improvvisati dei jihadisti del teatro europeo; ricorda, invece, i vari assalti alle prigioni irachene compiuti dall’ISIS durante l’ascesa dell’organizzazione in Iraq dopo il ritiro delle forze USA nel 2011. Tali operazioni sono fondamentali sia per ottenere attenzione mediatica che per guadagnare nuove reclute dotate di esperienza, se non direttamente jihadista, almeno criminale, tramite i prigionieri liberati. Ebbene, all’interno del commando dell’attacco alla prigione di Jalalabad vi erano tre cittadini indiani, fra cui lo stesso attentatore suicida, che secondo le autorità indiane erano parte di un nucleo di diciassette individui che aveva lasciato l’India, nello specifico lo stato del Kerala, per unirsi ai miliziani del califfato.[20] L’area è stata nel corso di questi anni oggetto di diverse operazioni antiterrorismo della National Investigative Agency che hanno smantellato cellule di aderenti allo stato islamico, elemento che dimostra il radicamento dell’ideologia jihadista sul territorio.[21] Ciò è confermato anche da un report delle Nazioni Unite dello scorso luglio, che descrive il Kerala come uno degli stati principali per quanto riguarda la presenza jihadista in India.[22] Il governo statale del Kerala, oltre alle operazioni di polizia, non è però rimasto passivo anche per quanto riguarda il contrasto alla radicalizzazione. L’esecutivo locale ha infatti istituito un programma di deradicalizzazione, il primo in India, prendendo come modello il quello ideato in Arabia Saudita con il Bin Nayef Counseling and Care Center.[23] Secondo statistiche governative, avrebbero già beneficiato di tale percorso di deradicalizzazione più di trecento giovani cittadini del Kerala,[24] impedendo che questi ultimi venissero utilizzati dai gruppi terroristici per condurre attacchi sul suolo indiano o magari per raggiungere il teatro afgano.

Nonostante il carattere relativamente frammentario del jihadismo in Asia meridionale, con la fine della pandemia potrebbero aumentare gli scambi operativi fra i gruppi presenti nei vari paesi. Al momento, infatti, gli affiliati dello stato islamico in asia nel sub-continente indiano sono principalmente uniti solamente per quanto riguarda la propaganda. Dall’inizio 2020, è difatti presente sulla scena una rivista online (in lingua inglese), Voice of Hind, che si occupa di propaganda pro-daesh nel subcontinente indiano. Secondo il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il leader dello stato islamico in Afghanistan sarebbe anche il comandante di tutto il teatro regionale,[25] coperto, per quanto riguarda la propaganda, proprio da The Voice of Hind. I numeri della rivista, che sono pubblicati in lingua inglese, sono imbevuti sia di riferimenti ad avvenimenti tipici del jihad globale, che ad eventi politici più locali. Sono inoltre presenti molte critiche ai governi nazionali per i loro rapporti con gli USA (e quindi additati di apostasia) e critiche all’approccio jihadista dei Talebani e di al-Qa’ida nella regione. Le stesse politiche del primo ministro Modi, intrise di nazionalismo indù, che analisti temono possano poter fungere da catalizzatore per radicalizzare giovani musulmani, hanno anche colto l’attenzione della propaganda jihadista e di The Voice of Hind. Pure la rivista generale del califfato, al-Naba’, ha dedicato, per la prima volta, una pagina agli avvenimenti politici accaduti in India, nello specifico le controversie attorno al Citizens Amendment Act, che potrebbe portare a future differenze fra induisti e musulmani per quanto riguarda l’ottenimento della cittadinanza indiana.[26] La propaganda jihadista ha criticato i musulmani indiani per non esserli ribellati alle politiche discriminatorie del governo di Nuova Delhi e della società indiana, accusata di essere democratica e politeista, arrivando ad additarli come traditori.[27] Infine, esorta i fedeli islamici ribellarsi a tale sistema attraverso il jihad interno, senza bisogno di migrare come foreign fighter. tale tipo di propaganda, dal tono “o con noi o contro di noi”, è stata resa celebre dal noto ideologo di al-Qa’ida nella Penisola Arabica, Anwar al-Awlaki nei suoi molteplici sermoni online.[28]

Altro punto di interesse della propaganda su The Voice of Hind riguarda i numerosi riferimenti ai jihadisti presenti nelle Maldive, il paese col tasso più alto di foreign fighters al mondo, con quasi seicento maldiviani che si sono recati nel Siraq (o hanno tentato di farlo).[29] Il fenomeno della radicalizzazione nel Paese, che riguarda molto spesso i più giovani,  sarebbe anche  facilitato dalle problematiche legate alla tossicodipendenza e al fenomeno delle gang.[30] Inoltre, secondo le statistiche dell’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni, le Maldive sono la nazione con la più alta percentuale di utenti internet della regione, fattore che potrebbe non essere sfuggito ai propagandisti dello stato Islamico.   Come ribadito dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, l’organizzazione terroristica ha potuto anche beneficiare di un gran numero di persone confinate in casa, al pc o allo smartphone, per via della pandemia.[31] Nonostante la sua remota posizione geografica dell’arcipelago, lo stato islamico sembrerebbe voler sfruttare il potenziale del gran numero di soggetti radicalizzati anche al di fuori dall’arcipelago, dato che i cittadini maldiviani potrebbero tentare di raggiungere i territori del jihad con la fine delle restrizioni alla libertà di movimento legate al COVID-19. Già prima della pandemia, con il collasso territoriale dello stato islamico nel Siraq, si era potuto osservare il “dirottamento” dei jihadisti maldiviani verso il teatro afgano da parte dei reclutatori locali. Emblematico il caso di Mohamed Ameen, sanzionato dal Dipartimento del Tesoro USA per le sue attività a supporto di ISIS-Khorasan[32] e arrestato dalla polizia maldiviana nell’ottobre 2019.[33]


[1] Committee on International Conflict Resolution, International Conflict Resolution After the Cold War (2000), p. 178.

[2] Seth. G. Jones, “The Taliban and the Struggle for Afganistan”, CTC Sentinel (novembre-dicembre 2020), p. 3.

[3] NATO, “Afghan National Army (ANA) Trust Fund”, febbraio 2021.

[4] Lead Inspector General Report To The United States Congress, “Operation Freedom’s Sentinel”, gennaio – marzo 2021, p. 26.

[5] Jonathan Schroden, “Afghanistan’s Security Forces Versus the Taliban: A Net Assessment”, CTC Sentinel (January 2021), p. 22

[6] Esercito Italiano, “Nuovo centro addestrativo in Afghanistan”, 17 ottobre 2017, disponibile su http://www.esercito.difesa.it/comunicazione/Pagine/Nuovo-centro-addestrativo-in-Afghanistan-171017.aspx.

[7] , p. 27.

[8] Ayaz Gul, “US Hails Afghan Eid Cease-fire, Suspects Islamic State Executed School Bombing”, VOA News, 10 maggio 2021, disponibile su https://www.voanews.com/south-central-asia/us-hails-afghan-eid-cease-fire-suspects-islamic-state-executed-school-bombing.

[9] Alex Strick van Linschoten & Felix Kuehn (ed.), The Taliban Reader: War, Islam and Politics, (Hurst, 2018), p. 382.

[10] Susan Fahey & Victor Asal, Lowest of the low: why some countries suffer terrorist attacks against schools, Dynamics of Asymmetric Warfare, (2020), p. 117.

[11] Dipartimento di Stato USA, Afghanistan 2020 International Religious Freedom Report, (2021), pp. 1-4

[12] Ehsanullah Amiri & Jessica Donati, “Attack at Sunni Mosque in Kabul Kills at Least 12”, Wall Street Journal, 14 maggio 2021, disponibile su https://www.wsj.com/articles/attack-at-sunni-mosque-in-kabul-kills-at-least-12-11621004875.

[13] Raymond Ibrahim, “Why Does ISIS Kill Muslims?”, Middle East Forum, 27 novembre 2017, disponibile su https://www.meforum.org/7043/the-jihad-on-sufism.

[14] Sunil Kukreja, “Sikhs in Afghanistan a neglected, vanishing minority”, Asia Times, 1 aprile 2020, disponibile su https://asiatimes.com/2020/04/sikhs-in-afghanistan-a-neglected-vanishing-minority/.

[15] Bobins Abraham, “Abu Khalid Al-Hindi, Terrorist Responsible For Kabul Gurdwara Attack Was IS Recruit From Kerala”, India Times, 28 marzo 2020, disponibile su https://www.indiatimes.com/news/india/abu-khalid-al-hindi-terrorist-responsible-for-kabul-gurdwara-attack-was-is-recruit-from-kerala-509469.html.

[16] Mohammed Sinan Siyech, “Explaining the Absence of Indian Foreign Terrorist Fighters”, European Eye on Radicalization, 26 giugno 2020, disponibile su https://eeradicalization.com/explaining-the-absence-of-indian-foreign-terrorist-fighters/.

[17] Mohammed Sinan Siyech, “The Islamic State in India: Upgrading Capabilities?”, Middle East Institute, 5 febbraio 2019, disponibile su https://www.mei.edu/publications/islamic-state-india-upgrading-capabilities.

[18] Ibid.

[19] George Susannah, Tassal Aziz & Hassan Sharif, “Islamic State attack on Afghan prison ends on second day, with at least 29 dead”, Washington Post, 3 agosto 2020 disponibile su https://www.washingtonpost.com/world/islamic-state-attack-on-an-afghan-prison-stretches-into-its-second-day-with-21-dead/2020/08/03/69e7146e-d556-11ea-a788-2ce86ce81129_story.html.

[20] “IS suicide bomber behind prison attack in Afghanistan reportedly from Kasaragod”, The News Minute, 4 agosto 2020 disponibile su https://www.thenewsminute.com/article/suicide-bomber-behind-prison-attack-afghanistan-reportedly-kasaragod-130034.

[21] Kabir Taneja & Mohammed Sinan Siyech, The Islamic State in India’s Kerala: A Primer, Observer Research Foundation, ottobre 2019, p. 24

[22] Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, S/2020/717, p. 16.

[23] Francesco Conti, “La Deradicalizzazione in Arabia Saudita: Il Mohammed Bin Naif Counseling and Care Center di Riyadh”, EuropaAtlantica, 17 marzo 2020, disponibile su https://europaatlantica.it/jihad-monitor/2020/03/la-deradicalizzazione-in-arabia-saudita-il-mohammed-bin-naif-counseling-and-care-center-di-riyadh/.

[24] Kabir Taneja, “Deradicalisation as Counterterrorism Strategy: The Experience of Indian States”, Observer Research Foundation, 2020, p. 31.

[25] Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, S/2021/68, p. 15.

[26] Kapil Komireddi, “Back to India’s Secular Future”, Foreign Policy, 22 gennaio 2020, disponibile su https://foreignpolicy.com/2020/01/02/back-to-indias-secular-future/.

[27] Kabir Taneja, “Islamic State Propaganda in India”, Global Network on Extremism & Technology, 14 aprile 2020, disponibile su https://gnet-research.org/2020/04/14/islamic-state-propaganda-in-india/.

[28] Alexander Meleagrou-Hitchens, Incitement: Anwar al-Awlaki’s Western Jihad, (Harvard University Press, 2020), 123-124.

[29] European Foundation for South Asian Studies, “The Maldives’s Foreign Fighter Phenomenon: Theories and Perspectives”, 2020, p. 1.

[30] Sulle problematiche della gioventù maldiviana vedasi: UNDP, Youth Vulnerability in the Maldives (febbraio 2019).

[31] Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, S/2020/774, p. 2.

[32] Dipartimento del Tesoro USA, “Treasury Targets Wide Range of Terrorists and Their Supporters Using Enhanced Counterterrorism Sanctions Authorities”, 10 settembre 2019, disponibile su https://home.treasury.gov/news/press-releases/sm772.

[33] Dipartimento di Stato USA, Country Reports on Terrorism 2019, p. 150.

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