Rinnovabili e geopolitica: cambiano le carte ma non la tavola

Sin dai tempi del mito di Prometeo, umanità ed energia sono unite da un legame indissolubile. Tutti i processi naturali, tutte le attività umane richiedono una trasformazione di energia e su quest’ultima sono nate e si sono sviluppate le varie civiltà e società che hanno attraversato il corso della storia. 

Ed è proprio ripercorrendo questa relazione complicata tra l’uomo e le fonti d’energia che numerosi autori hanno messo in evidenza come le transizioni energetiche del passato abbiano stimolato i progressi tecnici e fornito opportunità senza precedenti per l’inventiva umana, ponendo enormi sfide sia per i produttori che per i consumatori delle nuove forme di energia. Lo sviluppo dei motori a vapore, l’introduzione delle turbine, la sostituzione delle biomasse con i combustibili fossili, ad esempio, furono innovazioni in grado di rimodulare il rapporto tra l’energia e l’uomo andando a imporre progressivamente la trasformazione di vecchie componenti, abitudini e attività, infrastrutture, causando inevitabilmente cambiamenti socioeconomici fondamentali. Nel mondo di oggi, sembra essere in corso un ulteriore transizione che dovrebbe portarci verso un rapporto tra uomo ed energia ecosostenibile, mirante al riutilizzo e alla riduzione dell’impatto umano sui cambiamenti climatici oramai sempre più evidenti. Le ragioni della necessità di tale cambiamento sono innumerevoli e tutte degne di profonda attenzione, ma nel campo della geopolitica non può che primeggiare l’esigenza di una maggiore sicurezza energetica da parte degli stati tramite l’utilizzo di fonti alternative a quelle fossili. Un termine che divenne di dominio pubblico nel 1973, quando la guerra dello Yom Kippur e il conseguente shock petrolifero misero in luce una verità non più occultabile: l’esistenza di un sistema globale energetico, costituito dalle differenti relazioni tra i diversi attori sia produttori che “energivori”, presenti nelle diverse aree del pianeta e caratterizzate da diversi rapporti di forza in grado di favorirne o metterne in crisi le relazioni economiche e politiche, rendendo così l’energia (nel caso particolare il petrolio) un’arma.

Per centinaia di anni, la concentrazione geografica di petrolio, gas naturale e riserve di carbone ha quindi contribuito a configurare il panorama geopolitico internazionale. Una transizione dai combustibili fossili all’energia rinnovabile dovrebbe teoricamente rompere il sistema, riducendo la competizione per le fonti d’energia in quanto teoricamente infinite.

Tuttavia, vi sono dei leciti dubbi su tale visione, principalmente per via del “dark side” che la transizione energetica porta con sé: nonostante le fonti d’energia siano rinnovabili e la mobilità elettrica riduca drasticamente l’impatto ambientale, alcuni materiali essenziali per la produzione di tali dispositivi rimangono oggettivamente scarsi o parte di un mercato oligopolistico che rischia di rallentarne lo sviluppo e mettere a repentaglio la sicurezza energetica degli stati allo stesso modo dei vecchi schemi. Utilizzando un “occhio geopolitico” sul fenomeno, emergono quindi nuove materie prime, nuovi attori e nuove aree d’interesse che allo stato tecnologico attuale sembrano non comprendere ad esempio il Medio Oriente, privo delle risorse richieste o di un’industria in grado di utilizzarle.

All’interno della grande lista delle materie prime necessarie alla transizione energetica, quelle che destano più preoccupazione sono le cosiddette “terre rare”. Un gruppo di 17 elementi della tavola periodica con proprietà uniche ed estremamente fondamentali per lo sviluppo della transizione energetica e dell’industria green. Il termine già definisce la situazione: allo stato attuale vi sono pochissime aree del pianeta che dispongono di siti di estrazione con concentrazioni economicamente sostenibili. Ciò ha generato la vecchia necessità da parte degli stati di tentare di diversificarne la provenienza e in alcuni casi di rilanciare l’estrazione autoctona, incontrando però difficoltà che non sembrano essere superabili (al momento) e che lasciano sostanzialmente immutato il dominio incontrastato della produzione degli elementi rari ad un solo attore: la Cina.       Se si vanno ad esplorare i dati più recenti appare uno scenario impressionante: Sin dal 1994 il dragone ha controllato (e controlla) l’estrazione delle terre rare nel mondo, raggiungendo negli ultimi anni una percentuale che si è mossa tra il 70 all’80%. Allo stesso tempo, sfruttando questa posizione di quasi monopolio, la RPC è riuscita ad accrescere ulteriormente la sua forza nel settore grazie all’acquisizione di know-how e strutture in grado di sostenere le operazioni di raffinazione. Allo stato attuale, tutta la filiera di questi elementi, dall’estrazione al consumo, vede una prevalenza nelle attività della Cina.

 

Delle criticità derivanti da una condizione di quasi-monopolio in un settore chiave in costante crescita, nessuna potenza mostrò preoccupazione sino al 2010, quando per la prima volta questa posizione predominante venne utilizzata per scopi di politica estera.

L’arresto di un pescatore cinese legato alla storica controversia sulla sovranità delle isole Senkaku /Diaoyu con il Giappone, fece da pretesto per mostrare al mondo la situazione: vennero in maniera non ufficiale interrotte le spedizioni di elementi rari verso il Giappone e annunciata la riduzione delle quote destinate all’esportazione in generale. In breve tempo Stati Uniti ed Unione Europea (oltre al Giappone) si trovarono in crisi di approvvigionamento, con un prezzo che schizzò ovviamente alle stelle.

Da quel momento le terre rare, divenute oggetto d’interesse dell’opinione pubblica, sono state tempestivamente definite come beni strategici da numerosi stati, mettendo in atto quindi piani nazionali / comunitari per ridurre l’estrema dipendenza da Pechino.

Ad oggi i risultati di tali strategie sembrano però essere vani, in quanto sebbene vi siano stati tentativi di rilanciare la produzione in altre aree, la Cina si è mossa sempre in anticipo, distruggendo le iniziative di possibile concorrenza eliminando nel 2015 le quote di esportazione inondando nuovamente il mercato globale e facendo crollare i prezzi, acquisendo inoltre concessioni estrattive in aree potenzialmente competitive come in Groenlandia con il 54% della proprietà dell’unico sito d’estrazione “europeo” e il 10% dell’unica miniera di elementi rari degli Stati Uniti.

Aggiungendo alla considerazione il fatto che negli ultimi anni Pechino ha costantemente minacciato di porre dazi alle terre rare nel corso della guerra commerciale con gli Stati Uniti, la competizione globale sembra in fermento e ben lontana dal raffreddarsi.

Non è prevedibile che tipo e che grado di conflittualità potrebbero emergere dalla competizione per l’energia pulita, specialmente nella situazione di emergenza corrente causata dalla pandemia di Coronavirus, che già ha prodotto effetti importanti nel mondo dell’energia colpendo l’industria petrolifera con un potenziale effetto di modifica della velocità del processo di transizione (solo il tempo ci dirà in quale verso). Quello che tuttavia appare sempre più probabile, è che mentre le energie rinnovabili riducono la dipendenza dalle risorse petrolifere, aumentano anche la dipendenza da materiali critici intensificando la concorrenza internazionale su di essi. Cambiano quindi le carte ossia le relazioni di potere globali legate all’energia del futuro con una Cina sembra essersi costruita una posizione di vantaggio difficilmente erodibile nel controllo delle risorse e nel know-how necessario, ma non la tavola, dove la crescente domanda di vari minerali e metalli nella produzione di energia rinnovabile potrebbe produrre serie domande per la sicurezza. Con le potenze occidentali, e in particolare gli Stati Uniti, che solamente negli ultimi anni hanno ingaggiato un confronto serrato con Pechino, il rischio di una nuova “OPEC” in versione rinnovabile è sempre più concreto. Questa volta sotto la forma di un solo paese che, avendo a disposizione una posizione d’influenza virtualmente in grado di controllare il processo di transizione energetica e l’afflusso di risorse, difficilmente non sarà tentato ad utilizzare tale come posizione come leverage in ulteriori scenari geopolitici, come accaduto pochi giorni fa con le minacce di un embargo di “terre rare” contro la statunitense Lockheed Martin a seguito dell’aggiudicazione di un contratto per l’aggiornamento delle batterie dei missili di difesa aerea Patriot in Taiwan.

Andrea Bonelli

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