Sull’incerto crinale: la Tunisia tra crisi economica e illusioni populiste

Quali possono essere le cause alla base della crisi tunisina? L’analisi di Alessia Melcangi

Quando il 25 luglio il presidente tunisino Kais Saied ha annunciato la decisione di sospendere l’attività del parlamento per 30 giorni, revocandone l’immunità dei membri, e licenziare con decreto presidenziale il primo ministro Hichem Mechichi a seguito delle proteste di centinaia di manifestanti riversatesi nelle piazze tunisine, molti osservatori occidentali si sono mostrati sorpresi pronti a denunciare questo atto come il prologo di un imminente colpo di stato. Ma la mossa di Saied è stata davvero così inaspettata? La risposta, per quanto amara possa sembrare, è no. Bastava soltanto volgere lo sguardo verso la realtà tunisina degli ultimi dieci anni ‒ proprio quelli che sono passati dall’inizio delle cosiddette Primavere arabe ‒ e analizzare i dati economici del paese per comprendere che i semi di una profonda crisi economica e istituzionale, e quindi di un diffuso malcontento, erano già ben piantati sul terreno e che bastava solo un’ennesima crisi, quella sanitaria questa volta, a far scivolare la Tunisia su un pericoloso crinale.

Il paese nordafricano, infatti, rappresentato con facili entusiasmi come l’unico esempio riuscito, o forse sarebbe meglio dire “scampato” al processo di transizione successivo alle rivolte del 2011 che ha visto la maggior parte dei paesi coinvolti deragliare verso sistemi ancor più autoritari o addirittura in guerre civili, affronta ormai da diverso tempo una crisi economica che rischia di mettere in ginocchio il paese.

Secondo le stime del Fondo monetario internazionale (Fmi), dopo una costante diminuzione del PIL registrata dal 2011 al 2020, l’anno della pandemia di Covid-19 ha inferto un durissimo colpo all’economia del paese segnando un’ulteriore contrazione dell’8,8 per cento per l’anno 2021[1]. Secondo il Ministero delle finanze tunisino, il debito pubblico in pochi anni è passato dal 35% del 2011 al 75% del 2019 al 90% nel 2020, dati che fanno già immaginare che la maggior parte delle risorse pubbliche saranno dedicate al risanamento del debito piuttosto che al rafforzamento del sistema di welfare. Il paese ha un disperato bisogno di prestiti internazionali per equilibrare il bilancio e Saied sarà inevitabilmente costretto a adottare misure di austerità, che probabilmente si dimostreranno impopolari. Le difficoltà economiche del paese, che pesano tanto sulle fasce più povere della popolazione quanto sulla fascia media, si sono già facilmente tradotte in un peggioramento del tenore di vita e in un aumento della povertà. Secondo un recente studio della Banca Mondiale, a causa della crisi economica indotta dal Covid-19 la povertà nel paese nei prossimi anni è destinata a aumentare tra i 7,3 e gli 11,9 punti percentuali[2].

La Tunisia sta ora lottando con un tasso di disoccupazione del 17%, che probabilmente aumenterà man mano che l’impatto economico negativo dell’attuale crisi locale si diffonderà: ad essere colpito duramente il comparto del turismo, che impiega il 10% della popolazione attiva e attraverso cui il governo tunisino contavano di rilanciare l’economia, ma anche diverse imprese locali e di piccole dimensioni.  

A tale quadro drammatico si aggiunge anche una perdurante impasse istituzionale che attanaglia ormai da diversi anni la Tunisia post-rivoluzionaria: dopo il 2011, nessuna forza politica è riuscita a realizzare le richieste di cambiamento invocate nei giorni delle proteste e, cosa ancor più grave, nessun partito è riuscito a fornire una risposta accettabile al crescente disagio sociale ed economico di ampi settori della popolazione rafforzando, invece, i meccanismi di corruzione e clientelismo già ben radicati nel precedente regime di Ben ‘Ali . L’inadeguatezza della classe dirigente del paese si è resa evidente nella perdita costante di consensi per i principali partiti che hanno guidato la transizione: Nidaa Tounes, formazione creata nel 2012 da Beji Caid Essebsi – poi diventato presidente della Repubblica nel 2014 ‒ e Ennahda, partito di ispirazione islamica guidata dall’attuale presidente del Parlamento Rashid al-Ghannushi.

Proprio quest’ultima formazione, deputata a traghettare il paese fuori dal ventennale regime autoritario di Ben ‘Ali, ha nel tempo perso di mira i suoi obiettivi principali, ossia assicurare una stabile ripresa economica secondo i principi di giustizia sociale, invischiata per prima in una fallimentare politica di compromesso con le altre forze politiche tunisine e in una fallace ricerca di consenso. Il partito di al-Ghannushi ha pagato immediatamente gli sbagli compiuti, vedendo ridursi il suo successo elettorale ‒ da un sorprendente 37% nel 2011, al 27% dei voti nel 2014 arrivato, nelle ultime elezioni del 2019 ad un mero 19% ‒ e lasciando che nuovi partiti populisti colmassero tale vuoto.

L’elezione a presidente della Repubblica nel 2019 del professore di diritto costituzionale, l’outsider della politica tunisina Kais Saied, è proprio frutto di una combinazione di questi fattori. Conservatore ma decisamente lontano da posizioni marcatamente religiose, Saied ha fin da subito cavalcato l’onda di sdegno popolare per la classe politica mostrandosi alieno ad essa e altrettanto critico e promettendo cambiamenti radicali dall’interno della macchina statale, impegno che ha fruttato la sua vittoria alle elezioni presidenziali. Come in molti hanno rilevato, lo stesso presidente non ha mai fatto mistero di prediligere un sistema politico basato su una forma di democrazia diretta, libera da appartenenze di partito, che superi la democrazia parlamentare a favore di un sistema di assemblee locali, un’idea che senza andare troppo lontano riecheggia l’esperienza della Jamahiriyya di Gheddafi con tutto il pericoloso bagaglio di abdicazione ai diritti costituzionali e alle libertà fondamentali.

Le manifestazioni del 25 luglio, ancora una volta rivolte contro la logica della convergenza tattica tra partiti e del compromesso “a tutti i costi” che ha caratterizzato il contesto politico post-rivoluzionario condannando la Tunisia all’immobilismo, hanno offerto il destro a Saied per mettere in atto un piano quasi perfetto: appellandosi all’art.80 della Costituzione, che concede al presidente maggiori poteri in situazioni di emergenza, egli ha deciso misure eccezionali per salvaguardare le istituzioni e la sicurezza del Paese, invocando la disastrosa situazione economica e sanitaria legata alla diffusione del Covid-19. Quasi perfetto però, perché la decisione di Saied si piazza al confine tra la legalità e l’incostituzionalità del provvedimento, condizione che ha fatto gridare molti al colpo di stato. Tra i primi a denunciarlo, lo stesso al-Ghannouci, con cui il presidente ha un conto aperto fin dall’inizio del suo mandato e che è da questi accusato di essere una delle cause principali dei problemi presenti.

I 30 giorni di regime eccezionale che la Costituzione concede al presidente stanno per scadere. Si capirà quindi a breve se le vere intenzioni di Saied siano di rimanere nell’alveo costituzionale, nominando un nuovo primo ministro e concedendo al Parlamento di riprendere normalmente le sue funzioni, oppure, cosa che nessuno si augura, se anche la Tunisia si stia avviando sulla strada dell’autoritarismo.

Alessia Melcangi


[1] Reuters, UPDATE 1-Tunisia approves economic recovery and foreign exchange law, 13 July 2021, https://www.reuters.com/article/tunisia-economy-law-idAFL1N2OO2UP.

[2] The World Bank, Tunisia, 2020, https://thedocs.worldbank.org/en/doc/642149f5f762c2c7cdf6fa45da5e7b49-0280012021/original/16-mpo-sm21-tunisia-tun-kcm2.pdf.


Immagine tratta da Pixabay.com

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