White Trash, Cracker e Hillbilly: lo stigma della povertà bianca negli Stati Uniti

L’analisi di Anna Maria Cossiga sulla questione sociale e la povertà negli Stati Uniti.

È di recente uscita in traduzione italiana White trash. Storia segreta delle classi sociali in America, di Nancy Isenberg, docente di storia americana alla Louisiana State University di Baton Rouge[1]. Si tratta di un testo che affronta in profondità la questione della classe sociale negli Stati uniti, problema spinoso forse quanto quello della razza, e poco approfondito nel nostro Paese. Si parla spesso, infatti della discriminazione razziale contro le minoranze “non bianche” (e povere), ma assai poco di quella classista contro i bianchi poveri, probabilmente da considerare anch’essa come uno dei cosiddetti “peccati originali” della democrazia americana, sebbene rimossa dalla memoria collettiva del Paese.

Per affrontare con maggiore cognizione di causa la situazione, cominciamo con il fornire alcuni dati quantitativi sulla composizione etnica degli Stati Uniti -anche se, il termine usato nei documenti è quello di “popolazione americana per razza”- e sulla situazione socio-economica di ciascun gruppo. Secondo una stima della fine del 2020, la popolazione totale è di circa 330 milioni di persone, di cui 180 milioni bianchi (non ispanici); 40 milioni circa afro-americani; 61 milioni circa ispanici. Il resto è diviso tra asiatici (18,5 milioni circa), nativi delle Hawaii e delle Isole del Pacifico (660 mila circa); nativi americani 2milioni 300 mila mila circa); multirazza  9 milioni e 200 mila circa[2].

Da notare, la singolare precisazione che tra i bianchi non vengono annoverati gli ispanici, la cui pelle ha, probabilmente, una sfumatura troppo scura. Del resto, anche Benjamin Franklin, uno dei Padri Fondatori degli USA, si lamentava anche del colore di alcuni dei nuovi immigrati in quelle che erano ancora colonie inglesi in terra americana: “Gli spagnoli, gli italiani, i francesi, i russi e gli svedesi hanno in genere quella che chiamiamo una carnagione scura; e anche i tedeschi, esclusi solo i sassoni che, con gli inglesi, formano il gruppo principale di bianchi sulla Terra. Vorrei che il loro numero aumentasse”. Si potrebbe discutere molto sulla carnagione scura di svedesi e russi,ma quello che ci interessa è che per Benjamin solo i sassoni, e cioè alcuni tedeschi e gli inglesi, sono bianchi[3].

Torniamo, però, alla povertà dei bianchi statunitensi contemporanei. Nel 2019, il 7,3% dei bianchi viveva sotto il livello di povertà. Certo, una percentuale molto bassa rispetto al 18,8 % nella comunità afro-americana, 15,7%[4] di quella ispanica. Si tratta, comunque, di più di 20 milioni di persone, oggetto di una vera e propria discriminazione di classe. Sono i white trash, la “spazzatura bianca”, di cui la Isenberg descrive la storia sin dalla fondazione degli Stati Uniti e che fa parte integrante dell’immaginario culturale degli Stati Uniti. 

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Il termine, in origine, si riferiva ai cittadini indigenti di cui l’Inghilterra si liberava volentieri inviandoli nelle colonie americane, dove potevano essere trasformati in “risorse economiche”. Erano banditi e criminali di vario tipo, vagabondi, prostitute, bambini di famiglie povere, ribelli irlandesi, semplici cercatori di fortuna che si impegnavano a ripagare le spese della traversata lavorando senza salario per vari anni. Una forma di schiavitù a scadenza, insomma. Una volta pagato il debito, tuttavia, non potevano permettersi di acquisire terra da coltivare e continuavano a lavorare come piccoli affittuari o, comunque, alle dipendenze dei grandi proprietari terrieri, o occupavano illegalmente terreni aridi, coperti di foreste o nelle zone acquitrinose. Terreni improduttivi, insomma, che certo non ne miglioravano la situazione economica.

White trash vennero definiti, sin dagli anni ’20 dell’800, e poi sempre di più con il passare del tempo, soprattutto i poveri i bianchi degli Stati rurali del Sud e della zona degli Appalachi meridionali, anche se realtà economiche simili erano presenti, per esempio, in New England, i cui abitanti meno abbienti venivano etichettati come swamp Yankees, Yankee delle paludi.

All’epiteto originario se ne aggiunsero altri, altrettanto discriminatori, quali squatter (abusivo), cracker (per il suono delle piccole fruste che usavano per condurre il bestiame al mercato) hillbilly (montanaro), red neck (collo rosso, dal fatto che, lavorando all’aperto, la pelle del collo si arrossava per l’esposizione al sole). I termini “emigrano” insieme alle classi rurali impoverite che si spostano in cerca di fortuna dopo il crollo di Wall Street del 1929, a coloro che si trasferiscono nei centri urbani del Sud e del Midwest nella metà del XX secolo e finiscono con l’essere applicati a una larga classe di bianchi poveri, agricoltori o meno, distribuita un po’ in tutte le zone, soprattutto interne, del Paese. Nelle poco edificanti descrizioni che si succedono nel tempo, la “spazzatura bianca” vive in uno stato di degrado in condizioni semi-animalesche, abitando in baracche di fortuna; i bianchi poveri sono ignoranti, malvestiti, hanno un forte accento regionale e non rinuncerebbero mai al loro fucile; hanno anche una marcata tendenza alla criminalità, sono estremamente “carnali” e persino incestuosi, hanno un gran numero di figli, spesso fuori dal matrimonio e in età precoce, sono alcolizzati, razzisti e bigotti. Tutti, in un modo o nell’altro, sono bianchi improduttivi ed arretrati, che mal si accordano al modello del sogno americano. Lo stereotipo classico si è adeguato ai tempi e alle caratteristiche negative del passato si sono aggiunti l’abuso di droghe e la vita nomade condotta su trailer malandati, spesso di terza mano, in trailer park sparsi per tutti gli Stati Uniti..

Disdegnati dalle classi più abbienti e persino considerati, in epoche passate, come esempi di una razza bianca degenerata a livello biologico e indegni di riprodursi, white trash, cracker, hillibilli, redneck, con i più recenti trailer trash,sono stati anche i protagonisti di grandi opere della letteratura americana a sfondo sociale e di film e serie televisive di grande successo, dove però vengono per lo più ridicolizzati come una classe di bianchi “diversi”, divertente quanto si vuole, ma a cui si preferisce non appartenere. Allo stesso tempo, però, è stata condotta una ridefinizione dei termini denigratori, che sono diventati marcatori identitari, in opposizione sia al potere e ai valori culturali delle classi medio-alte, sia alle minoranze che sono sì povere, ma non sono bianche. Lo stereotipo del white trash è stato caricato anche di positività, in quanto reminescente dell’antica ruralità tanto decantata dai Padri fondatori, della forza e del coraggio degli antichi pionieri, dell’autosufficienza delle comunità che hanno costruito l’America e della purezza etnica. Insomma, far parte di queste categorie vilipese e ridicolizzate può essere anche un motivo di vanto.

Definiti spesso come rural voters e working-class voters – elettori storici a cui si sono aggiunti quelli delle classi medie suburbane sempre più impoverite- sono stati e sono corteggiati sia dai Repubblicani, sia dai Democratici, anche perché determinanti in alcuni dei cosiddetti swing states. Tale categoria di elettori, tuttavia, viene generalmente identificata come “di destra”, se non di estrema destra, e ormai da lungo tempo si sente abbandonata dalle colte ed affettate élite democratiche, incapaci di rappresentare, come invece dovrebbe essere, “l’uomo comune”. Del resto, le figure di maggior spicco del Partito Democratico, nell’ultima decina di anni, sembrano non aver dimostrato per loro particolare empatia o interesse. Già durante la campagna elettorale e dopo l’elezione di Barak Obama, si parlava dei problemi che il nuovo Presidente afro-americano aveva a connettersi con questa parte dell’elettorato. Durante la campagna del 2016, poi, ha descritto gli elettori delle classi più povere come “attaccati alle armi e alla religione”. Né ha fatto meglio Hillary Clinton, dopo la sconfitta, quando ha definito “deplorevoli” gli elettori del vincitore Trump sottolineando di aver vinto negli Stati “che rappresentano i due terzi del prodotto interno lordo americano” e che sono i più dinamici, quelli che vanno avanti”. Non è poi così strano, dunque, che proprio quegli elettori siano stati determinanti nella vittoria di The Donald e che abbiamo continuato a seguirlo ciecamente sino all’attacco al Campidoglio.

Questa, però, dovrebbe essere storia passata. Alle presidenziali di quest’anno, Biden ha recuperato, almeno in parte, il voto delle classi lavoratrici, soprattutto nelle zone suburbane, anche se la rural America ha continuato a preferire il Partito Repubblicano. Comunque, resta ancora molto da fare, per il nuovo Presidente e per il suo partito, per sconfiggere il razzismo e il classismo che ancora macchiano la società americana. Anche questa è democrazia.


[1] N. Isenberg, White trash. Storia segreta delle classi sociali in America, Minimum Fax, 2021, trad. di P. Cecioni.

[2] https://www.visualcapitalist.com/visualizing-u-s-population-by-race/.

[3] A.M. Cossiga, “I peccati originali d’Americana hanno radici in Europa”, 16-07-2020, https://www.limesonline.com/i-peccati-originali-damerica-hanno-radici-in-europa/119282.

[4] https://www.statista.com/statistics/200476/us-poverty-rate-by-ethnic-group/.

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