La morte di Osama Bin Laden, dieci anni dopo

Il 2 maggio del 2011 veniva annunciata al mondo la morte di Osama Bin Laden, leader di Al Qaeda, morto durante un’operazione dei Navy Seal in Pakistan. A dieci anni di distanza da quell’evento, un breve racconto della sua vita.

Il 2 maggio di 10 anni fa, il Presidente Barak Obama dette al mondo una notizia che in pochi secondi fece il giro del globo: Osama Bin Laden, leader dell’organizzazione terroristica di Al Qaeda responsabile degli attentati dell’11 settembre 2001 era morto[1]. L’icona mondiale del terrorismo jihadista e, probabilmente, il terrorista più famoso del mondo e uno degli uomini più ricercati di tutti i tempi era morto, all’interno di un compound anonimo ad Abbottabad, in Pakistan. Era chiaro che, dopo quasi dieci anni dagli attentati di New York e Washington, dopo due guerre in Afghanistan e Iraq, e numerosi altri attentati in giro per il mondo, dopo una caccia all’uomo durata anni, quella notizia scosse il mondo intero. Si tratta di qualcosa per lungo tempo atteso. Negli Stati Uniti, ma anche nel resto del mondo, pur quasi dopo dieci anni dagli eventi dell’11 setttembre, la memoria di quei fatti, come anche degli altri attacchi sanguinari condotti da Al Qaeda, era ancora molto viva.

Oggi, a dieci anni di distanza e quasi venti dagli attentati del 2001, il cui anniversario cadrà il prossimo settembre, la memoria di quegli eventi sembra molto più distante e lontana di quanto non fosse nel 2011, un anno di grandi cambiamenti e trasformazione per il Medio Oriente, sconvolto dalle Primavere arabe. Al tempo l’impegno in Afghanistan, paese che per anni era stato il rifugio di Al Qaeda e dei suoi leaders e da cui avevano potuto manovrare la loro rete globale e programmare gli attacchi contro l’Occidente, era ancora elevatissimo. La guerra in Iraq recentissima. Migliaia di soldati della NATO e americani erano impegnati al tempo tra le montagne e le valli afghane. In questi giorni, dopo le decisioni assunte nelle scorse settimane, americani e uomini della NATO, stanno avviando il loro disimpegno dall’Afghanistan, con l’obiettivo di completare il ritiro proprio entro l’11 settembre 2021.

Vi sarà modo, anche nelle prossime settimane, per approfondire questo tema, che è stato a lungo oggetto di grandi discussioni, in America come in Europa, e tutt’ora impegna un significativo dibattito tra analisti ed esperti di politica internazionale. Certamente nella storia del terrorismo jihadista e del jihadismo, le vicende afghane, dalla guerra antisovietica al regime dei Talebani alla caccia ai leaders di Al Qaeda, rappresentano una tappa importante. La storia di Osama Bin Laden è profondamente legata sia alle vicende afghane che alla storia del terrorismo. Per questo, in occasione dell’anniversario della sua morte, può essere utile ripercorrere brevemente la sua storia.

Membro di una ricca e influente famiglia, Osama Bin Laden era nato nel 1957 a Riyad, in Arabia Saudita, figlio di una donna di origine siriana e diciassettesimo figlio di Muhammad bin Awad Bin Laden[2]. Il padre era stato uno degli uomini più potenti del paese: immigrato proveniente dallo Yemen, era giunto nel 1931 nell’Arabia Saudita nascente dominata dal sovrano Abd al Aziz Saud, una terra ancora inconsapevole della potenza e della ricchezza che l’oro nero le avrebbe donato. Aveva poi mosso i primi passi come semplice muratore, prima di diventare un imprenditore edile tra i più importanti di tutto il Medio Oriente. La storia della famiglia Bin Laden è magistralmente descritta e narrata in Steve Coll nel suo libro “Il Clan Bin Laden. Una famiglia alla conquista di due mondi” mentre per quanto riguarda la vita del padre di Osama Bin Laden e la sua infanzia sono interessantissime anche le pagine scritte da Lawrence Wright in uno dei libri forse più belli scritti sulla storia di Al Qaeda e sull’attentato dell’11 settembre 2001, Le altissime torri.[3]

Muhammad Bin Laden ebbe numerose mogli e cinquantaquattro figli, tra i quali Osama. I figli poterono godere tutti delle comodità determinate dalla ricchezza del padre, poterono studiare nelle migliori scuole in patria e anche all’estero, prima di entrare nella azienda di famiglia. Osama potè vivere con la madre, dopo il divorzio tra i genitori: trasferitosi da Riyadh a Gedda giovanissimo iniziò a frequentare un prestigioso college al Thaghr, che ospitava i figli dell’emergente classe dirigente saudita e iniziò molto presto a maturare il suo interesse e la sua sensibilità religiosa, e a preoccuparsi anche dei possibili effetti dannosi per l’apertura all’Occidente della società saudita di quegli anni[4]. Sempre più attento ai comportamenti della vita quotidiana e alla sua religiosità, sposò una cugina, nel 1974, e iniziò a frequentare l’università di Gedda, iscrivendosi alla facoltà di ingegneria e frequentando anche corsi di gestione aziendale. Negli anni dell’università conobbe probabilmente anche Abdallah Azzam, che in quel periodo si trovava alla stessa università come insegnante, e iniziò a coltivare interessi per la politica e verso i movimenti islamisti che si battevano contro i regimi nazionalisti Mediorientali. Attenzioni che, dopo che nel 1979 l’URSS invase l’Afghanistan, lo fecero poi aderire al jihad afghano[5]. Bin Laden fu tra le migliaia di volontari che negli anni ottanta partirono per l’Afghanistan per combattere l’invasore sovietico.

Gli anni dell’Afghanistan e il contatto con l’universo del jihad antisovietico furono decisivi per la sua maturazione finale e soprattutto per la costruzione della vasta serie di contatti e di legami, sia all’interno della galassia jihadista che con i capi di molte fazioni dei mujaheddin, che poi risultarono determinanti anche per il suo ritorno in Afghanistan negli anni novanta. Spalla di Azzam a Peshawar, Bin Laden fornì, grazie alla smisurata ricchezza del patrimonio di cui disponeva, risorse e finanziamenti diretti alla causa afghana, ma potè essere anche tramite con molti facoltosi finanziatori. Nel tempo, forse dopo l’incontro con il nutrito gruppo di egiziani presenti a Peshawar, progressivamente si allontanò da Azzam, iniziando probabilmente a coltivare anche un suo sogno personale di gloria a capo della brigata araba e, in particolare, a capo del campo di addestramento, La tana del leone, che egli stesso aveva fatto costruire. È in questo periodo che probabilmente conobbe Zawahiri e rimase anche colpito dalle sue idee, in contrasto con quelle del jihad transanazionale di Azzam. In questo confronto che riguardava non solo l’Afghanistan, ma soprattutto la prospettiva del jihad per gli anni successivi, si intrecciavano linee diverse e programmi completamente alternativi: tra Azzam che mirava alla liberazione della Palestina e delle terre “occupate” dell’Islam, e Zawahiri e gli egiziani, che invece ambivano a tornare in patria per riprendere la loro battaglia contro “il Faraone”. È forse in questo contesto che si deve collocare anche la nascita del primo embrione di al Qaeda, a fine anni ottanta[6].

Dopo la misteriosa morte di Azzam e la fine della guerra contro i sovietici, molti volontari arabi, all’inizio degli anni novanta del Novecento, lasciarono il fronte afghano, ormai privo di interesse reale per la causa del jihad, e rientrarono nei propri paesi di origine, oppure si recarono in altri paesi in guerra, per continuare nella prospettiva che Azzam aveva indicato. Infatti si aprirono numerosi “fronti locali” del jihad nel primi anni novanta, sia in territori che devono essere liberati dagli “invasori infedeli”, come il Kashmir, Mindanao, le Filippine, la Bosnia, la Cecenia, come anche altri paesi in lotta contro i regimi nazionali, come l’Egitto o l’Algeria. Molti di questi volontari del jihad avrebbero fatto parte del network di al Qaeda[7].

Osama Bin Laden, ereditata la struttura e la rete di contatti del jihad afgano, rientrò in Arabia Saudita già nel 1989. L’evento che lo portò in rotta di collisione con la famiglia regnate del suo paese di origine, fu a seguito dell’invasione del Kuwait e la Prima Guerra del Golfo, quando proprio in Arabia, con l’accordo della famiglia reale, un imponente esercito occidentale vi aveva stabilito la propria base operativa per l’operazione Desert storm. Per i radicali islamisti e jihadisti arabi, come Bin Laden, la presenza delle truppe occidentali nella “sacra terra” della penisola arabica, era un’offesa impareggiabile e dimostrava, ancora di più, la sudditanza dei regnanti arabi, nei confronto degli occidentali e soprattutto degli americani. Questo evento rappresentò una rottura definitiva per Bin Laden che lo portò progressivamente prima al suo allontanamento dal regno e poi, quando furono evidenti le sue trame, al ritiro della sua cittadinanza e la privazione della nazionalità saudita[8].  Fuoriuscito dal suo paese iniziò così la serie di viaggi all’estero, che lom portarono in Sudan, dove l’ascesa al potere di un islamista come al Turabi stava trasformando il paese in un rifugio per molti islamisti radicali e jihadisti. Tra il 1992 e il 1996, Bin Laden potè agire indisturbato e riprese a tessere i nodi della sua rete jihadista costruita negli anni ottanta. Egli si spacciava al tempo come un generoso e semplice imprenditore, come si presentò a Robert Fisk, il primo giornalista occidentale che nel 1993 lo intervistò nel suo ritiro sudanese[9], e lo reincontrò poi nuovamente nel 1997 in Afghanistan, quando la sua posizione era già cambiata e il suo nome aveva acquisito una fama ben maggiore. In questi anni Bin Laden lavorò seguendo la prospettiva tracciata da Azzam e sostenendo la lotta dei jihadisti soprattutto in alcuni fronti locali del Jihad, come ad esempio la Bosnia e la Cecenia, e anche in Africa e nel sud-est asiatico. Fu anche il caso del Corno d’Africa, e della Somalia, dove numerosi combattenti jihadisti si recarono per combattere contro le truppe occidentali, soprattutto americane, sbarcate nel paese devastato dalla guerra civile. Me ben presto il Sudan esaurì la sua funzione di rifugio, intorno alla metà degli anni novanta, e Osama Bin Laden, raccolti armi e bagagli e privo della nazionalità saudita, dovette fuggire in Afghanistan.

In Afghanistan, dove i Talebani non avevano ancora raggiunto la conquista definitiva del paese, ma ne controllavano ampie zone, Bin Laden si ritrovò negli stessi territori di dieci anni prima, e vi potè insediare la sua struttura e lavorare alla organizzazione del suo progetto jihadista. L’Afghanistan del Mullah Omar divenne nel tempo un autentico “santuario” per i jihadisti,  e vi sorsero numerosi campi di addestramento per i nuovi volontari e per i vecchi veterani che vi giungevano dai paesi arabi in quegli anni. Qui Bin Laden trovò condizioni ottimali per rafforzare la sua organizzazione, oltre che per mantenere legami con le organizzazioni radicali jihadiste nel mondo. E proprio dall’Afghanistan, nell’Agosto del 1996, lanciò la sua Dichiarazione di jihad contro gli Americani che occupano i luoghi santi[10]. Da ricordare che poco tempo prima, nel mese di giugno, un attentato in Arabia Saudita, nella base militare statunitense di Daharan, aveva provocato la morte di 19 persone.

È questo il momento topico in cui, dopo gli anni delle lotte nei fronti locali del jihad, Bin Laden si scaglia ufficialmente contro il “nemico lontano”, l’Occidente, e soprattutto contro gli USA. Così, tra le alture afghane si compie il tragitto che porta Al Qaeda, nata negli anni del jihad afghano, passata dal Sudan e dall’esperienza, fallimentare, dei fronti locali del jihad, a orientarsi verso l’altro nuovo grande nemico lontano che agli occhi dei jihadisti, minaccia il Medio Oriente e i luoghi santi dell’Islam: gli Usa.

Il passaggio strategico verso il “nemico lontano” e, successivamente, al “jihad globale”, rappresenteranno negli anni successivi il salto in avanti che con Al Qaeda farà il terrorismo jihadista. Di fatto l’idea stessa del jihad globale divenne il tratto distintivo dei qaedisti, che ne incarnarono per più di un decennio l’organizzazione più rappresentativa, e Osama l’icona più famosa.

Scagliandosi contro gli Stati Uniti, Bin Laden aveva dunque ben chiaro l’obiettivo strategico contro cui Al Qaeda avrebbe lanciato la sua campagna di morte, lo stesso che già lo sceicco Rahman voleva attaccare nel 1993, con il primo attentato al World Tarde Center di New York. Agli occhi di Bin Laden, il potere economico, militare, politico degli Usa teneva sotto scacco i regimi mediorientali “corrotti”. Gli Americani “occupavano” le terre sante della penisola arabica con il bene placido della famiglia regnate saudita, finanziavano e sostenevano Israele, che opprimeva un popolo arabo e occupava i luoghi santi di Gerusalemme. Ma in realtà, oltre i toni con cui costruisce la sua icona mediatica con la serie di proclami e dichiarazioni rilasciate dai suoi rifugi nascosti sulle montagne, per Bin Laden combattere il nemico lontano significa anche porsi l’obiettivo di sconfiggere il nemico vicino, i regimi mediorientali al potere. Secondo la prospettiva qutbista, il vero obiettivo dei jihadisti, che sentono se stessi anche come una sorta di “avanguardia”, resta la lotta contro i regimi mediorienatli, considerati corrotti e miscredenti,  che devono essere abbattuti prima di poter restaurare il Califfato e riunire così sotto la legittima autorità prevista tutta la comunità dei fedeli.  Per perseguirlo egli non rinuncia a mostrarsi e lanciare i suoi messaggi e le sue invettive: dalla dichiarazione del 1996 alla nascita del fronte globale del 1998 il passo è breve e sancisce la consacrazione del progetto di jihad globale di al Qaeda e la nascita del fronte costruito insieme a Zawahiri. Da lì  a poco tempo il suo progetto portò agli attentati in Africa Orientale contro le Ambasciate americane nel 1998 e poi all’attacco contro la USS Cole, nel 2000, eventi anticipatori del grande attacco dell’11 settembre 2001 contro il World Trade Center di New York e il Pentagono.

Sarebbe troppo lungo e complesso analizzare l’impatto che l’evento degli attacchi dell’11 settembre 2001 ha avuto sulla politica internazionale e sull’opinione pubblica. Resta il fatto che la sua portata fu evidente praticamente subito e, da allora, il nome di Osama Bin Laden divenne tristemente famoso in tutto il mondo.

Durante la guerra in Afghanistan, che poco tempo dopo gli attacchi ebbe inizio, fu dispiegata una poderosa caccia all’uomo, per catturare lui e gli altri leaders di Al Qaeda. Di fatti l’organizzazione negli anni che seguirono, fu fortemente ridimensionata, ma ne Bin Laden, ne Zawahiri furono catturati. Almeno fino alla notte del 2 maggio 2011 e all’incursione dei Navy Seals del Team Six nel compound di Abbottabad dove era stato localizzato dalla CIA. Quasi dieci anni dopo l’inizio della Guerra globale al terrore.

Al di là dei sentimenti che la notizia della sua morte trasmise, nelle settimane sucessive ad essa si diffuse, forse anche erroneamente, l’idea che una stagione particolare, e terribile, legata alla minaccia terroristica jihadista potesse essere finita con la morte dell’uomo che più di ogni altro l’aveva incarnata. Ma come la storia negli anni immediatamente successivi ha dimostrato, purtroppo quella stagione non era conclusa.  A Bin Laden succedette immediatamente Ayman Al Zawahiri alla guida del gruppo, il quale, non senza difficoltà, si adoperò per rilanciare l’organizzazione scossa dalla morte improvvisa del suo leader, cercando di riorganizzarla.  Stava però mutando il contesto geopolitico  e strategico in cui anche i jihadisti avrebbero dovuto e potuto muoversi: il mondo arabo era entrato in una fase di cambiamento, le Primavere Arabe in quello stesso periodo stavano destabilizzando e scuotendo fino alle fondamenta i regimi dei paesi del Medio Oriente, nuove rivalità e vecchie fratture si stavano aprendo all’interno del mondo islamico e anche di quello sunnita,  e le nuove crisi scoppiate ( in Siria soprattutto) avrebbero offerto un nuovo terreno fertile per una nuova mobilitazione di jihadisti. Negli anni successivi, non a caso, emerse il fenomeno di ISIS nato da una costala di Al Qaeda in Iraq, erede dell’organizzazione che durante l’insorgenza irachena era stata guidata da un altra icona del terrorismi jihadista, Abu Bakr Al Zarkawi, morto pochi anni prima. Dal 2014, con la nascita del sedicente Stato Islamico e l’autoproclamazione del Califfato si produce una spaccatura tra ISIS e Al Qaeda, mentre a livello globale si fa largo Abu Bakr Al Baghdadi, leader del nuovo soggetto che ambisce guidare la galassia jihadista globale.

Dieci anni dopo la morte di Osama Bin Laden, i conti con la minaccia terroristica jihadista, come ci dicono anche le frequenti cronache, non sono ancora chiusi. Resta sempre necessario tenere alta la guardia e non sottovalutare mai questo tipo di minaccia.

Enrico Casini


[1] https://tg24.sky.it/mondo/2011/05/02/osama_bin_laden_discorso_barack_obama

[2] S. Coll, Il Clan Bin Laden. Una famiglia alla conquista di due mondi, Rizzoli, Milano, 2008.

[3] L.Wright, Le altissime torri, Adelphi, Milano, 2007

[4] O. Saghi, Osama bin Laden, l’icona di un tribuno, in G. Kepel ( a cura di) Al Qeada i testi, cit pag 8

[5] Sulla storia del Jihad afghano, della partecipazione di Bin Laden si suggerisce anche un altro libro di Steve Coll, “La guerra segreta della CIA”, Milano, Bur, 2006

[6] L.Wright, Le altissime torri, cit pp 166-175

[7] G. Kepel, Jihad ascesa e declino, Carocci, Roma, 2001

[8] O. Saghi, Osama bin Laden, in G. Kepel ( a cura di) Al Qeada i testi, cit pag 14

[9] Il racconto a questa prima intervista a Bin Laden è narrato in R. Fisk, Cronache Medioerientali, cit pp 29 – 34

[10] Il testo tradotto in italiano della “Dichiarazione di jihad contro gli Americani che occupano i luoghi santi” si trova in  G. Kepel (a cura di) Al Qeada i testi, cit pp 37 – 43

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