Rischi e opportunità della missione militare in Niger

 

La missione italiana in Niger si concretizza nello schieramento di un contingente forte di 470 militari, 130 mezzi terrestri, due aerei ed equipaggiamenti logistici per una missione che si protrarrà nel tempo e che andrà ad affiancare quella già in atto in Libia – la missione di assistenza sanitaria “Ippocrate” – composta da poco meno di 300 militari dislocati a Misurata, e a quella della NATO in Tunisia a cui prenderanno parte 60 soldati italiani. Nel complesso delle operazioni militari euro-africane nell’area sub-sahariana, i soldati italiani si uniscono alla presenza della Germania (con mille uomini tra Mali e Niger), agli oltre 4mila francesi dell’operazione Barkhane, e ai mille statunitensi impegnati nella missione di contro-terrorismo in Niger e in Mali.

Un’aliquota di ricognizione del primo contingente italiano è già all’opera, in attesa dell’arrivo delle unità operative che saranno ospitate nella base francese di Madama, a cento chilometri dal confine libico, da cui è possibile monitorare i traffici migratori illegali verso la Libia, da cui passa l’80% delle centinaia di migliaia di migranti diretti in Europa, attraverso il Mediterraneo.

Un impegno, che sarà formalmente incentrato sul ruolo di assistenza alle forze di sicurezza nigerine in funzione di lotta al terrorismo, contrasto al crimine organizzato e al traffico di esseri umani, e stabilizzazione del confine con la Libia. Una missione “non di combattimento”, ma che non esclude la possibilità concreta di confronto armato con terroristi e criminalità organizzata, spesso uniti dai comuni e redditizi traffici di esseri umani, armi e droga, che difenderanno strenuamente da qualunque tentativo di ingerenza esterno.

La missione prevede l’impiego di truppe convenzionali di genio e fanteria leggera, unità specializzate nella minaccia chimica, batteriologica e radiologica, unità di supporto aereo, distaccamenti di forze speciali e intelligence, per un costo iniziale, per il periodo gennaio-settembre 2018, di poco superiore ai 30milioni di euro, nel totale dei 1504milioni stanziati per le missioni nel 2018 (con un aumento di circa 100milioni rispetto al 2017).

Il “campo di battaglia” della missione in Niger

Sul piano operativo i militari italiani dovranno addestrare le forze di sicurezza nigerine al fine di ottenere una capacità di combattimento e di controllo del territorio. Ma mentre i soldati francesi hanno un impiego definito che prevede operazioni di combattimento, per gli italiani sarà una missione di tipo Security Force Assistance, in linea con l’orientamento contemporaneo di lasciare alle forze locali l’onere dell’impegno sulla “linea del fronte”.

I numeri espressi e la tipologia degli equipaggiamenti, almeno quelli autorizzati dal Parlamento in questa prima fase, non sono sufficienti a fare di più e comunque non operazioni ad ampio raggio o a elevata intensità; così come il quadro giuridico escluderebbe la possibilità di arresto di immigrati clandestini e trafficanti. Dunque, sebbene nelle intenzioni dichiarate dal governo italiano ci sia il contrasto al terrorismo è invece più probabile che, accanto all’attività di addestramento, l’impegno dei soldati italiani sarà per ora un modesto contributo all’implementazione dell’accordo firmato a maggio 2017, con Libia, Ciad e Niger, per il monitoraggio dei flussi migratori e l’allestimento di centri di raccolta per i migranti che transitano attraverso quei paesi.

Le armi e le capacità operative delle milizie nigerine

Sul piano tecnico-tattico la flessibilità a cui ci ha abituati l’ultimo quindicennio di guerre, dall’Afghanistan alla Libia, conferma uno scenario di tipo asimmetrico, caratterizzato da attacchi suicidi, autobombe, ordigni esplosivi improvvisati (IED – improvised explosive device), imboscate.

La disponibilità di armi da parte delle milizie e dei gruppi di opposizione armata, la maggior parte proveniente dagli ex-arsenali libici, è una minaccia potenziale valutata come significativa.

La principale disponibilità, in termini quantitativi, è quella delle armi leggere – fucili, bombe a mano, razzi. Sono le armi utilizzate principalmente in azioni “mordi e fuggi” e per tenere sotto controllo le popolazioni e territori. A queste si uniscono le cosiddette “armi di reparto”, e di “accompagnamento” al combattimento: mitragliatrici pesanti (spesso montate su veicoli civili), lancia-granate, mortai, lanciarazzi contro-carro.

Un’ulteriore minaccia valutata come significativa è la disponibilità potenziale di sistemi missilistici contraerei  utilizzabili contro i velivoli impiegati per trasferimenti logistici e la movimentazione di truppe.

Infine, la disponibilità teorica di armi chimiche (sarin e iprite) reperite nei depositi libici. La minaccia è potenzialmente significativa, sebbene l’iprite possa avere effetti mortali se impiegata in grandi quantità e con adeguata capacità tecnica, che al momento mancherebbe.

Jihad e business criminale: due incognite che preoccupano

La prima incognita è la possibile reazione delle milizie che operano a cavallo dei confini tra Niger, Nigeria, Libia, Mali e Ciad, e che su quei confini hanno costruito economie illegali che uniscono criminalità, gruppi insurrezionali e terrorismo. La reazione si farà sentire proporzionalmente alla limitazione dei guadagni derivanti dal controllo delle frontiere; in ogni caso sarà una reazione violenta.

La seconda incognita è la possibile convergenza di organizzazioni criminali e gruppi jihadisti regionali: l’ISIS, Al-Qaeda in the Islamic Maghreb (AQIM), il Movement for Unity and Jihad in West Africa (MUJAO), Ansar al-Dine e il nigeriano Boko-Haram. La possibilità di un fronte comune non è da escludere. E la sconfitta militare dello Stato islamico in Siria e Iraq, così come la riemersione dell’ISIS in Libia, nelle aree desertiche centrali e al confine con l’Algeria, offre un’alternativa alla diaspora dei foreign fighter jihadisti in fuga.

Le opportunità strategiche di un ruolo operativo

Al netto dei rischi a cui andranno incontro i soldati sul terreno, l’onere di un impegno militare si traduce in opportunità sul piano strategico: in primo luogo garantisce una presenza, seppur oggi numericamente limitata, sul piano operativo e a tutela dell’interesse nazionale.

In secondo luogo, consente di ambire legittimamente a un ruolo di primo piano nel processo decisionale operativo che altrimenti sarebbe mancato.

Infine, segna un passo importante nel processo di riposizionamento geopolitico che ha come perno strategico il Mediterraneo: la presenza di un contingente limitato nei numeri e nelle capacità lascia aperta alla possibilità di un aumento progressivo e crea lo spazio di manovra politica per una missione di più ampio respiro.

 

Claudio Bertolotti (Ph.D), Direttore di Start InSight, analista strategico per il CeMiSS (Centro Militare di Studi Strategici), è docente e ricercatore associato ISPI (Istituto di Studi Politici Internazionali). Dal 2015 è il ricercatore senior presso la ‘5+5 Defense Iniziative’ dell’Euro-Maghreb Centre for Research and Strategic Studies (CEMRES) di Tunisi per la sicurezza del Mediterraneo.

 

 

Articolo originale pubblicato su Commentary ISPI in https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/rischi-e-opportunita-della-missione-militare-niger-19471

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