L’impegno della NATO per la pace in Afghanistan. Intervista con l’Ambasciatore Pontecorvo

Intervista esclusiva con l’Ambasciatore Stefano Pontecorvo, Alto Rappresentante Civile della NATO in Afghanistan, a cura del Direttore di Europa Atlantica Enrico Casini.

L’Afghanistan resta al centro delle attenzioni e dell’impegno della NATO, come il Segretario Generale dell’Alleanza Jens Stoltenberg anche recentemente ha ribadito. Mentre il processo di pace prosegue, nonostante il Covid, la NATO mantiene alto il suo impegno in quella che resta una delle sue missioni più importanti e complesse. Europa Atlantica ha avuto la possibilità di confrontarsi proprio sulle prospettive di pace e sul futuro dell’Afghanistan con l’Ambasciatore Stefano Pontecorvo, Alto Rappresentante  Civile della NATO nel paese.

Ambasciatore Pontecorvo, grazie per averci concesso la sua disponibilità e il suo tempo. Lei da alcune settimane ha assunto questo importante incarico diplomatico per la NATO in Afghanistan. Quale è la situazione politica che ha trovato nel paese?

Intanto mi lasci dire che siamo molto vicini, più di quanto vi siamo mai stati in passato, ad una opportunità di pace per l’Afghanistan, dopo 40 anni di guerre. Perché è giusto ricordare che questo paese è in guerra da più di quaranta anni. Dico questo perché tutti nel paese, tutte le parti coinvolte, comprendono che questo conflitto non può essere risolto militarmente, ma che è necessario un accordo politico. Ovviamente gli accordi politici non sono facili, soprattutto dopo così tanti anni di guerra, ma in circa un anno l’Ambasciatore Khalilzad ha fatto un lavoro eccezionale, consultando i paesi NATO nel corso di tutto il processo. Per quanto riguarda quello  che la NATO sta facendo per supportare il lavoro dell’inviato americano, che ha un’agenda molto intensa di incontri, noi stiamo sostenendo la credibilità e la stabilità del Governo afghano attraverso l’aiuto alle Forze armate e di sicurezza afghane. La nostra missione Resolute Support – che fu lanciata all’inizio del 2015, a completamento di quella precedente di combattimento a guida NATO, denominata ISAF – non è una missione di combattimento, ma piuttosto una missione preposta allo svolgimento di funzioni di assistance, advising and training delle forze di sicurezza afghane che hanno assunto la responsabilità del controllo e della sicurezza del territorio, proprio a partire dal 2015. E sono state le forze di sicurezza afghane che hanno spinto i Talebani al tavolo negoziale. In molti si aspettavano che una volta che la NATO avesse smesso di combattere al fianco delle forze afghane queste non sarebbero state all’altezza della sfida. In realtà lo sono state, e grazie al loro impegno e alle loro qualità professionali hanno fatto capire ai Talebani che non c’era possibilità di una vittoria sul campo, spingendoli a sedersi al tavolo negoziale.

Aggiungo una valutazione politico-militare: i Talebani sanno bene, come il Governo afghano, che l’impegno preso dalla Nato con il paese e con le forze armate afghane è per una sicurezza d una stabilità di lunga durata e che continueremo ad assisterle. Questo elemento, non da poco, dà maggiore solidità alla compagine militare afghana e può favorire un accordo.

In questi mesi il mondo è stato travolto dalla tragedia della pandemia di Covid-19. Che ricadute ha avuto in Afghanistan la pandemia?

La pandemia ha colpito duramente l’Afghanistan intero, e tutte le parti in causa sono state coinvolte dall’epidemia. Tenga conto che ufficialmente ci sono circa 30 mila casi di contagio e circa 700 morti, ma va detto che su 37 milioni di abitanti sono stati fatti circa 70 mila test. Quindi tutto sommato il campione non è significativo. Il Covid è un problema generale, che ha colpito in profondità nel paese su entrambi i lati. È evidente che sarà uno dei problemi che questo paese avrà da affrontare. Non solo dovrà essere ricostruito dopo la guerra, ma esserlo dopo la guerra e il Covid sarà ancora più complesso.

Ritiene che la pandemia ha avuto delle ricadute sulla sicurezza nel paese?

Certamente si. Il Covid, per le modalità di trasmissione e di contagio che lo caratterizzano, si trasmette anche in ambito militare. Per certi aspetti anche più facilmente, visto la prossimità e la vicinanza che le persone hanno in ambiente militare, dove si vive insieme e si lavora insieme. E questo in un paese come l’Afghansitan può essere un problema serio. Tra l’altro il Covid non sta ancora impattando del tutto la capacità afghana di reagire agli attacchi talebani, ma certamente li sta limitando.

Che ruolo ha svolto e che attività ha svolto la NATO nel paese per combattere dell’epidemia?

Vi sono state diverse attività promosse dalla NATO nel paese in questi mesi. Per prima cosa  abbiamo pensato di mantenere in sicurezza le nostre forze sul campo e garantire continuità nella nostra capacità di assistenza delle forze afghane nello svolgimento dei compiti previsti. Poi attraverso i comandi regionali NATO nelle diverse aree del paese, abbiamo fornito agli Afghani tutte le informazioni necessarie circa le best practices da seguire per evitare il contagio e la diffusione del virus. Dopo di che insieme agli alleati abbiamo fatto arrivare in Afghanistan medicinali, attrezzature, dispositivi sanitari, anche in coordinamento con UMANA (United Nations Assistance Mission in Afghanistan). Indubbiamente la parte di informazione sui rischi dell’epidemia e i comportamenti da seguire in un paese che ha una struttura medica molto fragile è stata fondamentale. In effetti sulle forze armate afghane il Covid ha avuto un’incidenza inferiore rispetto alla popolazione civile.

Lei prima ha citato il passaggio dalla Missione ISAF a Resolute Support, nel 2015. Al momento quali sono i compiti principali che la NATO sta svolgendo in Afghanistan?

La nuova missione Resolute Support è stata lanciata su invito del Governo afghano, in accordo con la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 2189/2014.  Nel 2015 la NATO ha potuto passare da una missione combat, ISAF, a una non-combat, quella attuale, che ha la funzione essenziale di sostenere le Forze armate e di polizia afghane nell’addestramento, nella consulenza e nella assistenza tecnica che si traduce, per esempio, nel mettere a disposizione degli Afghani una forza aerea nazionale di tutto rispetto, così come delle forze speciali di ottimo livello. Siamo passati dalla fase combat a una fase di assistenza per assicurarci della sostenibilità del nostro sforzo, cioè per assicurarci che gli Afghani stessi potessero prendersi la responsabilità della sicurezza del loro paese, cosa che hanno fatto egregiamente, ma anche combattere il terrorismo internazionale, e far comprendere ai Talebani che era impossibile una vittoria militare sul campo di battaglia spingendoli quindi verso la possibilità di un accordo di pace, che speriamo in tempi rapidi possa concludersi.

Ricordo che all’apice della forza della missione ISAF in Afghanistan c’erano circa 130000 truppe della coalizione. Adesso siamo intorno al 10% di quella forza, con una composizione dei contingenti proveniente da 38 paesi, tra membri NATO e partners che conducono le attività previste dalla missione di addestramento, consulenza e assistenza. In nuce, il nostro compito principale attualmente, è quello di assistere gli Afghani, le Forze armate e di sicurezza afghane per diventare autonome.

Nel paese, anche recentemente, vi sono stati degli attentati terroristici. Più volte in ambito NATO, è stata ribadita l’importanza della missione in Afghanistan anche nel fronte della lotta al terrorismo. Quali sono le principali organizzazioni terroristiche presenti in Afghanistan e quanto è rilevante la minaccia terroristica nel paese?

Guardi, la minaccia terroristica nel paese è ancora molto rilevante. Intanto, è bene ricordare che noi siamo arrivati qui dopo la tragedia dell’11 settembre 2001 con l’obiettivo di evitarne un’altra in futuro. A questo obiettivo ci stiamo arrivando prima avendo sconfitto i Talebani e poi avendo ricostruito un sistema di sicurezza nazionale, di Forze armate e di polizia, che possano contrastare i Talebani e il terrorismo, nazionale e internazionale. Nel paese comunque ci sono ancora circa 20 organizzazioni terroristiche, tra le quali le due più rilevanti sono ISIS e Al Qaeda. La nostra missione in questa fase, e lo scopo dell’accordo tra Stati Uniti e Talebani, è proprio quello di evitare che l’Afghanistan possa tornare ad essere una piattaforma per il terrorismo interazionale. Questo è importante, non va dimenticato, per la nostra sicurezza domestica. Il modo migliore  per assicurare che questo paese, in cui si combatte da quaranta anni, non torni ad essere una base logistica del terrorismo internazionale, è quello di permettergli di avere  forze di sicurezza efficienti in grado di contrastare la minaccia terroristica e combattere per la loro e la nostra sicurezza. Tra l’altro nell’accordo USA –Talebani c’è anche una disposizione molto chiara per cui i Talebani si impegnano a tagliare tutti i legami con Al Qaeda e non consentire ai terroristi nè di operare nè di utilizzare l’Afghanistan nuovamente come base per programmare attacchi all’estero.

La Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 2513/2020 ha posto l’attenzione su ruolo delle minoranze, dei giovani e delle donne nel processo di pace in Afghanistan. Quanto la composizione delle parti e le differenze possono influenzare il processo di pace per raggiungere il risultato finale?

Questa è una questione davvero importantissima. Intanto perché una pace duratura e stabile nel paese non può prescindere dalla difesa e dalla promozione dei notevoli passi in avanti che la società afghana ha fatto in questi anni, sotto l’ombrello protettivo della NATO. Quindi la salvaguardia dei diritti delle minoranze, dei diritti umani, dei diritti delle donne, che contrariamente a quanto spesso si pensa in Occidente, sono un patrimonio della società afghana. La loro conservazione è fondamentale per raggiungere la pace, al più presto, e affinché la società possa evolvere ancora.

Per riuscire in questo lavoro è necessario un processo di pace inclusivo, in cui gli attori presenti rappresentino ogni parte della società afghana, in modo che vi possano essere rappresentati tutti i punti di vista e tutti interessi meritevoli di tutela possano essere difesi nel corso dei negoziati inter-afgani. Questo evidentemente include la rappresentanza delle donne, delle minoranze e anche delle vittime della guerra, troppo spesso dimenticate. La squadra negoziale della parte governativa (rappresentata da un Alto Consiglio per la Pace e la Riconciliazione) è effettivamente molto inclusiva, dal momento che comprende rappresentanti di tutte le etnie, quattro donne e rappresentanti di gruppi minoritari.

L’Italia è uno dei paesi più coinvolti in Afghanistan, anche con ruoli di primissimo piano, a partire per esempio da quello che sta ricoprendo lei in questo momento. Nel quadro della missione NATO, quanto è importante il contributo italiano?

Il contributo italiano è stato fondamentale, lo è tutt’ora e lo sarà ancora di più nelle prossime fasi. Sul livello delle strutture centrali ci sono ovviamente io, come Alto Rappresentante civile, ma a fine anno il vice comandante militare della missione Resolute Support diventerà un altro italiano, il Generale Nicola Zanelli, già comandante delle nostre Forze Speciali fino a poco tempo fa.

Dopo di che l’Italia da diversi anni ha avuto soprattutto la responsabilità del comando della regione ovest di Herat, del TAAC/West, dove abbiamo raggiunto degli importanti risultati, riconosciuti da tutti, tanto da avere permesso a questa regione di essere considerata come un modello, come la regione più evoluta di tutto il paese, grazie al lavoro dei nostri soldati, che prima hanno rimesso in sicurezza la regione e poi con il lavoro dei nostri advisors che hanno permesso alle forze di sicurezza locali e al 207° Corpo d’Armata afghano, di assumere il controllo del territorio, garantendo alla popolazione un ombrello di sicurezza che in altre zone del paese è assente.

Nello specifico, il grado di professionlità che noi siamo riusciti a far raggiungere al 207° Corpo ha permesso di ridurre i combattimenti nella regione, riducendo ad esempio il numero di check-points in zone remote difficilmente difendibili e recuperando personale per creare forze di reazione rapida utili per rispondere ad eventuali attacchi;siamo altresì riusciti nel migliorare le capacità di mantenimento e manutenzione del parco veicoli del 207° Corpo d’Armata. Quando i nostri comandanti militari hanno messo l’accento sul problema della manutenzione dei mezzi, hanno avuto ragione e sono stati lungimiranti, perché il 207° Corpo adesso ha acquisito una expertise nel mantenimento logistico dei veicoli, che permette una mobilità che in altre regioni del paese non è possibile. Grazie al nostro contributo italiano nella gestione amministrativa del 207° Corpo, siamo riusciti ad inserire tutto il personale afghano in un sistema informatizzato di gestione, per esempio per quanto riguarda il pagamento degli stipendi, che è stato funzionale nella lotta alla corruzione, ma che ha anche garantito entrate economiche certe al personale del Corpo e quindi maggiore efficienza. Il 207° Corpo è il primo, grazie al nostro lavoro, completamente informatizzato nelle procedure di pagamento. Questo ha permesso di evitare problemi molto rilevanti, derivanti per esempio da mancati pagamenti del personale militare afghano. Ma va detto che in questi anni abbiamo permesso al 207° Corpo di raggiungere una migliore gestione delle proprie infrastrutture, più efficiente e meno dispendiosa, di realizzare strutture mediche che sono un esempio, e poi sul piano operativo, di pianificare operazioni interforze, in cui il 207° ha dimostrato di aver acquisito competenze importanti ricevute dai nostri advisors. Oggi il 207° è in grado di portare a termine operazioni complesse, con appoggio aereo e in collaborazione con le forze di polizia e l’intelligence, agendo come un esercito moderno.  

Il bravissimo Generale Enrico Barduani, che oggi comanda il TAAC/West e tutta una serie di altri generali italiani che lo hanno preceduto in questi anni, hanno fatto si che nella parte ovest del paese, che è probabilmente una delle più sensibili di tutto territorio afghano vista la vicinanza del confine con l’Iran, si sia formato un Corpo di armata locale straordinariamente efficiente. Il lavoro eccezionale delle nostre forze armate in Afghanistan  è riconosciuto da tutti.

Signor Ambasciatore, lei ha una profonda conoscenza della regione centro-asiatica oltre che dell’Afghanistan. Quanto è importante il processo di pace e di stabilizzazione dell’Afghanistan per  la sicurezza e la stabilità della regione?

È fondamentale perché l’Afghanistan può e deve diventare il perno per una serie di opere di connettività transregionale dall’Asia centrale all’Asia del sud. Le cito in particolare tre progetti tra i più rilevanti che riguardano questa regione e interesseranno l’Afghanistan, che sono il sono il TAPI (Turkmenistan, Afghanistan, Pakistan, India) che si tratta di un oleodotto che parte dal Turkmenistan e giunge in India e in Balgladesh; c’è poi il progetto di una linea elettrica, CASA-1000 (Central Asia-Sud Asia) che dovrebbe portare energia attraverso l’Afghanistan verso Pakistan, India e Iran, e poi c’è il gasdotto del TAP (Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan). In estrema sintesi l’Asia del sud ha bisogno di energia, mentre l’Asia Centrale ha bisogno di sbocchi: l’Afghanistan è lo snodo, il crocevia da cui queste infrastrutture devono passare. Per cui l’interconnettività regionale dà una forte spinta al processo di stabilizzazione dell’Afghanistan. È evidente che c’è un interesse afghano per gli introiti economici che possono derivare dai diritti di transito di queste infrastrutture energetiche, ma c’è anche una convenienza reciproca di tutti i paesi a cercare di stabilizzare l’Afghanistan, per garantire la realizzazione di queste opere e la sicurezza. Tra l’altro al momento vedo che c’è un ambito regionale molto più favorevole rispetto a qualche tempo fa al processo di stabilizzazione e di pace afghano.

Nel recente incontro tra il Segretario Generale della NATO Jens Stoltenberg e il Segretario alla Difesa americano Mark Esper è stata ribadita l’importanza della missione in Afghanistan. Quale contributo darà nei prossimi mesi la NATO in Afghanistan?

Intanto per noi l’obiettivo principale è accompagnare il processo di pace con una riduzione graduale delle truppe. Come previsto dagli accordi e come ha ricordato il Segretario Generale  Stoltenberg nell’incontro con Esper venerdì scorso. Noi continueremo a ridurre i numeri della nostra presenza, “aggiustandola”, come si suol dire, ma senza ridurre le nostre capacità, questo anche per lanciare un messaggio chiaro a tutti. Verrà ridotto il numero di truppe presenti, proporzialmente al trasferimento agli Afghani dei compiti svolti da noi in precedenza, però con l’impegno di mantenere in essere la nostra piena capacità della missione, che è sia di autodifesa che di assistenza e addestramento dei nostri partners afghani, continuando il nostro lavoro al fianco delle forze di sicurezza. Noi passeremo da 16 mila a 12 mila uomini sul campo. Nessuna decisione di ulteriori aggiustamenti nel numero delle truppe è stata ancora presa. Ci sarà una decisione coordinata tra alleati e partner sugli aggiustamenti futuri. Il nostro impegno rimane fermo, guardando all’orizzonte del processo di pace che confidiamo possa cominciare il prima possibile, ma l’impegno NATO verso l’Afghanistan è di lunga durata, e mi lasci dire che non è un impegno “caritatevole”, ma si tratta di un impegno che ci conviene avere. Perchè è chiaro che tanto più noi continueremo a rinforzare le forze di polizia e le forze armate afghane, affinché acquisiscano sempre di più una capacità stabile di controllo del territorio, tanto più queste potranno assicurare che non ci siano minacce alla sicurezza provenienti da questo paese, come è stato purtroppo nel 2001.

Noi come NATO abbiamo ancora un impegno finanziario e di lunga durata a favore oltre che delle forze di sicurezza e della autorità afghane anche a favore della nostra sicurezza e della pace.

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