Sicurezza e ambiente: un binomio sempre più importante, anche per la NATO. Intervista all’Ambasciatore Talò

Perché la NATO si sta occupando sempre di più dei temi ambientali e come l’Italia sta giocando un ruolo da protagonista su questo tema nell’Alleanza. Conversazione con l’Ambasciatore Francesco Maria Talò, rappresentante permanente dell’Italia alla NATO.

Ambiente e cambiamento climatico sono temi che caratterizzeranno il XXI Secolo.

Anche la NATO ha iniziato ad occuparsene e a riflettere sulla loro importanza rispetto alla dimensione della sicurezza. Significativo che, nell’anno della pandemia in cui anche la questione della resilienza dei nostri sistemi produttivi e difensivi è diventata centrale, questi temi siano spesso citati anche dal Segretario Generale dell’Alleanza, Jens Stoltenberg e siano presenti nel rapporto NATO2030 sul futuro dell’Alleanza realizzato dal gruppo di esperti che egli ha nominato a seguito del Vertice di Londra del dicembre 2019.  In futuro l’Alleanza sarà chiamata ad agire sempre di più sul binomio ambiente e sicurezza

L’Italia da questo punto di vista ha svolto un ruolo da apripista e promotore di una riflessione tra i membri dell’Alleanza, a partire dal seminario promosso dalle Delegazioni di Italia e  Regno Unito alla NATO nel settembre del 2020 e al quale prese parte anche il Segretario Generale Stoltenberg. Una riflessione utile e importante alla luce anche delle novità che in questi giorni, con l’insediamento della nuova amministrazione americana, potrebbero aprirsi su questo fronte. Infatti Joe Biden, appena insediato come nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America, simbolicamente tra i primi atti dopo il suo ingresso alla Casa Bianca, ha firmato un ordine esecutivo relativo al rientro degli USA negli accordi sul clima di Parigi, dimostrando quindi una nuova attenzione sul tema del cambiamento climatico e una diversa sensibilità sulle questioni ambientali più in genere, che potrà esser molto rilevante sia a livello atlantico, che nella collaborazione con l’Europa.

Nel giorno dell’insediamento di Biden e del rientro degli USA negli accodi di Parigi, abbiamo avuto occasione di confrontarci su queste tematiche con l’Ambasciatore Francesco Maria Talò, rappresentante permanente dell’Italia alla NATO.

Ambasciatore, oggi è il primo giorno da Presidente degli Stati Uniti di Joe Biden, e subito dopo il suo insediamento il nuovo presidente ha firmato numerosi ordini esecutivi su vari temi, tra cui, come promesso in campagna elettorale, uno relativo al rientro degli USA negli Accordi di Parigi, dimostrando quindi un rinnovato interesse degli Stati Uniti al tema dei cambiamenti climatici, con un punto di vista radicalmente diverso da quello della precedente amministrazione Trump. Partiamo da questo evento, perché nel corso dei mesi scorsi di questi temi, anche grazie all’Italia, si è parlato anche in ambito atlantico.

Certamente, mi lasci dire che oggi è una giornata importante, sia per il dialogo transatlantico che per la lotta ai cambiamenti climatici. È significativo, su entrambi i fronti, che il Presidente Biden, come uno dei suoi primi atti, abbia firmato un ordine esecutivo per disporre il rientro degli USA nell’accordo di Parigi. Oggi Biden propone un’America che su questi temi vuole tornare ad essere protagonista. E’ un processo iniziato già con Al Gore, a inizio anni duemila, e che vede oggi un personaggio come John Kerry in prima linea, in qualità di inviato presidenziale per il clima. Si tratta di un evento molto importante, anche per noi, perchè a questo punto, con il ritorno a bordo degli Americani, possiamo davvero pensare di fare un salto di qualità in questo impegno globale, anche per quanto riguarda la NATO. Penso che sia giusto, su questi temi, parlare di priorità per la NATO, ed è importante rendersi conto anche del ruolo che l’Italia sta svolgendo al riguardo sia in generale in ambito internazionale che atlantico.

Infatti, nei mesi scorsi la rappresentanza permanente italiana alla NATO, è stata protagonista di un’iniziativa, molto importante, sul tema dell’impatto sia dei cambiamenti climatici sulla sicurezza dei paesi dell’Alleanza che, viceversa, di quello della sicurezza sull’ambiente circostante, promuovendo un seminario che fu aperto dal segretario generale della NATO, Stoltenberg. Come è nata quell’iniziativa e che ruolo sta giocando il nostro paese sul tema?

Rivendico con orgoglio il nostro ruolo da apripista su questi temi alla Nato. Soprattutto adesso che si prospetta un piú generale consenso all’idea, va ricordato che l’Italia sostiene da tempo la correlazione tra le questioni ambientali e quelle della sicurezza. Del resto, anche il nuovo Consigliere per la Sicurezza Nazionale americano, Jake Sullivan, ha definito la crisi climatica una “crisi di sicurezza”.

Sicuramente il contesto della COP26 è il luogo in cui parlare in termini generali ed in un contesto con aspirazioni globali, soprattutto grazie al ritorno degli Stati Uniti, di cambiamenti climatici. D’altra parte, mi pare rilevante che l’Italia insieme al Regno Unito abbia indicato l’importanza specifica anche per quanto riguardo i temi della sicurezza, che sono quelli cruciali per la Nato, di affrontare la grande sfida per la nostra generazione rappresentata dai cambiamenti climatici e piu’ in generale tutte le questioni ambientali (inclusi i vari tipi di inquinamento). Cosí, anche alla luce delle responsabilita’ di Italia e Regno Unito nell’organizzazione di COP 26, ho proposto alla collega britannica di organizzare la conferenza dello scorso settembre ed insieme abbiamo invitato il Segretario Generale Stoltenberg ad intervenire. Insieme i nostri paesi stanno anche proponendo al Consiglio Atlantico alcune riflessioni con possibili ricadute operative che insieme alle raccomandazioni presentate in dicembre ai Ministri degli Esteri dal Gruppo di Riflessione indipendente sulla NATO potranno alimentare il rapporto NATO 2030 per il prossimo Vertice dell’Alleanza.

Lo abbiamo fatto con un ragionamento che tenesse conto dell’impatto reciproco tra le due dimensioni della sicurezza e dell’ambiente. Da una parte, come ogni attività umana, anche quelle militari hanno un impatto sull’ambiente circostante, dall’altra i cambiamenti climatici hanno un impatto sulla nostra sicurezza. Non sono temi del tutto nuovi, perché già nel concetto strategico del 2010 si faceva cenno a queste sfide emergenti. Ora si sta anche ragionando della possibilità di un aggiornamento del concetto strategico, per cui è probabile che così come questi temi erano presenti 10 anni fa, lo saranno, sempre di più, in un eventuale aggiornamento. Esistono anche documenti NATO tecnici e specifici elaborati per esempio nell’ottica di mitigare l’impatto delle attività militari sull’ambiente. Ma in passato non è mai stato fatto un ragionamento approfondito sul piano politico su questi temi e per questo abbiamo organizzato lo scorso settembre il seminario nel quale decidemmo di coinvolgere anche altre istituzioni interessate. Infatti parteciparono rappresentanti dell’Unione Europea, dell’Unione Africana, oltre ad esperti accademici e del mondo economico e industriale (con un intervento di Renata Mele, Responsabile per la Sostenibilità di Leonardo, che ha consentito di mettere in evidenza anche il ruolo dell’industria della difesa italiana).

Quale è stata l’impostazione di fondo, per affrontare questi temi, emersa con il seminario?

L’impostazione che credo in questo contesto sia cruciale è in primo luogo quella che guarda al trinomio che emerge in particolare quando si trattano le nuove tecnologie e le tecnologie dirompenti, ovvero quello esistente  tra istituzioni, settore privato e accademia. Questi sono i tre pilastri su cui si deve lavorare sul tema delle nuove tecnologie, ma si deve lavorare analogamente anche quando parliamo di ambiente e di cambiamenti climatici, perchè sono tutti e tre interlocutori indispensabili. In più, ovviamente, quando si parla di confronto tra istituzioni, è fondamentale il dialogo con l’Unione Europea, il partner principale per la NATO.

Adesso, con l’avvicinarsi del vertice dell’Alleanza che dovrebbe tenersi, anche se ancora non c’è una data ufficiale, nel corso dell’anno, e che sarà il primo con la partecipazione di Biden, immagino che ambiente e cambiamenti climatici saranno punti da trattare. Anche perchè penso che possano essere tematiche che potrebbero finire nel rapporto del Segretario Generale su NATO2030, che sarà la tappa successiva rispetto all’elaborazione del gruppo di esperti, presentato a dicembre, dove già infatti il tema era ben evidenziato.

Ecco lei ha appena citato il recente report realizzato dagli esperti nominati dal Segretario Generale nel quadro dell’iniziativa NATO2030. Possiamo approfondire perchè il rapporto sicurezza e ambiente è così importante e interessa direttamente la sicurezza collettiva dell’Alleanza?

Io partirei da un approfondimento della questione degli impatti. Se noi parliamo dell’impatto che ha il cambiamento climatico sulla sicurezza possiamo identificare due aspetti principali: quello del suo contributo nell’esacerbare tensioni già esistenti e quello di mettere alla prova le nostre capacita’militari.

Per quanto riguarda il primo aspetto il  cambiamento climatico viene spesso definito un “moltiplicatore di minacce”: le minacce già esistenti o latenti possono aggravarsi perchè le vulnerabilità politiche e socio-economiche vengono sottoposte a forte pressione, per esempio, da fattori come la desertificazione, che puo’ produrre conseguenze gravi nei paesi interessati e in un contesto regionale suscettibile di estendersi sempre piu’. Siamo quindi davanti ad una tipica questione di sicurezza umana. Questi fattori producono instabilità, che a sua volta si intreccia in un circolo tra causa ed effetti con nuove migrazioni e fenomeni violenti come il terrorismo, producendo infine anche conflitti. Un altro esempio, è quello che riguarda l’accesso alle risorse idriche connesso alla desertificazione. Si pensi a quanto questi temi possono giocare un ruolo in regioni come il Sahel.

Il secondo aspetto che citavo riguarda come i cambiamenti climatici possono interessare le nostre attività militari. Pensiamo alla necessità di avere equipaggiamenti idonei a contesti climatici estremi. Si tratta di questioni molto concrete rispetto alle quali entra in campo anche la capacità tecnologica delle nostre industrie di rispondere a queste nuove esigenze. L’impatto ad esempio riguarda le sfide connesse ad operazioni in ambienti molto caldi e nei quali occorre avere dispositivi per procurarsi acqua dall’aria. Dall’altro lato, abbiamo il fattore Nord, cioè gli effetti che si producono con lo scioglimento dei ghiacci polari. Immagino quali possano essere le conseguenze dell’innalzamento del livello dei mariper le infrastrutture di una base navale. Oppure, in un contesto più geostrategico, immaginiamo le conseguenze dell’apertura di nuove rotte polari, con la liberazione dai ghiacci di alcune rotte sull’Oceano Artico, in particolare al passaggio al nord-est, dal Pacifico all’Atlantico, da cui potrebbero derivare nuove minacce alla nostra sicurezza, oppure, ancora, l’accesso alle risorse sottomarine e al loro sfruttamento. Ecco questi sono tutti temi importanti, che dimostrano perchè la questione climatica può essere fondamentale per la nostra sicurezza.

Infine c’e’ una sfida che riguarda diciamo le nostre strutture organizzative. Il cambiamento climatico, cosi’ come le pandemia che potrebbero affliggerci anche in futuro, e’ difficile da incasellare nei sistemi burocratici che trattano le principali minacce da affrontare. Si tratta di minacce orizzontali, trasversali, e le nostre burocrazie interne ed internazionali sono in genere organizzate per filiere verticali. Del resto, anche gli ultimi due domini operativi riconosciuti dalla NATO, quello cibernetico e quello dello spazio extraatmosferico, hanno la particolarita’ di sfuggire a classificazioni tradizionali legate a contesti ben definibili. Un nuovo approccio a rete richiede forti capacita’ di continuo coordinamento, una nuova agilita’ mentale, una rafforzata consapevolezza dei collegamenti. Non sono piu’ tollerabili i compartimenti stagni tra strutture. L’impegno sui temi ambientali ci riguarda tutti, ma allo stesso tempo dobbiamo trattarlo con specialisti in modo organizzato.

Invece, rispetto al tema a cui accennava prima dell’impatto delle attività militari sull’ambiente?

Questo è l’altro aspetto importante di cui abbiamo discusso nel seminario promosso da Italia e Regno Unito. In un’alleanza di democrazie qual è la NATO questo aspetto ha un grande rilievo politico. Oggi su questi temi si riscontra una sensibilità molto ampia nelle opinioni pubbliche dei paesi membri dell’Alleanza, per cui è doveroso che la NATO se ne occupi e ne tenga conto. E’ necessario quindi fare molta attenzione all’impatto delle nostre attività militari a livello ambientale. Il nostro apparato militare deve inquinare di meno il nostro pianeta, questo ci chiedono adesso i nostri cittadini e questo si sta facendo sempre di piu’. Il rispetto delle esigenze di sicurezza e quello delle sensibilita’ ambientali possono camminare di pari passo. 

Rispettare il pianeta non deve essere visto come un limite, ma rappresentare un’occasione, un fattore di innovazione. La conferma di questo è data dalle potenziali sinergie con il tema dell’innovazione tecnologica: lo sviluppo delle tecnologie emergenti e dirompenti, dallo spazio all’intelligenza artificiale, si puo’ applicare ai temi ambientali ed insieme, il fattore “verde” e quello tecnologico possono essere volano economico per le nostre imprese ed il nostro sistema Italia. In tale ottica questa riflessione sui puo’ anche inserire nell’impegno ineludibile per la NATO ed in genere per le nostre societa’ di mantenere il vantaggio tecnologico di cui l’Alleanza gode dalla sua nascita e l’Occidente direi da cinque secoli.

Il risultato è quello, da un lato, di un imperativo perchè la NATO possa essere più vicina alle nostre opinioni pubbliche e, dall’altro, di un’opportunita’ per incentivare le nostre aziende a investire sull’innovazione tecnologica, anche in questo contesto. Una grande opportunità per le aziende italiane che sono dotate di competenze da valorizzare. Dobbiamo dunque cavalcare una tendenza ineluttabile. Non parliamo quindi, quando ci riferiamo al nesso ambiente-sicurezza, di una questione rilevante solo sul piano etico e ideale ma di qualcosa di estremamente concreto, assolutamente indispensabile a livello politico, di sicurezza, economico e industriale.

Lavorare su questi temi, continuare ad essere anzi sempre di piu’ protagonisti in questo settore, e’ la cosa giusta da fare per l’Italia.

Certamente, tra l’altro l’Italia avrà nei prossimi mesi occasione su questi temi di mantenere un ruolo da protagonista.

Assolutamente, in tutto ciò l’Italia è in prima linea. Non solo giochiamo un ruolo importante nell’ambito della COP26 ma anche, e soprattutto, il 2021 è l’anno della presidenza italiana del G20, che ruota intorno alle tre “P”: “People, Planet and Prosperity”. Dal punto di vista NATO, quindi, il nostro impegno si declina anche rispetto al tema dell’impatto specifico della sicurezza sull’ambiente, che dobbiamo assolutamente riuscire a mitigare. Come dicevamo, tutto ciò assume un rilievo particolare mentre oggi Biden si insedia e propone un’America di nuovo protagonista su questi temi. Penso che potrà essere un’occasione in più per l’Italia.

Ecco, in riferimento a quanto ha appena detto, crede che oltre al tema del rientro degli USA negli accordi di Parigi, con l’Amministrazione Biden si possano fare passi in avanti in avanti significativi anche sul fronte della collaborazione transatlantica?

Credo proprio di si. Le sensibilità americane ora emergono come molto più in sintonia con quelle prevalenti in Europa e sicuramente con quelle anche di un altro grande paese europeo non UE come il Regno Unito. Si può ripartire con una forte sintonia su una grande priorità e questo è un caso certamente molto valido per avere una NATO politica e un rapporto transatlantico forte intorno a delle idee comuni.

Tra l’altro anche il Segretario Generale della NATO ultimamente ha citato spesso i cambiamenti climatici e i temi ambientali. E Stoltenberg, spesso, ribadisce anche quanto lei ha appena detto, ovvero l’importanza di rendere la NATO sempre più unita e forte politicamente. Questi sono temi che probabilmente possono aiutare a renderla più presente e forte sul piano politico.

Esatto, questi sono tutti temi che possono rendere la NATO più forte e unita politicamente.

Ambasciatore, ultima domanda, proprio in riferimento a ruolo politico che la NATO può giocare. Non ritiene che, in ragione anche di quanto abbiamo appena detto, la NATO possa diventare sempre di più il consesso politico più adatto per rilanciare il dialogo transtlantico, riunendo al suo interno sia i paesi del Nord America, che molti paesi europei?

Indubbiamente questo è il suo valore aggiunto ed è una realtà strutturale della NATO, essendo l’unica grande organizzazione politica e di sicurezza nella quale abbiamo – permanentemente – perché lavoriamo fianco fianco ogni giorno, gli Stati Uniti e il Canada da una parte, e dall’altra 28 paesi europei. Tra essi la maggior parte sono paesi dell’UE, ma non tutti. Ecco un altro aspetto del valore aggiunto della NATO, dove lavoriamo tutti i giorni con alcuni paesi europei che aspirano ad entrare nella NATO, con un grande alleato come la Turchia ed un altro importante Stato come il Regno Unito che ha scelto di uscire dall’Unione.  Questa natura dell’Alleanza, risponde ad un’esigenza politica e di sicurezza chiarissima ed è stata la sua ragion d’essere fin dalla sua nascita nel 1949. Noi tutti insieme siamo l’Occidente politico, ovviamente insieme ad un altro soggetto, dotato di un armamentario normativo straordinario, come l’Unione Europea.  Ed è evidente poi, che quando si parla dei temi di cui abbiamo discusso noi oggi, l’UE è fondamentale, basta vedere le decisioni prese anche negli ultimi anni, ma certamente anche in ambito NATO possiamo fare un sforzo utile sul tema specifico del rapporto tra clima e sicurezza.


Immagine tratta dal sito Nato.int

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