Iran: il dilemma dell’Occidente nel cuore della Terra

The Geographical Pivot of History” fu pubblicato nel 1904. Lo aveva scritto un geografo inglese, Halford Mackinder, per esporre la sua teoria dell’Heartland. L’impero britannico era una potenza marittima minacciata dall’ascesa di potenze terrestri, dalla Weltpolitik tedesca, dalla questione d’Oriente, dallo scramble for Africa, dal Great Game con la Russia nell’Asia centrale. Mackinder, che aveva capito l’importanza della rivoluzione ferroviaria e dei progressi nel trasporto terrestre di uomini e merci, sosteneva che il baricentro geopolitico del mondo si sarebbe spostato in Eurasia (che chiamò l’Heartland), riducendo la capacità britannica di mantenere l’egemonia controllando le rotte marittime. Per questo sosteneva che l’obiettivo strategico britannico avrebbe dovuto essere il contenimento dei principali attori eurasiatici, ricorrendo ad alleanze strategiche, creando stati-cuscinetto e, soprattutto, evitando la formazione di un asse russo-tedesco[1]. Nell’immediato la teoria di Mackinder fu seguita in maniera limitata[2], ma trovò invece maggiore attenzione nel secondo dopoguerra. Gli Stati Uniti erano usciti vincitori dalla seconda guerra mondiale, erano l’unica vera superpotenza ed erano intenzionati a conservare il nuovo status quo, per questo gli studi geopolitici erano seguiti con molto interesse in America. La geostrategia infatti contribuì alla formazione delle dottrine di politica estera statunitense per l’intero corso della guerra fredda: dal containment, all’atomizzazione della Germania, alla teoria del domino[3].

Nel 1997 è stato pubblicato “La grande scacchiera” di Zbigniew Brzezinski, che anni prima era stato consigliere per la sicurezza nazionale del Presidente Carter[4], che sostiene che con la fine del bipolarismo siano aumentate le potenze asiatiche potenzialmente pericolose per l’egemonia americana: Russia, Cina, Turchia, Iran, Pakistan e anche India. Alla luce di questa situazione, a parere di Brzezinski, i cardini della geostrategia statunitense dovrebbero essere l’ex area sovietica[5] (Europa orientale, Caucaso, Asia centrale), il Medio Oriente e il Golfo Persico[6]. Ma la vera minaccia per gli Stati Uniti, a suo avviso, è la Repubblica Popolare Cinese, per ragioni demografiche, economiche, tecnologiche e militari, e perché gli interessi americani e cinesi in Asia e nel Pacifico sono oggettivamente confliggenti. Fin dall’inaugurazione delle relazioni bilaterali tra i due Paesi (grazie alla mediazione di Brzezinski) i due Paesi avevano instaurato un solido legame commerciale, che si è rafforzato dal 2000, fino a quando gli Stati Uniti non hanno cominciato a percepire come minacciosa l’impetuosa crescita economica cinese, sempre più sfidante nei livelli alti della tecnologie e delle produzioni ad alto valore aggiunto. Ora verrebbe da domandarsi se, dopo oltre 20 anni da “La grande scacchiera” e ad oltre un secolo da “The Geographical Pivot of History”, la geostrategia per l’Asia di Brzezinski e Mackinder, sia ancora valida. Il controllo dell’Heartland è ancora una direttrice della politica estera americana[7] e dell’intero Occidente?

La fine di un disegno strategico: Afghanistan andata e ritorno, 2001-2021.

Per comprendere la politica a volte basta guardare le mappe, e studiare la geografia. Quel Paese incastonato tra le montagne più alte del mondo e dominato da tribù bellicose e fiere della loro indipendenza, occupa una posizione geografica strategica nell’Heartland. Era sulle antiche rotte della Via della Seta molti secoli fa, e lo è ancora. Inoltre è stimato dalla U.S. Geological Survey che vi siano riserve di ferro per oltre 420 miliardi di dollari, cobalto per oltre 50 miliardi, e poi minerali rari, amianto, oro, argento e lapislazzuli, insomma un tesoro di ricchezze minerarie di portata planetaria, che potrebbero fare dell’Afghanistan, se fosse libero dalla guerra, una potenza economica mineraria di tutto rispetto, con gli investimenti ed i progetti adeguati. La maledizione delle guerre afgane, che ha reso impossibile ogni programmazione imprenditoriale, ha compromesso le opportunità di sviluppo di un Paese potenzialmente molto ricco e collocato in una posizione strategica. Gli Stati Uniti avevano compreso da tempo che lo sviluppo infrastrutturale ed economico del Paese è la condizione per costruire la pace. La pacificazione e la stabilizzazione dell’Afghanistan è poi la chiave per stabilizzare l’Asia centrale e, in parte, il Medio Oriente. Lo scrisse nientemeno che il Generale David H. Petraeus, che tra il 2010 ed il 2011 era comandante delle truppe USA nel Paese centroasiatico e comandante di CentCom[8], il Comando centrale delle forze armate USA, e poi Direttore della CIA tra il 2011 ed il 2012: “Una volta diventato l’hub per i trasporti, l’Afghanistan potrà ritornare ad avere un ruolo vitale comi ai giorni della Via della Seta”. L’idea di Petraeus che ha innovato la dottrina militare[9] americana è nota infatti come comprehensive approach[10]. “L’implementazione di questa strategia deve diventare una materia della massima priorità per gli USA e deve essere complementare con la strategia militare” affermava il rapporto per l’Afghanistan e la Via della Seta. All’epoca gli specialisti americani affermavano che per vincere la guerra fosse necessario affiancare alla strategia militare, una strategia economica e di sviluppo delle infrastrutture. L’Afghanistan è il naturale hub e punto di transito per strade, ferrovie, pipeline, linee energetiche ed elettriche di un network emergente di trasporti e comunicazioni fra Mediterraneo e subcontinente indiano, che passa necessariamente per l’Asia Centrale[11].

Dal comprehensive approach alla killing machine[12], alla fine della missione NATO.

Ma questa strategia naufragò quando il Generale Petraeus fu costretto a dimettersi dalla direzione della CIA a causa di una relazione extraconiugale con la sua biografa, Paula Broadwell, che potenzialmente avrebbe potuto compromettere la sicurezza delle informazioni di sicurezza nazionale. La guida dell’Agenzia fu affidata a Leon Panatta, che era stato deputato, capo di gabinetto alla Casa Bianca con l’Amministrazione Clinton e segretario della Difesa degli Stati Uniti con l’Amministrazione Obama. Panatta orientò l’azione dell’Agenzia e la strategia americana ad una caccia mirata ai leader dei terroristi, piuttosto che all’implementazione della strategia indicata dal suo predecessore. Un secondo elemento di discontinuità strategica fu introdotto dall’elezione del Presidente Trump che, con il suo stile bizzarro, mise subito in chiaro le sue intenzioni nel corso di un’intervista, dichiarando: “ Siamo a 6000 miglia dall’Afghanistan, perché dobbiamo essere lì? (…) I talebani sono nostri nemici. L’Isis è un nostro nemico. C’è un’area in cui talebani e Isis stanno lottando. Perché non li lasciamo combattere tra loro? Due nostri nemici stanno combattendo tra loro e noi dobbiamo essere lì?”[13] Zabiullah Mujahid, portavoce talebano colse subito la palla al balzo per sostenere la tesi speculare, che qualsiasi rapporto tra i guerrigliere afghani e Stati Uniti dovrebbe basarsi su “solidi principi diplomati ed economici” piuttosto che sul conflitto[14]. Su questa base si aprirono negoziati tra delegati USA e talebani negli Emirati, prodromici ad un accordo coi talebani ed al ritiro della presenta americana nell’area[15]. Ma come sostiene Amin Maalouf (cfr. Il naufragio delle civiltà), quando un potere allenta la stretta, la reazione spontanea dei suoi avversari consiste nel pressarlo e attaccarlo, più che nel ringraziarlo. Come si è poi visto il vuoto lasciato dal ritiro della NATO dall’Afghanistan si è riempito in fretta, perché in politica però i vuoti non esistono.


La presenza cinese in Afghanistan.

La potenza vicina più interessata alla stabilizzazione dell’Afghanistan è certamente la Cina, per la quale la pace vuol dire sviluppo[16]. Lo sviluppo è la condizione per stabilire un’alleanza, che a sua volte è la base del disegno egemonico del potere Cinese.
La Cina ha compreso da tempo che nel mondo globalizzato deve liberarsi dello storico isolamento del Celeste Impero, e costruire una rete di alleanze basate sul business e sull’interesse economico. La mancanze delle infrastrutture in Afghanistan è la condizione ideale per l’espansione degli investimenti cinesi, che hanno già superato quelli degli Stati Uniti, sia in forma di aiuti che come business investor[17]. Come hanno scritto i militari cinesi Qiao Liang e Wang Xiangsui[18], “la cultura strategica cinese agevola l’utilizzo della strategia del dominio indiretto, come può essere per esempio ottenere la sottomissione del nemico e il conseguimento della vittoria senza combattimenti”. Dopo 2500 anni gli insegnamenti di Sun Tzu risultano ancora validi: Pechino non costruisce il suo sistema di alleanze con la forza, ma lo fa occupando gli spazi vuoti, come l’acqua che “evita le alture e riempie le cavità”. La metafora è suggestiva, l’acqua procede fluidamente perché si adatta alla cornice di ogni situazione, non ha una forma determinata, ma prende quella del suo contenitore e permane ciò che è adattandosi alle mutevoli condizioni del contesto.

L’importanza strategica dell’Iran.

“Chi controlla l’Heartland comanda il mondo”, diceva MacKinder. Oggi, dopo l’evoluzione dello scenario politico nel quadrante mediorientale, ed in particolare in Siria ed in Libano, e la conclusione della ventennale missione NATO in Afghanistan, la chiave per il controllo dell’Heartland parrebbe essere l’Iran. Con i suoi ottanta milioni di abitanti è di fatto la più presenza più rilevante del Medio Oriente, ma noi occidentali ne abbiamo spesso una visione un po’ stereotipata. Il fatto che dalla cosiddetta rivoluzione del 1979 sia nata la Repubblica Islamica dell’Iran non significa che il popolo iraniano sia composto da musulmani integralisti e fanatici religiosi. Al contrario, sino ad allora la Persia era il Paese più occidentalizzato e laico dell’area e la caratterizzazione religiosa delle istituzioni iraniane è una forzatura storica recente e non interiorizzata dalla maggioranza della popolazione. La manipolazione della religione a scopo geopolitico non è un’invenzione recente. Fin dagli albori dell’umanità dietro le guerre di religione ci sono sempre state lotte per il potere politico ed economico ed i leader politici hanno usato il fervore religioso per motivare le persone che volevano far schierare dalla propria parte[19].   L’élite al potere ha semplicemente utilizzato la religione come strumento di controllo sociale, seguendo l’insegnamento di Napoleone Bonaparte, che diceva “Come può esserci ordine in uno Stato senza religione? La religione è uno strumento formidabile per tener buona la gente”. Insieme alla paura ed alla guerra, potremmo aggiungere, visto che il regime ha utilizzato anche questo, dalla guerra con l’Iraq alla paura dell’ISIS, per consolidare il proprio potere e contenere i rischi di rivolta interna. Se questo poi non bastasse c’è anche un sistema forte e capillare di polizia politica, controllo interno e repressione del dissenso, tipico di tutte le dittature. Tuttavia, nonostante la maggior parte degli iraniani sia musulmana, il processo di islamizzazione imposta (il significato letterale della parola è “sottomissione” e per un regime confessionale va preso alla lettera) non è mai riuscito completamente.

La società iraniana e la politica

Come tutti i popoli del mondo anche gli iraniani non sono un corpo unico. Sono un grande insieme di realtà regionali, etniche e anche religiose diverse. C’è un buon livello di scolarizzazione e di diffusione delle nuove tecnologie digitali, ma volendo semplificare le differenze tra città e campagna, grandi centri urbani e periferia, e tra i diversi ceti e classi sociali della società iraniana, si potrebbe individuare una linea di faglia principale. E’ quella che differenzia la parte degli iraniani più impregnata di cultura occidentale, prevalente tra i giovani istruiti e tra i ceti borghesi e intellettuali, dai gruppi più legati al sistema della Repubblica islamica e dai Guardiani della rivoluzione, un potentato economico e politico, non solo militare, e dai gestori delle potentissime fondazioni Bonyad religiose-caritatevoli, da cui si traggono potere e profitto. Su queste entità politiche, economiche e militari, e sulle loro ramificazioni nel sociale, si fonda una vasta base di consenso al regime tra i ceti popolari e tra i gruppi più fedeli all’autorità della Guida suprema. Nella politica iraniana questa differenza si può semplificare con la differenza tra i moderati e riformisti che si riconoscono nel cauto programma riformatore di Rouhani e nell’abile diplomazia internazionale del suo ministro degli Esteri Javad Zarif da una parte, e gli ultraconservatori della destra, che guardano alla Guida suprema come loro leader, dall’altra. Tra le due parti vi sono tensioni, che si riflettono nella dialettica interna alle istituzioni, soprattutto quando c’è un governo più riformista e propenso ad allentare un po’ le maglie del controllo sociale, che si confronta con potere giudiziario ultraconservatore. Queste tensioni si traducono spesso nel freno ai tentativi di riforma del governo e nel conseguente malcontento e delusione di ampi strati popolari, che alla fine sono portati a concludere che il potere reale sia unicamente concentrato nelle mani dei religiosi e dei pasdaran. Questo ha portato larghi stati della popolazione insoddisfatta ed ostile agli ayatollah a non avere più fiducia nelle possibilità della politica di cambiare le cose “dall’interno”, ma anche poca speranza nella possibilità di rovesciare il regime con la forza e di conquistare la democrazia con l’aiuto dell’Occidente, che appare sostanzialmente disinteressato ad un cambio di regime. Tuttavia la parte più colta e consapevole dell’opinione pubblica iraniana comprende bene che i governanti al potere stanno deprimendo e mortificando le ricchezze e le potenzialità del Paese. In effetti anche l’economia iraniana è gestita così male dai religiosi e dalle Guardie Rivoluzionarie che, puntando a sopravvivere solo di petrolio e gas, hanno creato un danno profondo alle prospettive di sviluppo di un Paese che dispone di enormi ricchezze naturali. Il regime continua a spendere i soldi di cui dispone per i missili balistici o per finanziare le milizie proxy negli altri Paesi del Medio Oriente, ma con le sanzioni comminate dagli Stati Uniti la condizione economica di una parte della popolazione è ormai da fame.

Le elezioni presidenziali 2021

Il questo contesto si sono tenute le elezioni presidenzialiin Iran, che hanno eletto Ebrahim Reisi, un religioso con con un passato nel settore giudiziario, e anche nei tribunali speciali che nel 1988 condannarono a morte migliaia di oppositori politici. Queste elezioni hanno reso evidenti tutta la debolezza e le criticità del regime, pressato da problemi economici e da grandi difficoltà, sia nella politica interna che in quella estera.  Il rifiuto degli elettori è dimostrato sia dall’aumento dell’astensionismo (meno della metà degli aventi diritto), che dai quattro milioni di schede bianche o nulle. Chiamare democrazia il sistema politico iraniano è decisamente improprio. Si tratta piuttosto di una “democratura”, cioè di una dittatura travestita da democrazia, che chiama i cittadini a votare per scegliere chi preferiscono tra i candidati filtrati ed autorizzati dal regime. Malgrado il sistema costituzionale delle Repubblica Islamica dell’Iran consenta ai 12 giuristi e giureconsulti del “Consiglio dei Guardiani” di escludere le candidature esterne e sgradite al potere ideologico dominante, il cui baricentro è il rahbar (leader) Ayatollah Ali Khamenei, in queste elezioni non si è vista nemmeno la parvenza di una competizione reale. In passato gli elettori iraniani hanno sempre potuto scegliere tra un partito di destra ed uno più moderato (i riformisti sono spesso stati esclusi dalle competizioni elettorali). Nelle ultime elezioni invece l’esito della competizione era già chiaro prima del voto: il regime aveva deciso per il candidato della destra tradizionale più conservatrice, in piena continuità ideologica con la Guida suprema Ali Khamenei, e gli altri candidati non avevano alcuna possibilità reale di successo. Per blindare la candidatura di Raisi il regime ha escluso dalla competizione i candidati che potevano essere più popolari. Dopo gli 8 anni della presidenza dell’estremista di destra Ahmadinejad, la cui rielezione fu fortemente contestata per i brogli elettorali di cui fu accusato dal movimento verde, ed il cui mandato fu segnato da scelte sbagliate, impattanti sull’ambiente ed impopolari, alle elezioni del 2013 fu eletto il Presidente Hassan Rouhani, che nel 2017 fu rieletto sconfiggendo proprio Reisi, in un’elezione nella quale partecipò al voto oltre l’85% degli aventi diritto al voto.

L’accordo sul nucleare e le sanzioni

Il principale successo del suo primo mandato fu l’accordo sul nucleare, voluto fortemente dal Presidente americano Obama, e sottoscritto il 14 luglio 2015, il Joint Comprehensive Palano of Action (Jcpoa). Un accordo largamente considerato come uno dei migliori esempi di diplomazia multilaterale, e con il quale, secondo l’allora Alta rappresentante Ue degli Affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, si ponevano le basi per la stabilità, la sicurezza e la pace nell’intera regione. In base ad esso l’Iran avrebbe accettato, per un periodo che andava dai 15 ai 25 anni, una serie di importanti limitazioni e controlli sulle proprie attività nel campo del nucleare: un programma che per Teheran aveva solo scopi civili, ma di cui era lecito temere il possibile sviluppo militare. In cambio della sospensione delle sanzioni inflitte dall’Occidente per la sua attività nucleare, i vertici della Repubblica Islamica avevano accettato di ridurre i programmi in maniera sostanziale, rinunciando così, in un combattuto processo decisionale interno (i sovranisti ci sono anche in Iran, non solo in Occidente), alla propria sovranità nazionale in campo energetico. La contropartita per questa rinuncia era il rilancio degli scambi economici con il resto del mondo ed investimenti esteri nell’industre e nelle infrastrutture del Paese. Inoltre l’accordo cancellava sanzioni e permetteva la restituzione di somme di denaro bloccate all’estero. Di fatto questo accordo avrebbe potuto rappresentare un tassello importante nella strategia Occidentale. In coerenza con quello che in dottrina è chiamato Comprehensive Approach, la strategia per la stabilizzazione e la costruzione di un nuovo equilibrio in Asia centrale si sarebbe dovuta fondare sia sui cosiddetti Quick impact projects (progetti ad impatto immediato e di basso costo, implementati fondamentalmente per mezzo di cooperazione civile-militare), che su una politica di più ampio respiro e di sostegno agli investimenti, finalizzata all’infrastrutturazione dell’intera area. Poi però negli Stati Uniti venne eletto il Presidente Donad Trump, che riteneva che il miracolo di diplomazia multilaterale che Obama aveva realizzato, dopo decenni di scontri frontali tra Washington e Teheran, fosse il peggiore degli accordi possibili. Il 20 settembre 2017, dopo l’intervento all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, sulla rete internet dilagava il tweet: “Trump sembrava Ahmadinejad e Rouhani sembrava Obama”. Questo doppio paradossale paragone evidenziava come Trump avesse ricreato il clima di tensione e reciproca demonizzazione che aveva accompagnato la presidenza di Mahmoud Ahmadinejad (lo stesso che all’ONU era andato a mettere in dubbio l’Olocausto e l’attentato dell’11 settembre). La linea dell’Amministrazione Trump è stata opposta a quella del suo predecessore, e sin dall’inizio ha esercitato la massima pressione per produrre un cambio di regime a Teheran. La rottura unilaterale del Jcpoa e l’adozione di forti sanzioni economiche hanno portato il rial, la valuta dell’Iran, ad una diminuzione del 60% negli ultimi 2 anni e l’inflazione annuale al 37%. E’ quindi diminuito fortemente il potere di acquisto della popolazione. Le sanzioni hanno penalizzato fortemente le aziende che avevano basi produttive esternalizzate, che hanno interrotto trattative economiche, rinunciato ad accordi ed affari, per non essere sanzionate. Tuttavia il cambio di regime non c’è stato.

La politica estera iraniana e l’uccisione del Gen. Soleimani.

La seconda decisione per il quale verrà ricordata la Presidenza Trump in Iran è senza dubio l’eliminazione di Qasem Soleimani e di Abu Mahdi al-Muhandis (vicecomandante di una coalizione di milizie irachene che era nel convoglio), avvenuto intorno alla mezzanotte del 2 gennaio 2020, quando alcuni missili lanciati da un drone distrussero un convoglio delle Pmu, le Forze di mobilitazione popolare irachene, che stavano accompagnando all’aeroporto una delegazione dei Guardiani della Rivoluzione di Teheran. Soleimani era una figura leggendaria, comandava dal 1998 le forze Niru-ye Qods., cioè le unità speciali delle guardie rivoluzionarie iraniane. Al Quds in arabo significa “la città santa”, cioè Gerusalemme, che è un nome decisamente emblematico per il servizio persiano delle operazioni speciali di intelligence, responsabile di tutte le operazioni all’estero. In altre parole Soleimani era l’uomo che negli ultimi vent’anni ha ridisegnato gli scenari geopolitici del Medio Oriente in favore dell’Iran. Il comandante dei Pasdaran aveva stretto nel tempo un legame fortissimo con Hezbollah, il gruppo armato sciita libanese al quale l’Iran ha fornito supporto, armi e soldi. Assieme a Hezbollah, Soleimani ha sostenuto Assad al potere in Siria, mantenendo un fortissimo controllo a Damasco, anche grazie alle amicizie russe che al generale iraniano non sono mai mancate. Con il comando di Soleimani le truppe iraniane e irachene hanno fermato l’avanzata dell’Isis e grazie proprio a queste ultime operazioni il carisma del generale, soprattutto in patria, era cresciuto moltissimo. “Per gli sciiti in Medio Oriente, è un mix di James Bond, Erwin Rommel e Lady Gaga”, scrisse l’ex analista della CIA Kenneth Pollack nel suo ritratto di Soleimani per la rivista americana Time dedicata alle 100 le persone più influenti al mondo nel 2017. La sua morte ha rappresentato certamente un fattore destabilizzante per la strategia iraniana delle guerre per procura. In una lettera del 2008 al Segretario della Difesa USA, il Generale Petraeus descriveva Soleimani come “una figura davvero malvagia”. Poi, in un’intervista a Public Radio International (Pri), l’ex comandante delle forze Usa in Iraq e Afghanistan ed ex direttore della Cia, spiegò che si trattava del «più significativo avversario iraniano» degli USA negli ultimi anni, nonché del a «più significativa e importante» figura iraniana nella regione. Qassem Soleimani era contemporaneamente tre cose. Era un capo militare, un leader carismatico ed un uomo politico. La sua teoria politica militare combinava milizie ed istituzioni statali di diversi Paesi del medioriente, come ad esempio Hezbollah e le Istituzioni statali libanesi, o le forze di mobilitazione popolare al-Hahd ash-Sha bi e lo Stato iracheno, per dare a Teheran un vantaggio su tutti i Paesi dell’area. L’Iran è infatti presente su tutti i fronti senza che il suo esercito sia direttamente coinvolto. Al Generale Petraeus, quando era in comando in Iraq, disse “lei deve sapere che io, Qassem Soleimani, controllo la politica per l’Iran quando si tratta dell’Iraq e anche di Siria, Libano, Gaza e Afghanistan”. Era vero. Era il teorico della Proxy war e incarnava le ambizioni imperiali iraniane. Era dunque anche un leader politico, carismatico al punto da poter diventare presidente dell’Iran, se si fosse candidato. Questo certamente non ha potuto farlo, ma se la sua uccisione, insieme alla rottura dell’accordo sul nucleare ed all’introduzione delle nuove sanzioni economiche erano le azioni finalizzate al rovesciamento del regime, cioè ad ottenerne il crollo, bisogna prendere atto che l’obiettivo non è stato raggiunto.

La radicalizzazione del regime e l’asse politico con la Cina e con la Russia

La speranza di un cambio di regime è stata delusa, perché un cambio di regime non c’è stato. Piuttosto c’è stata una radicalizzazione del regime, che ha beneficiato dell’esistenza un nemico da demonizzare, e contro il quale rinnovare una propaganda esausta, soprattutto per le generazioni più giovani. C’è stato invece uno spostamento, dettato dalla necessità, degli interessi economici iraniani verso la Cina e la Russia. I rapporti tra Repubblica Popolare Cinese e Repubblica Islamica si erano consolidati già negli anni Ottanta. Dopo la rivoluzione islamica del 1979 l’ayatollah Ruhollah Khomeini guardava con diffidenza Pechino a causa dei suoi precedenti legami con lo scià spodestato Mohammad Reza Pahlavi. Tuttavia l’antagonismo verso il dominio occidentale del sistema internazionale e la vendita di armi cinesi necessarie all’Iran per combattere la guerra con l’Iraq, avevano avvicinato i due Paesi. Con il boom economico Cinese degli anni Novanta l’importazione di petrolio dall’Iran è cresciuta, ed ha incrementato il commercio. Poi Pechino ha aiutato Teheran nello sviluppo del programma nucleare civile e militare. I progressi nel campo militare ed i piani segreti iraniani di arricchimento dell’uranio finalizzato a dotarsi dell’arma atomica[20] ha acceso immediatamente la miccia della tensione tra due nemici giurati: Iran ed Israele. La forza Al Quds, che è il gruppo di élite dei pasdaran iraniani che gestisce e organizza i gruppi filoiraniani in tutto il grande Medio Oriente, ha mandato in Cina notevoli quantità di denaro per l’acquisto di materiali adatti alla produzione di energia nucleare, che successivamente sono stati intermediati e prodotti dalle aziende cinesi nella zona economica speciale di Shenzen. Il sospetto, come sostiene l’intelligence israeliana, che il programma di arricchimento dell’uranio per produrre armi atomiche sia ancora attivo, è legittimo[21]. L’arma nucleare è il massimo della minaccia strategico e possederla, per un Paese come l’Iran, significa essere indipendente e capace di fare politica a livello globale. Pechino lo sa, quindi le sue azioni dimostrano che considera l’Iran un alleato strategico. Solo nel 1997 la Cina ha sospeso il supporto diretto al programma nucleare iraniano, al fine di riprendere il rapporto con gli Stati Uniti, ma l’interscambio con l’Iran è comunque cresciuto nei decenni successivi, malgrado le sanzioni ONU e americane che abbiano indotto gli altri Paesi Asiatici a ridurre le relazioni economiche con Teheran.  Sostengono alcune analisi che le compagnie cinesi abbiano già investito nell’industria energetica iraniana più di 120 miliardi di dollari. La Repubblica Islamica dell’Iran è tra i principali fornitori di petrolio della Cina, che rappresenta l’80% del commercio tra i due Paesi. Oggi Pechino considera l’Iran un tassello essenziale della BRI per la sua complessiva stabilità interna, per le potenzialità del suo mercato domestico e soprattutto per la sua posizione geografica, che ne fa l’anello di congiunzione tra Medio Oriente, Caucaso e Asia centrale.

La situazione politica interna, le proteste, gli scioperi, la repressione

Tuttavia la collaborazione con il Celeste Impero non ha permesso al regime iraniano di uscire dai guai. Stanno aumentano le proteste e gli scioperi dei lavoratori delle acciaierie, raffinerie e fabbriche controllate dallo Stato, a causa dei salari erosi dall’inflazione e della perdita di capacità di acquisto delle famiglie. Già nel maggio scorso il Consiglio Nazionale della Resistenza dell’Iran[22] aveva tenuto una conferenza stampa nella quale il presidente della commissione affari esteri del NCRI, Mohammad Mohaddessin, segnalava il crescente movimento di boicottaggio elettorale e sosteneva che il suo successo sarebbe stato un segno particolarmente chiaro di una “incombente rivolta nazionale in attesa dietro le quinte”, il cui arrivo in scena “molto più intenso e diffuso” rispetto alla rivolta del novembre 2019 che ha interessato quasi 200 città e paesi iraniani. Il 18 giugno l’affluenza alle urne è stata veramente bassa ed il giorno successivo nuove proteste hanno confermato la convinzione della popolazione che un cambio di amministrazione presidenziale non avrebbe fatto nulla per affrontare nessuna delle crisi che affliggono attualmente l’economia, la salute pubblica e così via. Questo sentimento era già stato espresso in precedenza attraverso numerose proteste nel periodo prima delle elezioni, ed erano apparsi gli slogan che appoggiavano il movimento di boicottaggio elettorale promosso dalla People’s Mojahedin Organization of Iran[23]. Operai, pensionati e investitori della classe media hanno protestato e dichiarato la loro intenzione di non impegnarsi mai più nel processo politico finché sarà gestito dallo stesso sistema tirannico e teocratico. “Non abbiamo visto alcuna giustizia”, sostenevano i manifestanti, aggiungendo: “Non voteremo più”. Il regime iraniano ha tentato di preservare un minimo di legittimità per le ultime elezioni e per il regime stesso sostenendo che quasi il cinquanta per cento degli elettori idonei ha votato, nonostante la spinta per un boicottaggio di massa. Ma il MEK e l’NCRI hanno respinto questa affermazione, citando le testimonianze di 1.200 giornalisti di 400 località come prova che il tasso reale di partecipazione degli elettori era inferiore al dieci per cento. Migliaia di video del 18 giugno mostrano seggi elettorali vuoti o quasi vuoti e queste immagini sono state contraddette solo da media statali che hanno trasmesso scene di affollamento in un seggio elettorale usato da molti funzionari governativi. Tra le proteste che si sono verificate immediatamente dopo l’elezione di Raisi, molte hanno continuato a crescere ed espandersi nei giorni successivi, compresi gli scioperi dei lavoratori che ora contano solo nelle industrie petrolifere e petrolchimiche della nazione migliaia di lavoratori in 60 aziende. Sabato, la signora Rajavi ha rilasciato una dichiarazione alla comunità di attivisti iraniani, facendo particolare riferimento ai giovani, sollecitandoli a “sostenere i lavoratori in sciopero” e a riaffermare “la volontà generale del popolo iraniano di rovesciare il regime clericale anti-lavoro”.

l dati elettorali evidenziano comunque una sfiducia nel sistema, trasversale a maggioranza ed opposizioni. Che l’astensione sia realmente una risposta attiva all’appello della signora Rajabi però appare davvero improbabile, perché i Mojahedin sono mal visti dell’opinione pubblica iraniana, a causa della loro attività terroristica ai tempi dello Scià, ed anche durante la guerra contro l’Iraq, nella quale erano schierati con Saddam Houssein, contro il loro stesso Paese. La ragione principale delle proteste è economica, prima che politica. In questi ultimi anni è salito parecchio il cambio, adesso €1 è 30.000 Toman( 300000Rial) danneggiando gravemente anche gli affari economici interni, non solo import ed export. A questo si aggiunge la carenza dell’acqua, soprattutto nel sud, e dell’interruzione della corrente elettrica, fino a 6 o  7 volte al giorno, in piena estate, con danni ingenti per l’economia e per la qualità della vita. Questa situazione è dovuta a scelte infrastrutturali sbagliate ed alla cattiva gestione del paese, che è creato rabbia ed insoddisfazione nella gente. Sul piano politico le manifestazioni di questi giorni, sempre più diffuse e partecipate, sembrano evidenziare una simpatia crescente nei confronti proprio del figlio dello Scia, nato in Iran, rifugiato in Egitto con la famiglia dopo la rivoluzione del ‘79, e trasferitosi negli Stati Uniti con la morte del padre. Reza Pahlavi, figlio di Mohammad Pahlavi, in questi giorni pubblica messaggi video che incitano la popolazione a ribellarsi, chiede ai governanti di ascoltare il popolo e di non rispondere alle proteste con la violenza e con il fuoco. La sua attività politica di lotta al regime è però cominciata prima delle proteste di questi ultimi giorni. Nel 2019 spiegò così il suo progetto politico democratico in un’intervista al quotidiano La Stampa: “Il futuro dell’ Iran sarà basato su libertà, sicurezza e dignità umana. Nell’ Iran libero ogni cittadino avrà un ruolo per la costruzione della democrazia dal primo giorno. Noi, insieme, sceglieremo un sistema di governo con un referendum popolare. Eleggeremo i rappresentati di un’ assemblea costituente e del parlamento. Anche la sicurezza è cruciale. Garantiremo la sicurezza dalla violenza arbitraria dello Stato, dall’ indigenza, dalle interferenze straniere e dal terrorismo. Infine, la dignità umana. Ogni iraniano sarà trattato con la dignità che merita come cittadino ed essere umano, senza considerare la razza, la fede o lo status sociale.”

Difficile però fare previsioni sulla possibilità che il regime cada sotto la spinta delle rivolte interne e la pressione politica ed economica esercitata dall’esterno. L’ultimo tentavo di rovesciamento di un regime dittatoriale per mezzo di questa strategia è stato in Siria, e non si può dire che sia stato un successo. Il sostegno economico e militare alle milizie ribelli e contrarie al regime di Bashar Al-Assad ed i pen-ultimatum del Presidente Obama sulla linea rossa che non avrebbe dovuto essere valicata non hanno prodotto la caduta del regime, sostenuto militarmente da Russia ed Iran, ma hanno prodotto una guerra civile sanguinosa, morti, sfollati e profughi, ed hanno contribuito alla nascita dell’ISIS. Dopo questa pessima esperienza c’è da aspettarsi che l’Amministrazione americana sia più prudente quando auspica la caduta di un regime dittatoriale e l’avvento della democrazia in un Paese del Medio Oriente.

Il dilemma dell’Occidente davanti ad un bivio.

Ora l’America e l’Occidente si trovano davanti ad un bivio. Da un lato c’è la prosecuzione sulla strada intrapresa, della massima pressione verso il regime iraniano, puntando ad un cambio di regime. Non sarebbe la prima volta che questo accade, ma la terza in sessant’anni. Sino al 2013, quando Washington ha finalmente reso pubbliche le mille pagine relative all’Operazione Ajax, gli Stati Uniti avevano sempre negato ufficialmente ogni coinvolgimento diretto nel golpe che portò all’instaurazione della dittatura di Muhammad Reza Pahlavi[24]. L’Operazione Ajax fu indubbiamente un successo della CIA, ma nel 2000, l’ex Segretario di Stato dell’Amministrazione Clinton, Madeleine Albright, dichiarò che “l’amministrazione Eisenhower credeva che le proprie azioni fossero giustificate da ragione strategiche, ma il colpo di stato è stato un chiaro ostacolo allo sviluppo politico dell’Iran. Ed è facile capire perché oggi molti iraniani continuano ad essere infastiditi da quest’intervento da parte dell’America nei loro affari interni”. Le considerazioni della signora Albright ci portano dritti al secondo cambio di regime. Questo si definì il primo febbraio 1979, quando il religioso sciita Ruhollah Khomeini arrivò all’aeroporto di Teheran. Veniva dalla Francia, dove era in esilio e dove registrava le sue audiocassette di propaganda, che venivano spedite illegalmente in Persia. Un giorno forse gli storici ci diranno chi lo aiutava a farlo. In breve tempo Khomeini divenne il leader della rivoluzione iraniana[25]: marginalizzò tutte le altre forze politiche che avevano complottato contro lo scià, tra cui comunisti e nazionalisti, e impose un sistema di governo che non si era mai visto fino a quel momento, chiamato velayat-e-faqih, traducibile letteralmente come “governo del giureconsulto”, cioè un governo nel quale veniva riconosciuto il ruolo di guida del giurista islamico sulla comunità dei credenti. Khomeini trasformò l’Iran in una Repubblica Islamica, un paese molto diverso da quello che era esistito fino a quel momento, e ne cambiò radicalmente le alleanze internazionali, con enormi conseguenze su tutto il Medio Oriente. Alla luce di quel che è successo dopo credo che si possa tranquillamente dire che per gli iraniani e per il mondo sarebbe stato meglio che la “rivoluzione Khominista” fosse fallita. Invece l’Iran di oggi, con tutte le sue contraddizioni ed i suoi problemi, e con il regime teocratico e dittatoriale che lo governa, è l’esito proprio di quelle pagine di storia.  Oggi le condizioni interne di stabilità del regime sono più fragili che nel passato. Il consenso popolare si è progressivamente consumato e con esso potrebbe essersi indebolito anche il legame tra religiosi e militari, che è l’asse fondamentale su cui si basa la tenuta del potere iraniano. La caduta dello Scià fu possibile grazie al tradimento di una parte del suo stesso sistema di potere, in particolare negli ambienti militari. In queste condizioni, forse, il regime che domina la repubblica islamica dal 1979 potrebbe crollare allo stesso modo. Se vi fosse una convergenza tra forze esogene ed endogene, in una condizione di crisi economica e tensione sociale, una parte del potere potrebbe mettersi contro l’altra per conquistare l’egemonia o mantenere il potere. Ma questa è solo un’ipotesi, possibile, ma è difficile dire quanto sia probabile. Come si diceva anche il regime di Bashar Al-Assad sarebbe dovuto crollare così, nei piani americani, ma il dittatore Siriano è ancora in sella, e la Siria è uscita distrutta dalla guerra civile, ed è rimasta nell’orbita di influenza russa ed iraniana. Dall’altra parte del nostro bivio c’è la seconda strada che l’Occidente può percorrere. C’è la possibilità di sfruttare la debolezza del regime, indotta dalla politica americana della massima pressione, per negoziare con esso un nuovo accordo, che allontani l’Iran dal sodalizio con Mosca e Pechino. Le tre carte sul tavolo sono un nuovo accordo sul nucleare, l’allentamento delle sanzioni economiche, e la stabilizzazione dell’Afghanistan e del Medio Oriente, fuori dal piano cinese delle nuove vie della seta. Tutte tre queste carte potrebbero essere buone, ma potrebbero anche essere false, o produrre effetti ingannevoli. Raramente la decisione politica si basa su prospettive sicure, analisi chiare e conseguenze certe. Come si è già detto fonti di intelligence israeliane hanno documentato che il regime iraniano non aveva affatto abbandonato l’obiettivo strategico di conseguire le capacità necessarie per quella che considera la “legittima deterrenza nucleare”. Anche quando il precedente accordo era in vigore l’Iran perseguiva il progetto dell’arma atomica, tanto più dopo aver visto la fine del dittatore Saddam Hussein, che non è stato rovesciato perché disponeva davvero di armi di distruzione di massa, ma semmai perché non ce le aveva. Un nuovo accordo consentirebbe alla Repubblica Islamica di operare legalmente per l’arricchimento dell’uranio a fini civili, condizione necessaria (anche se non sufficiente) per acquisire la capacità per un arricchimento maggiore, quello che serve per fare la bomba atomica. In secondo luogo promuovere un maggior protagonismo iraniano nella stabilizzazione dell’Afghanistan porterebbe indubbiamente vantaggio alla parte talebana, affine culturalmente, politicamente e militarmente al regime teocratico e dittatoriale degli Ayatollah. Ne farebbe le spese la parte a fianco della quale la NATO ha combattuto per vent’anni, in quel disgraziato Paese. I talebani conquistarono il potere in Afghanistan dopo la fine dell’occupazione sovietica, e quel che capitò ai collaborazionisti ed alla società civile è memoria ancora recente. In terzo luogo non c’è nessuna garanzia che una strategia di questo tipo possa incrinare davvero i rapporti che si sono consolidati in questi anni tra il regime iraniano, quello cinese e quello russo. Se fosse vero sarebbe un successo strategico notevole, ma gli Ayatollah hanno già dimostrato di essere maestri nel doppio gioco. C’è invece la certezza che la fine delle sanzioni aiuterebbe la popolazione iraniana, ma aiuterebbe anche il regime, che con una ripresa dell’economia e dei rapporti con l’Occidente riprenderebbe fiato e forza, a danno della resistenza iraniana, che lotta per conquistare la democrazia. Dunque nessuna delle due strade che si diramano in questo bivio è sicura, libera da rischi, problemi, e controindicazioni. La scelta, comunque, è difficile sul piano politico, e lo è anche di più sul piano etico. Cosa deciderà di fare l’amministrazione Biden?

Alberto Pagani


[1] Allora la preoccupazione era che le risorse naturali e territoriali russe congiunte alla potenza navale e industriale tedesca avrebbero costituito un grave pericolo per l’egemonia britannica, oggi la vista di Angela Merkel alla Casa Bianca ha come oggetto di discussione le sanzioni alla società Nord Stream 2 AG, per completamento dell’ultimo tratto del gasdotto che raddoppierà i collegamenti tra la costa baltica della Russia e il porto di tedesco di Greifswald. Si potrebbe pensare che dopo un secolo di storia le cose non siano cambiate molto.

[2] I britannici, alla luce della sconfitta russa contro il Giappone, ne ridimensionarono notevolmente il potenziale minaccioso, siglando un’alleanza durata fino alla prima guerra mondiale. L’idea degli stati-cuscinetto fu ripresa durante la conferenza di pace di Parigi del 1919, circoscritta all’ambito europeo, per evitare contatti tra quelli che furono gli imperi centrali.

[3] Fino al crollo dell’Unione Sovietica, le amministrazioni americane seguirono la strategia suggerita da Mackinder: evitare la formazione di una grande potenza eurasiatica, ricorrendo ad alleanze strategiche (prima convertendo il Giappone in uno stato-satellite, poi sfruttando la crisi sino-sovietica, avvicinandosi alla Repubblica Popolare Cinese) e contenendo la minaccia sovietica su ogni fronte (dal Vietnam all’Afghanistan).

[4] Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale sotto l’amministrazione Carter, applicò le tesi di Mackinder e Spykman favorendo il miglioramento dei rapporti bilaterali con la Repubblica Popolare Cinese per isolare l’Unione Sovietica, e contenendo l’espansionismo sovietico in Asia centrale, finanziando i mujaheddin in Afghanistan.

[5] Riguardo la Russia, Brzezinski suggerì di ridurne l’influenza procedendo all’allargamento dell’Unione Europea (una pedina statunitense nella grande scacchiera) ad Est, fino ad integrare l’Ucraina. Processo avvenuto e tutt’ora in corso: la Georgia si è allontanata dall’orbita russa nel 2004 dopo la rivoluzione colorata che ha portato al governo Mikheil Saakashvili, in Ucraina il governo Poroshenko insediatosi dopo i fatti di Euromaidan del 2013, ha auspicato l’entrata del paese nell’UE e nella NATO.

[6] Medio Oriente e golfo Persico, per Brzezinski, rappresentavano una delle incognite maggiori, per via del contesto etno-religioso che rende l’area altamente conflittuale. Una regione importante, snodo essenziale per i traffici petroliferi, in cui collidono gli interessi di diversi paesi: Turchia, Iran, Arabia Saudita, Israele, Siria, Stati Uniti. Nell’ottica di mantenere l’area instabile ed infastidire le potenze regionali ostili, si inquadrerebbero diversi interventi: guerra del Golfo, invasione dell’Afghanistan, guerra d’Iraq e, in ultimo, l’appoggio ai ribelli anti-Assad in Siria e la linea dura contro l’Iran.

[7] L’allargamento ad Est e Balcani della NATO, la questione ucraina, la deposizione di regimi scomodi in Afghanistan ed in Iraq farebbero pensare di sì.

[8] Petraeus fu nominato al vertice del Comando che governa le operazioni militari americane nel quadrante dell’Asia Centrale, un settore vastissimo, profondo circa 5.400 da est a ovest e più di seimila da nord a sud, che include almeno venti Paesi, tra cui Iraq, Iran, Pakistan e Afghanistan, dall’Amministrazione Obama nel 2008. Petraeus si era circondato di ufficiali di altissima competenza strategica (detti i Petraeus Thinkers, penatori di pietra), molto attenti alle complessità del rapporto con la popolazione locale. Accanto all’uso della forza indicarono l’assoluta necessità di avviare forme di collaborazione e ricostruzione più efficaci e rispettose dei bisogni del territorio in cu operavano le truppe.

[9] Joint Chiefs of Staff Joint Publication 3-24, The Petraeus Doctrine: The Field Manual on Counterinsurgency Operations, 2009.

[10] Si tratta di un approccio multidisciplinare basato sulla cooperazione civile-militare che, attraverso i cosiddetti quick impact projects, (i progetti ad impatto immediato finalizzati ad avere effetti positivi sulle popolazioni locali e stabile con essa un rapporto di fiducia), ha l’obiettivo di “conquistare il cuore e le menti” delle popolazioni locali.

[11] I progetti prioritari avrebbero dovuto includere l’Afghanistan Ring Road e l’autostrada Kabul-Herat, il completamento delle linee ferroviarie transafgane, il completamento delle linee di trasmissione elettriche tra Asia Centrale, Afghanistan, Pakistan settentrionale  e India, ed il TAPI. In questo modo l’Afghanistan sarebbe tornato ad essere il perno geo-strategico del Pivot to Asia, in quanto centrale nelle connessioni che vanno “da Hanoi ad Amburgo, da Mumbay al Marocco”. L’Afghanistan, con tutti i suoi problemi derivati dal terrorismo, dalla corruzione, dai sistemi burocratici e politici poco favorevoli alla crescita sociale, e dalle infrastrutture poverissime, rappresenta un vero e proprio “collo di bottiglia” per lo sviluppo e con Petraeus gli Stati Uniti e la NATO avevano in animo di giocare un ruolo strategico, consapevoli che la vicenda afgana non può essere risolta solo con le armi, e per lo sviluppo economico del Paese serve legarlo ai grandi corridoi di trasporto e di comunicazione transcontinentale.

[12] Questa espressione è stata usata dal giornalista del New York Times Mark Mazzetti, premio Pulitzer per i suoi reportage dal Pakistan e dall’Afghanistan. Nel suo libro Mazzetti racconta la metamorfosi silenziosa del modo invisibile in cui gli USA fanno la guerra ed uccidono i loro nemici nel mondo, spiegando che da tempo le vere guerre non si fanno più allo scoperto, nei teatri più visibili, con l’intervento degli eserciti tradizionali. Le guerre americane sono diventate guerre ombra. Oggi a combatterle sono droni pilotati a distanza, spie inviate a creare guerre e sommosse, agenti assoldati sul posto. Titolo originale dell’opera: The way of the knife. The Cia, a sercret army, and a war at the end of the Earth.  2013 Mark Mazzetti

[13] Anche in altri passaggi dell’intervista le risposte del Presidente Trump, che appaiono abbastanza bizzarre e superficiali, evidenziano la nuova linea isolazionista da lui caldeggiata: “L’india dovrebbe essere coinvolta in Afghanistan… il premier Modi è molto intelligente, mi dice che hanno costruito una biblioteca in Afghanistan, chissà se qualcuno ci va…”, aggiunge con tono sarcastico. Poi un passaggio sull’invasione sovietica che ha scatenato un putiferio a Kabul: “L’Unione sovietica è andata in bancarotta combattento din Afghanistan. E’ diventata la Russia per colpa dell’Afghanistan… I sovietici erano lì per combattere il terrorismo ed evitare che entrasse in Unione Sovietica… Il Pakistan è lì, dovrebbe combattere…”.

[14] Aggiungendo però: “Fate attenzione alla sconfitta sovietica in Afghanistan e abbandonate il pensier di mettere alla prova il coraggio degli afghani, già testato”.

[15] L’idea di Trump forse era di coinvolgere gli alleati, in primo luogo Pakistan ed India, che per altro sono ancora ufficialmente in guerra tra di loro per l’annosa questione del Kashmir, ma la conseguenza più ovvia è che con il ritiro americano dal teatro Afghano ci sarebbe stato subito qualcun altro pronto a riempire il vuoto.

[16] “Kabul è un partner fondamentale per la Bri”, dichiarò ambasciatore a Kabul Liu Jinsong, che precedentemente era proprio il direttore del Silk Road Fund, confermando gli sforzi della Cina per facilitare i negoziati di pace e permettere l’integrazione dell’Afghanistan nella nuova via della seta e l’espansione della sfera di influenza cinese nell’area, come avevano fatto gli zar russi e gli inglesi con il loro impero, 150 anni fa. La Cina che è già pronta a sostituirsi agli Stati Uniti, in un’invasione del paese di tipo economico, già in corso, con la diplomazia del sorriso, appalti, progetti, prestiti a lungo termine e merci a basso costo, di cui gli afghani hanno bisogno come il pane. Un’espansione alla maniera cinese, come hanno già fatto in Africa: occupazione economica e non interferenza nelle questioni interne. Quello che conta è aumentare la sfera di influenza nel paese e anche la percentuale della crescita economica. Da tempo la diplomazia cinese è al lavoro per favorire la stabilizzazione dell’area. Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha formato da mesi un gruppo di contatto sotto l’egida della Shanghai Cooperation Organization (Sco) per cercare di trovare un’intesa politica tra governo e talebani e porre fine alla guerra. 
Inizialmente, proprio a causa del conflitto in corso e della presenza militare americana, la nuova Via della seta cinese non comprendeva l’Afghanistan, né il Pakistan. Ora con il processo di pace in atto, e le prospettive di stabilità dell’area, l’atteggiamento di Pechino verso Kabul è cambiato perché sono aumentate le possibilità di scambi e di investimenti.

[17] Decine di società cinesi sono coinvolte in progetti di costruzione e di infrastrutture per la ricostruzione del paese. Ovvimanete Pechino è anche interessata alle risorse naturali dell’Afghanistan, prima tra tutte il litio che serve per le batterie degli smartphone e delle auto elettriche. Finora i problemi di sicurezza e le difficoltà logistiche hanno impedito lo sviluppo dell’industria mineraria nel paese, ma la Cina ha già messo un piede avanti agli altri aggiudicandosi i diritti di sfruttamento dei giacimenti petroliferi di Darya Basin, nel Nord, e dell’enorme giacimento di rame di Mes Aynak, vicino Kabul. Pechino nel 2016 ha firmato un Memorandum of understanding con Kabul per includere il paese nella BRI, investendo, come primo paso, 100 milioni di dollari, sotto la forma di prestiti. Il primo collegamento ferroviario per le merci dalla Cina che raggiunge la città di Hairatan, al confine afghano, è stato così avviato. 
Un corridoio aereo collega Kabul con la città cinese di Urumqi, ed è stato aperto sotto il cappello della Bri, e l’Afghanistan ora fa parte dell’Asian Infrastructure Investment Bank, che finanzia i progetti legati alla Bri. Le infrastrutture ferroviarie possono facilitare il trasporto delle risorse naturali verso la Cina ed i collegamenti con il Pakistan, per cui è stato già avviato lo studio di fattibilità della Five Nations Railway, la ferrovia che dovrà collegare la Cina all’Iran, passando per l’Afghanistan. Un altro corridoio ferroviario previsto dai cinesi nell’area è quello da Nord a Sud che collegherà la città di Kunduz con Torkham, al confine con il Pakistan. Nel 2015, inoltre, sotto l’egida cinese è stato inaugurato il China-Pakistan Economic Corridor (Cpec), un programma di progetti infrastrutturali e nel settore dell’energia che prevede investimenti potenziali per oltre 60 miliardi di dollari. La BRI comporta infatti progetti infrastrutturali legati all’energia che coinvolgono l’Afghanistan , come ad esempio il Casa-1000 e il Tap-500, che prevedono l’export del surplus di energia elettrica prodotta dai paesi dell’Asia Centrale all’assetata Asia del Sud, a partire proprio dall’Afghanistan. In questo senso è certamente importante il progetto del gasdotto Tapi (Turkmenistan, Afghanistan, Pakistan, India pipeline), realizzato assieme agli indiani con i fondi dell’Asian Development Bank: la costruzione del tratto afghano è iniziata lo scorso anno. Il capitolo della Bri che riguarda Internet è denominato Digital Silk fibre optic cable, che ha già portato Internet in 25 province afghane. L’obiettivo è arrivare a collegare Cina, Asia Centrale, Asia del Sud, Medio Oriente e Europa con la fibra ottica, in un’unica infrastruttura digitale ad alta velocità. 
 L’Afghanistan ha bisogno del corridoio pachistano che è la via più veloce verso il mare, mentre il Pakistan ha bisogno dello sbocco verso Kabul per avere un accesso ai mercati dell’Asia centrale. I dialoghi trilaterali tra Cina, Pakistan e Afghanistan si sono svolti Pechino nel 2017 ed hanno portato a un nuovo Accordo di cooperazione, firmato nel maggio 2018, e la ragnatela cinese si è allargata così a tutta l’area.

[18] Quiao Liang, Wang Xiangsui, Guerra senza limiti. L’arte della guerra asimmetrica fra terrorismo e globalizzazione, 1996.

[19] “Fin dall’epoca dei romani, passando per le Crociate e fino al Jihadismo, la religione è servita per avviare azioni contro altri Stati o gruppi che interferivano con determinati interessi politici e/o economici, arrivando a veri e propri conflitti in nome di una causa mistico-religiosa, cui hanno fatto ricorso tuti i credi più importanti, nessuno escluso. Ricordiamo al leggenda del Sacro Graal, comparsa per la prima volta nel 1180 nell’incompiuto poema di Chrétien de Troyes Parceval, fu utilizzata come strumento propagandistico per incitare i cristiani europei a riconquistare il territorio occupato dagli infedeli musulmani.” Pedro Banos, Come si controlla il mondo. I meccanismi segreti del potere globale, Bur rizzoli, 2020, p. 323.

[20] “Il 16 marzo 2013 è stato arrestato un cittadino taiwanese, Hsien Tai Tsai, per aver esportato illegalmente strumenti e macchinari utili alla produzione di armi nucleari e di distruzione di massa, secondo la terminologia, un po’ ingenua, in uso oggi. Sihai Cheng, un cittadino cinese, è stato condannato pochi mesi fa negli Usa in quanto mediatore di affari per degli strumenti necessari al programma nucleare iraniano. Ben nove uomini di affari o collaboratori dei servizi segreti iraniani son stati, negli ultimi tempi condannati, in Occidente per aver fatto da mediatori nell’acquisto di parti utili per la costruzione e l’aggiornamento di reattori nucleari.” Giancarlo Elia Valori, Intelligence e geopolitica. Riflessioni in libertà. Rubbettino, 2015, p.65

[21] “D’altra parte, come è stato notato da molti analisti, le circa 6 mila centrifughe lasciate in azione con l’accordo di Losanna del P5+1 sono un numero irrazionale e, certamente, eccessivo. Le circa 6 mila centrifughe produrranno 2 tonnellate di Uranio a basso tasso di arricchimento, ovvero, con un 3,5% di U235, ma –è questo il punto – Teheran ha ancora in piedi un accordo per comprare materiale fissile per Bushehr dalla Russia. Se, invece, si ipotizza che le 6 mila centrifughe siano in funzione per produrre il materiale fissile che serve per la ricerca medica e fisica allora quelle centrifughe sono davvero troppe. D’altra parte, occorrerebbe un anno per produrre con 5 mila centrifughe sempre attive, l’uranio arricchito per una sola bomba nucleare, a può partire dall’uranio a basso tasso di U235. Basta ripassare il materiale ottenuto più volte nelle centrifughe e tutto diventa molto semplice.(…) Per un ordigno nucleare vero e proprio occorre l’U-235 al 90%, ma lo si può fare con vari passaggi nelle centrifughe, bastano, oggi, sedici chilogrammi per una bomba a implosione.” Ibidem, p66.

[22]  Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (spesso indicato NCRI) è un’organizzazione e coalizione politica fondata nel 1981, legata al partito anti-teocratico dei Mojahedin del Popolo Iraniano (Mojahedin-e Khalq), che si proclama parlamento e governo in esilio della resistenza in Iran al regime islamico al e si descrive come una ampia coalizione costituita da cinque organizzazioni e partiti di opposizione, appoggiato da oltre 550 personalità politiche, culturali e sociali, specialisti, artisti, intellettuali, scienziati, militari e comandanti dell’Esercito di Liberazione Nazionale (altro nome dei Mojahedin iraniani). Venne fondato inizialmente sull’alleanza tra i Mojahedin del Popolo Iraniano, il Fronte Nazionale Democratico e il Partito Democratico del Kurdistan Iraniano. Il 28 settembre 2012 il dipartimento di stato americano ha cancellato il nome dell’organizzazione dalla lista nera. Molti analisti credono che l’organizzazione in realtà sia solo l’ala politica dei Mujaheddin, sebbene entrambi affermino che quest’ultimo sia una semplice componente delle cinque organizzazioni del Consiglio, tra i quali vi sono anche le rappresentanze delle minoranze curde ed ebree. È stato ipotizzato che l’inclusione delle due organizzazioni nella lista sia più una concessione al regime iraniano per motivi petroliferi che basato su dati di fatto.

[23] “Mojahedin del Popolo Iraniano o Esercito di Liberazione Nazionale dell’Iran (spesso indicati con le sigle PMOI, MEK o MKO) o Mojahedin-e Khalq (سازمان مجاهدين خلق ايرانsāzmān-e mojāhedin-e khalq-e Irān) è la denominazione di un partito politico iraniano. tra i più attivi nell’opposizione al regime teocratico che ha preso il potere in Iran successivamente alla rivoluzione del 1979. In Iran è fuori legge. I leader sono Massoud Rajavie sua moglie Maryam Rajavi. Storicamente era un partito vicino al marxismo, come il Tudeh, seppur in veste islamizzata (islamo-marxismo), ma attualmente propone una piattaforma programmatica di intonazione socialdemocratica e laica, oltre che anzionalista e isalmo-socialista. 

È stato considerato per molti anni dall’Unione Europea un’organizzazione terroristica, infatti sebbene la Corte di Giustizia Europea abbia rigettato questa definizione esprimendosi per ben tre volte contro la permanenza dell’organizzazione nella lista nera delle organizzazioni terroristiche, solo nel gennaio 2009 i 27 Paesi, riuniti a Bruxelles, hanno deciso di cancellare i Mujaheddin del popolo, dalla lista.Il 28 settembre 2012 il dipartimento di stato statunitense ha cancellato il nome del MEK dalla lista nera. Il MEK ha compiuto attentati in Iran, utilizzati dalla propaganda per screditare il movimento agli occhi del popolo iraniano, rendendolo minoritario nelle rivolte in Iran. I mujaheddin, secondo alcuni, sarebbero sostenuti ufficiosamente anche da Israele e dagli stessi Stati Uniti d’America. Molti politici statunitensi di entrambi i partiti maggioritari, tra cui il presidente Barack Obama, si sono espressi a favore della cancellazione dei Mujaheddin dalla lista delle organizzazioni terroristiche, parlando favorevolmente del partito. L’opinione pubblica internazionale è divisa tra chi, pur non accettando il regime iraniano, considera il MEK solo un gruppo di ex-terroristi, contestando anche un certo culto della personalità nei confronti dei due leader, i coniugi Rajavi, e chi invece li considera legittimi resistenti, attivisti e partigiani, in lotta, paragonando anche la sig.ra Rajavi ai grandi leader come Gandhi e Nelson Mandela.  Il PMOI è la principale componente del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (NCRI), che ne rappresenta oggi il braccio politico pacifico, dopo l’abbandono della lotta armata.” (fonte Wikipedia)

[24] La CIA ebbe un ruolo centrale nel colpo di stato militare in Iran nel 1953 che destituì il nazionalista Mohammad Mossadeq Le circa mille pagine di documentazione declassificata sul caso sono state rese note dalla stessa agenzia governativa statunitense. Per raccontare quei giorni convulsi occorre fare prima un passo indietro. Il primo tentativo di golpe condotto da Gran Bretagna e Stati Uniti del 15 agosto 1953 – nell’ambito dell’Operazione Ajax– fallì miseramente: avvertito dell’imminente colpo di stato, Mossadeq fece arrestare decine di golpisti, ignorando gli ordini dello scià Mohammad Reza. Il generale Fazlollah Zahedi si nascose, mentre lo stesso scià fuggi in Italia. Il 18 agosto 1953, come svelano i documenti inediti, il quartier generale dell’agenzia governativa  di spionaggio americana diede l’ordine interrompere l’operazione: «Il golpe è fallito e non dobbiamo più partecipare a qualsiasi operazione contro Mossadeg che possa far risalire a noi. L’operazione contro Mossadeq deve essere interrotta». Il messaggio tuttavia venne ignorato da Kermit Roosevelt, figlio dell’ex Presidente americano Theodor Roosevelt ed ufficiale della CIA in Iran. Questa sua decisione ebbe conseguenze epocali perché il 19 agosto, il nuovo tentativo di Fazlollah Zahedi, grazie a una nuova ondata di proteste, spinte anche dallo spauracchio di una possibile rivoluzione socialista operata dal partito filo-sovietico Tudeh, ebbe successo. Mossadeq venne destituito e scontò la pena agli arresti domiciliari fino alla morte, sopraggiunta nel 1967.

[25] La rivoluzione iraniana non iniziò da un giorno all’altro. Nel 1963 lo scià aveva avviato la cosiddetta “rivoluzione bianca”, un programma molto ampio di riforme suggerite dall’amministrazione statunitense di John F. Kennedy (importante alleato del regime iraniano) per anticipare le spinte di cambiamento che già si intravedevano e che avrebbero potuto far guadagnare consensi all’opposizione comunista. La modernizzazione, però, fu troppo veloce e fu presto accusata di essere in realtà una “occidentalizzazione”. Era da diversi anni che i religiosi che si opponevano allo scià usavano questo argomento per screditare il regime: l’avversione verso l’Occidente, e in particolare verso gli Stati Uniti, era diventata sempre più diffusa dal 1953, quando lo scià aveva ripreso il controllo del paese grazie all’Operazione Ajax a cui avevano partecipato i servizi segreti statunitensi e britannici. Con le riforme promesse dalla “rivoluzione bianca” le aspettative degli iraniani aumentarono, ma l’economia non cresceva di pari passo e nel 1976 iniziò la crisi, con un aumento della disoccupazione e dell’inflazione. Nel maggio del 1977 ci furono le prime proteste degli intellettuali, a cui si aggiunsero in un secondo momento quelle dei religiosi. La rivoluzione iniziò così: con un movimento ampio e vario che includeva studenti, nazionalisti, religiosi e comunisti, che si opponeva alle politiche autoritarie e fallimentari dello scià. Poi però diventò qualcosa di diverso. A differenza dell’Operazione Ajax non vi sono documenti declassificati che raccontano quali Paesi ed in quale modo diedero sostegno dall’estero alla “rivoluzione Khomeinista”, ma è difficile credere che si sia trattato di un fenomeno tutto interno all’Iran, per non dire impossbile.


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