Perché è importante la prevenzione della radicalizzazione violenta

Importanza e utilità della prevenzione della radicalizzazione violenta: termini, metodi, strumenti di prevenzione in uso nei paesi membri dell’UE. Perché è necessario parlarne e soprattutto agire.

A partire dal 2001 ma soprattutto con lo scoppio della guerra civile in Siria e la creazione del gruppo terroristico Daesh, sono stati introdotti nel vocabolario comune termini come “radicalizzazione”, “jihadismo” o “fondamentalismo islamico”; termini ormai familiari ma che nella maggior parte dei casi vengono utilizzati con scarsa conoscenza dei concetti e delle dinamiche e che talvolta servono piú per stigmatizzare che per individuare fenomeni e cercare soluzioni.

É doveroso fare chiarezza fornendo risposte e soluzioni a realtá con cui, nostro malgrado, ci troviamo a convivere e a cui dobbiamo far fronte.

Innanzitutto é necessario soffermarsi sull’aspetto terminologico e fare una distinzione tra radicalismo e radicalismo violento poiché, per quanto possa sembrare banale, non lo é.

Il radicalismo é una tendenza ideologica sorta nel XVIII secolo all’interno del liberalismo europeo di cui rappresentava l’ala di sinistra e proponeva riforme politiche radicali in senso egualitario. Di fatto, una corrente tutt’oggi rappresentativa e democratica.

Diverso é il caso del radicalismo violento, oggetto del dibattito europeo attuale e delle diverse politiche e strategie di prevenzione (PVE). La radicalizzazione violenta indica quel processo che porta una persona ad adottare sistemi di credenze che giustificano l’uso della violenza per giungere ad un cambiamento sociale o politico. In altri termini, come la definirebbe Neumann, la radicalizzazione violenta é “quello che accade prima che si detoni una bomba”.

Un altro termine su cui spesso si fa confusione é “jihadismo”. Coniato in occidente, nell’immaginario collettivo questo termine é ormai sinonimo di “guerra santa” contro l’Occidente o piú semplicemente di “terrorismo islamico”. Niente di piú incorretto. Il significato più letterale di jihād è “sforzo”. La parola jihād infatti, deriva dalla radice jahada che significa “sforzare, lottare, fare uno sforzo”. I musulmani spesso si rifanno a due significati di jihād: jihād minore (esteriore) inteso come uno sforzo militare esclusivamente di autodifesa e jihād maggiore (interiore) inteso come sforzo per autoemendarsi.

Inoltre, occorre ricordare che i processi di radicalizzazione violenta non riguardano solamente l’interpretazione o l’applicazione distorta di una confessione religiosa, bensí riguardano diverse aree: gli estremismi violenti politici di destra e di sinistra, il fenomeno del “hoolinganism”, e in generale tutte le attivitá di soggetti politici o sociali che non escludono, in linea di principio, il ricorso a forme di comportamento illegale o violento.

Per quanto non vi prestiamo attenzione, l’aspetto terminologico non é solo formale, bensí sostanziale: definire correttamente significato e significante collabora in maniera fondamentale a non creare fenomeni di stigmatizzazione ed é un primo passo verso la prevenzione di fenomeni di dissocciazione e conflitti sociali.

In secondo luogo, un elemento essenziale nella prevenzione di questo fenomeno riguarda la metodologia adottata dagli Stati membri, a livello nazionale, locale e municipale.

L’approccio utilizzato in diversi Stati membri é un approccio “multi-agency”, attraverso il quale si crea un sistema di collaborazione tra gli attori politici, gli organi pubblici quali le forze di polizia e le amministrazioni penitenziarie, gli operatori sociali, la comunità accademica, le comunitá religiose, i rappresentanti della società civile organizzata, gli esperti della sanitá mentale e le organizzazioni giovanili. La stretta collaborazione tra questi diversi agenti é essenziale ai fini della prevenzione della radicalizzazione violenta poiché, per quanto l’approccio militaristico possa essere efficace a livello di contrasto del terrorismo (CVE), é l’approccio di cooperazione sociale e interistituzionale che svolge un lavoro diretto, quotidiano e a lungo termine nella prevenzione di questo fenomeno.

Questi attori devono cooperare in maniera coordinata e coerente, facendo utilizzo delle buone pratiche adottate a livello comunitario – e non – e incoraggiando l’utilizzo degli strumenti creati a livello europeo per coordinare e relazionare i diversi attori coinvolti in questa missione.

Uno di questi strumenti é il Radicalisation Awareness Network (RAN).

La RAN è una rete di professionisti di prima linea provenienti da tutta Europa che lavorano quotidianamente con persone vulnerabili alla radicalizzazione o che hanno giá subito un processo di radicalizzazione. Tra i praticanti ci sono autorità di polizia e carcerarie, insegnanti, operatori giovanili, rappresentanti della società civile, autorità locali e operatori sanitari.

La rete RAN é organizzata in nove gruppi di lavori – Communication and Narratives working group (RAN C&N); Education working group (RAN EDU); EXIT working group (RAN EXIT); Youth, Families and Communities working group (RAN YF&C); Local authorities working group (RAN LOCAL); Prison and Probation working group (RAN P&P); Police and law enforcement working group (RAN POL); Remembrance of Victims of Terrorism working group (RAN RVT); Health and Social Care working group (RAN H&SC) –  e dallo Steering Committee presieduto dalla Commissione europea e che comprende i leader dei gruppi di lavoro che si riuniscono quattro volte l’anno.

In questa piattaforma, i professionisti di prima linea, i ricercatori e i responsabili politici possono condividere le loro conoscenze, esperienze e rivedere le rispettive pratiche su come affrontare la radicalizzazione violenta ma soprattutto quali strumenti e strategie adottare per poter prevenire il fenomeno.

In aggiunta a queste iniziative e al fine di prevenire fenomeni di dissociazione e radicalizzazione che possono sfociare in atti di violenza,  gli Stati membri dovrebbero adottare diverse misure di tipo socio economico:

  • investire nell’istruzione formale e non formale che implementi il pensiero critico dei giovani nei confronti delle tendenze antidemocratiche, xenofobe e populiste che influenzano sempre di più la retorica politica attuale di alcuni paesi, adottando modelli di società tolleranti e pluralistiche, promuovendo l’adesione ai valori liberali e umanistici e al rispetto delle regole democratiche dello Stato di diritto;
  • investire nella lotta agli altissimi tassi di disoccupazione giovanile, alle condizioni di lavoro precarie che si registrano in numerosi Stati membri e all’alleviamento della povertá;
  • promuovere il dialogo interculturale basato su valori condivisi, la pace e la non violenza aprendo a una piú stretta collaborazione con le comunitá religiose;
  • collaborare in maniera piú efficace con la societá civile dei paesi terzi e favorire la diffusione della consapevolezza delle diverse culture e regioni del mondo, in particolare nel contesto della crisi migratoria, abbattendo pregiudizi e incoraggiando azioni di solidarietá attiva;
  • coinvolgere gli operatori dei social media nel contrasto all’incitamento dell’odio e della divulgazione di “fake news” nelle piattaforme online;
  • intervenire in maniera proattiva negli istituti penitenziari per agevolare la corretta formazione del personale carcerario e porlo in grado di individuare le situazioni di rischio;
  • investire con urgenza in programmi legati alla salute mentale della societá soprattutto dei giovani sotto i 30 anni;
  • investire in attivitá socio culturali ispirate a valori condivisi che rafforzino una capacità di resilienza sociale e che siano indirizzate ai piú giovani in quanto spesso sono i soggetti su cui i processi di radicalizzazione fanno piú presa, soprattutto in quei soggetti che si sentono esclusi ed emarginati dalla società o sono confusi da questioni identitarie e che trovano nelle ideologie radicali un punto di riferimento che compensa il senso di inferiorità e inadeguatezza che provano;
  • sviluppare contronarrazioni adoperando coloro che hanno abbandonato l’estremismo, puó avere un ruolo cruciale nel prevenire la radicalizzazione violenta.

In conclusione, la prevenzione della radicalizzazione violenta é una responsabilitá di tutti i governi degli Stati membri come di tutte le entitá che li compongono. L’adozione di un approccio olistico, la coordinazione con gli altri Stati membri e gli Stati terzi, l’adozione delle “best practicies” ma soprattutto la volontá di promuovere un dialogo costruttivo con i responsabili politici a livello europeo e nazionale, l’abbandono di una dialettica dell’odio e del rifiuto e l’istituzionalizzazione di uno scambio costante a tutti i livelli che consenta auna rete come la RAN di fornire raccomandazioni di azioni concrete agli Stati membri e alle istituzioni europee é certamente la strada piú corretta verso la prevenzione di fenomeni deleterei per le nostre societá.

L’italia, oggi piú che mai, ha una responsabilitá fondamentale in questo ambito ed é necessario capire che le sole strategie di contrasto all’estremismo violento e l’utilizzo delle sole misure repressive o politiche di chiusura non sono strumenti sufficienti anzi, possono essere stigmatizzanti e avere un effetto deletereo.

Non é certamente un lavoro semplice ma disponiamo degli strumenti, adoperiamoli.

Ilham Atrass

Dottoressa magistrale in Relazioni Internazionali. Titolo conseguito presso l’Università degli Studi di Torino con una tesi di ricerca dal titolo “islamofobia e radicalizzazione: il modello marocchino come sfida all’incompatibilitá e alla marginalizzazione dell’Islam all’interno del contesto italiano”.Attualmente Policy Adviser per le relazioni istituzionali e affari europei in Spagna e co-chair per il RAN Local working group



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