America is back. Così Biden ha rilanciato le relazioni transatlantiche

L’analisi di Andrea Manciulli ed Enrico Casini per la newsletter di Europa Atlantica e Formiche, pubblicata anche su Formiche.net

Il viaggio di Joe Biden in Europa, prima uscita all’estero del presidente americano dal suo insediamento, ha visto alcune tappe ricche di significato e di indubbio valore politico concentrate in pochi giorni, partendo dal G7 in Cornovaglia fino all’incontro di Ginevra con Vladimir Putin. Il vertice della Nato di Bruxelles è stato una delle tappe di questo viaggio, e ha contribuito a rilanciare l’asse con gli alleati in vista anche dell’ultimo incontro in programma, quello proprio con Putin.

Joe Biden in questi mesi non ha mai nascosto la sua volontà di rilanciare le relazioni con gli alleati europei e con gli altri Paesi alleati in genere. Ne aveva fatto un punto centrale nelle sue proposte di politica estera in campagna elettorale, aveva promesso una svolta anche nelle settimane successive alla sua elezione e, come dimostrato in questi mesi attraverso alcuni atti concreti, non si tratta solo di retorica, ma di un segnale che l’Europa e gli alleati devono saper cogliere.

Le sfide oggi in campo, che interessano il futuro dei paesi euro-atlantici, le istituzioni democratiche, e in generale il futuro del pianeta, richiedono una strategia forte e una sinergia condivisa da parte dei paesi occidentali e democratici. Europa e Stati Uniti, condividendo il senso profondo di queste sfide, non possono non essere dalla stessa parte e muoversi nella stessa direzione, pur nelle reciproche differenze, per raggiungere obiettivi comuni. Ricostruire un terreno condiviso di temi e progetti può aiutare a ripotare la fiducia e a cementare la collaborazione. In questa direzione, proprio nell’ottica di riallacciare i rapporti e condividere un’agenda di obiettivi comuni, va forse interpretato il passaggio di Biden in Europa. Che palesa anche la volontà concreta del presidente di dare forza alla sua idea dell’Alleanza delle democrazie e di imprimere una svolta alla politica estera americana, dopo un anno di pandemia e soprattutto dopo i quattro anni della gestione di Donald Trump.  “America is back” è il nuovo slogan per la politica estera nel tempo di Joe Biden. L’America è tornata davvero, e vuole restare pienamente al centro della scena globale, come paese guida del mondo libero e leader globale su alcuni dossier strategici, come la battaglia contro il Covid o quella per il clima, la difesa dei diritti umani e la sfida per il primato tecnologico nel 21esimo secolo.

Per confrontarsi con le altre potenze globali, Russia e Cina, che rappresentano due sfide ben diverse tra loro per l’Occidente e per la stessa America, e su cui Biden nei prossimi mesi potrebbe mettere in campo strategie diverse tra loro (come dimostrato anche dall’approccio di queste ultime settimane e dall’incontro di Ginevra), gli Usa hanno la necessità di rilanciare e rafforzare i legami con i paesi europei e gli alleati più importanti nel mondo, compresi quelli presenti nella regione indo-pacifica. È una necessità reciproca, che interessa entrambe le sponde atlantiche. Ma che in particolare interessa molto l’Europa, perché è evidente che, al netto delle debolezze e delle diverse vedute presenti tra alcune cancellerie del Vecchio Continente, in questa fase storica l’Europa ha bisogno di ricostruire un rapporto privilegiato di collaborazione con gli Stati Uniti. Una necessità di cui l’Italia può fare tesoro anche per rafforzare il suo ruolo, storicamente consolidato nel doppio binario europeismo/atlantismo (come spesso ricordato da Mario Draghi), e soprattutto, garantire alcune delle nostre priorità strategiche.

In questo processo di rilancio dell’asse transatlantico è evidente che un ruolo centrale potrà essere svolto  dalla Nato. L’Alleanza Atlantica è uscita indubbiamente dal vertice di Bruxelles più unita e più forte. Dopo aver superato anni difficili e aver saputo reagire alla sfida della pandemia, la Nato oggi si prepara ad affrontare una nuova fase della sua storia, che guarda diretta al terzo millennio, dopo 72 anni di continuo adattamento e rafforzamento che ne hanno fatto l’alleanza politica e militare più forte del mondo. Nel panorama dei legami transatlantici, la Nato che esce dal vertice di Bruxelles e che a Madrid, il prossimo anno, adotterà un nuovo concetto strategico concepito per affrontare meglio le sfide del nostro tempo, rappresenta un punto fermo imprescindibile, sia per gli europei che per gli americani. I documenti preparatori del vertice, l’agenda Nato2030, e tutto l’intenso lavoro di riflessione strategica già avviato che dovrebbe portare verso il nuovo concetto strategico, hanno individuato i temi fondamentali per il prossimo futuro dell’Alleanza. Tra questi, oltre al confronto con le grandi potenze globali, vi sono in particolare tre questioni centrali, che saranno sempre più determinanti nei futuri equilibri globali, anche a sul piano geopolitico. In ragione dell’esperienza pandemica, il primo non può essere che il futuro del mondo post-Covid, rispetto al quale resilienza e sicurezza sanitaria saranno sempre più importanti. Temi che, come dimostrato dalla crisi pandemica, interessano direttamente le nostre vite, le nostre società, i sistemi produttivi, le istituzioni democratiche e sono tutti strettamente legati tra loro. La pandemia ha contribuito a ridefinire numerose priorità, in campo politico ed economico, ma vale lo stesso anche per quanto riguarda la nostra sicurezza. Soprattutto in Occidente, dove nei prossimi anni non potremo più permetterci di essere colti alla sprovvista da nuove eventuali crisi simili.

Ma ragionando in termini strategici, e guardando alle minacce del futuro di cui già oggi si intravede però l’imminenza, considerando possibili crisi capaci di innescare instabilità, insicurezza e conflitti, è evidente che questioni globali come il clima e l’ambiente diventeranno ogni giorno più rilevanti. Lo vediamo già oggi. Conflitti per l’acqua, migrazioni, desertificazione, povertà, incendi ed eventi meteo catastrofici, molti sono i fenomeni e gli eventi collegati direttamente o indirettamente ai cambiamenti climatici che possono impattare sulla nostra sicurezza, sull’economia, sulla stabilità politica di intere regioni del globo prossime ai confini degli alleati. Per questo, non potranno che essere al centro, giustamente, delle attenzioni di un soggetto come la Nato, come lo sono, sempre di più, per tutti i Paesi democratici.

Il futuro del pianeta, che passa dai cambiamenti climatici e la sostenibilità ambientale, insieme alla rivoluzione tecnologica, e in particolare all’emergere delle nuove tecnologie dirompenti, rappresentano forse le due maggiori sfide del nostro tempo. Possono essere grandi occasioni di innovazione, di crescita e di cambiamento, ma possono anche comportare rischi, come ogni grande trasformazione, sia per la nostra sicurezza che per la democrazia, se non affrontate con il giusto coraggio e governate nella direzione migliore. Si tratta di sfide che possono ridefinire le prospettive di progresso del genere umano, ma anche gli equilibri globali, le relazioni tra stati ma anche quelle tra individui, le libertà fondamentali come le istituzioni affermatesi dal tempo della rivoluzione industriale. Per questo i paesi occidentali non possono sottovalutare i rischi, come le opportunità derivanti, da queste grandi sfide. Semplicemente non possono permetterselo, così come non possono permettersi di non interessarsi di quanto accade nel resto del mondo, a partire dai loro stessi confini.

La Nato uscita dal vertice di Bruxelles che guarda all’orizzonte temporale del 2030 è pienamente consapevole della portata epocale di queste sfide. In ragione della sua storia e della sua missione fondativa, sempre attualissima, oltre a continuare ad essere l’organizzazione preposta alla sicurezza e alla difesa dello spazio euro-atlantico, per vincere queste sfide e poter essere ancora un garante della pace e della democrazia, dovrà diventare sempre di più anche un soggetto globale che, nei prossimi anni, continui ad essere il foro fondamentale per il confronto e la cooperazione tra le due sponde dell’Atlantico e una protagonista della politica internazionale. Ecco che alla luce di questo obiettivo, il rapporto tra Stati Uniti ed Europa sarà decisivo anche nei prossimi anni come lo è stato in passato.

Andrea Manciulli ed Enrico Casini

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