Califfi, traffici e malcontento: convergenze e prospettive del terrorismo jihadista in Africa Subsahariana

I recenti eventi in Africa Occidentale e nel Sahel ha riproposto drammaticamente il tema della minaccia terroristica jihadista nel continente africano. Su questo tema proponiamo il contributo di Enrico Casini e Luciano Pollichieni, realizzato e pubblicato nel mese di Febbraio sul Rapporto 2022 dell’Osservatorio ReaCT, scaricabile anche sul sito www.osservatorioreact.it

L’Africa ha avuto storicamente un ruolo centrale nell’evoluzione del terrorismo jihadista sia dal punto di vista ideologico che organizzativo. Sin dal tardo Ottocento è stata caratterizzata dalla nascita di movimenti politici radicali d’ispirazione islamista come quello legato alla nascita del califfato di Sokoto ispirato dalla dottrina del grande jihad del califfo Shaihu Usman dan Fodio. In maniera più evidente, agli inizi del Novecento l’Egitto cominciò a sperimentare le prime forme di radicalizzazione politico/religiosa, legate anche ad alcuni movimenti insurrezionali indipendentisti oppure alla teorizzazione di Stati Islamici e Califfati, in seguito al crollo dell’Impero Ottomano. Tuttavia, la diffusione del jihadismo è aumentata soprattutto negli ultimi quarant’anni. Casi emblematici sono stati la Guerra civile algerina del 1991, così come il Sudan, che divenne un rifugio sicuro per molti veterani del jihad afgano collegati al network di Osama Bin Laden, proprio mentre il regime di ispirazione islamista radicale guidato da al-Bashir e al-Turabi era salito al potere. Merita di essere menzionata anche la Somalia, dove l’esplosione della guerra civile nel 1992 e la destabilizzazione delle istituzioni statuali, attirò alcuni manipoli di reduci del jihad afghano. Infine, a ulteriore riconferma dell’importanza che l’Africa ha avuto nella storia del jihad globale, nel 1998 Tanzania e Kenya furono teatri dei primi attacchi terroristici organizzati da Al Qaeda contro obiettivi occidentali.

Il resto è storia recente: in particolare dagli anni duemila sono emerse numerose organizzazioni jihadiste caratterizzate da una retorica globalista ma che restano profondamente connesse a dinamiche locali, siano di carattere politico, etnico o di natura criminale, con il coinvolgimento in traffici illeciti di diverso tipo (dal contrabbando alla tratta di esseri umani alla pirateria). Essendo l’Africa subsahariana una regione molto vasta, ed eterogena, con un mosaico, sociale, politico, e religioso variamente articolato si riscontrano diverse specificità che favoriscono l’insediamento di gruppi armati di varia entità tra cui quelli di matrice jihadista sono al momento tra i più pericolosi e diffusi. Sebbene ogni gruppo terroristico nel continente abbia le proprie singolarità storiche e politiche, la diffusione e lo sviluppo della militanza jihadista in Africa mostrano dei tratti comuni. Il primo è quello dell’ibridità. In diversi teatri diventa sempre più difficile stabilire una demarcazione netta tra attività puramente criminali e terrorismo. Emblematico in questo senso è il caso dei paesi del Sahel. Una regione caratterizzata dalla presenza di gruppi criminali dediti al contrabbando dagli anni 70, dove la porosità dei confini e le debolezze degli stati hanno agevolato la formazione di gruppi armati irregolari così come l’infiltrazione di organizzazioni terroristiche provenienti dal Maghreb. La condivisione di spazi geografici comuni ha portato le organizzazioni jihadiste saheliane a mescolarsi a quelle criminali. Ad oggi le principali organizzazioni dell’area (JNIM e ISGS) sono eterogenee nella composizione e non è raro al loro interno trovare trafficanti di droga e banditi. In questo contesto merita di essere menzionato il caso del Mali dove il fenomeno di ibridazione ha riguardato anche ex membri dell’establishment politico, come nel caso del capo del JNIM, Iyad Ag Ghali, di etnia Tuareg, precedentemente console per la repubblica del Mali. Più recentemente, l’ibridazione tra criminalità e terrorismo è diventata più evidente in Nigeria. Nel corso dell’ultimo anno gli attentati jihadisti nel paese sono divenuti meno sofisticati, e il controllo effettivo sul territorio da parte dei gruppi terroristici è diventato meno esteso. Tuttavia, sono aumentati gli attacchi su vasta scala da parte di gruppi criminali che hanno reclutato tra le loro fila gli ex membri di Boko Haram. La compenetrazione tra questi due fenomeni è perfettamente visibile nel caso dei rapimenti di massa, che non presentano differenze sostanziali sia che vengano commesse dai gruppi jihadisti o da quelli puramente criminali così come identici sono i rapporti tra vecchi e nuovi rapitori e le organizzazioni dedite alla tratta di esseri umani. L’osservazione del fenomeno però evidenzia come una parte del mondo jihadista si sia evoluto in qualcosa di differente anche in questo caso sfruttando inefficienze e disfunzionalità dello Stato. La seconda tendenza del jihadismo in Africa è quella dello sfruttamento del malcontento popolare che diventa al tempo stesso strumento di reclutamento e di legittimazione. I casi di Somalia, Congo e Mozambico sono esemplificativi di questa tendenza. Nel caso di Al-Shabaab in Somalia, è evidente come le recenti tensioni politiche interne abbiano portato a una sostanziale rinascita del gruppo precedentemente messo in crisi sia dalla repressione delle autorità statali e dalla nascita della locale provincia dello Stato Islamico, nella regione del Puntland. Oggi, Al-Shabaab non sembra capace di replicare i grandi attentati del biennio 2013-2015, sebbene non manchino tentativi. Ciò si traduce in una situazione di sostanziale inerzia del conflitto, che ne aggrava il peso sulla popolazione anche a causa del cambiamento climatico e dei problemi legati alla logistica dell’assistenza umanitaria.

Negli ultimi tre anni, il Corno d’Africa ha anche sperimentato un crescente attivismo da parte di alcuni gruppi ispirati dallo Stato Islamico, attivi in Mozambico e in Tanzania. Il confine tra i due paesi ha visto un aumento dei fenomeni di militanza jihadista già dal 2019, alcune dinamiche legate all’implementazione dell’industria del gas nella regione di Cabo Delgado hanno accelerato le dinamiche di malcontento verso le autorità di Maputo favorendo un aumento della militanza nel paese. Nel 2021, i jihadisti locali hanno dimostrato di poter esercitare un controllo sostanziale di ampi spazi di territorio, aumentando il rischio di attacchi verso le infrastrutture energetiche della regione. Anche il caso della Repubblica Democratica del Congo dimostra la tendenza da parte dei gruppi jihadisti africani a strumentalizzare le disfunzionalità statali per i propri fini così come i conflitti endemici dei gruppi ribelli. Qui il preesistente gruppo islamista delle Allied Democratic Forces (ADF) si è unito alla provincia dell’Africa Centrale dello Stato Islamico (ISCAP). Sebbene i numeri dello ISCAP siano tutto sommato contenuti rispetto ad altri gruppi jihadisti africani, l’organizzazione riesce a far pesare un proprio radicamento nelle dinamiche politiche interne della RDC e una grande conoscenza dei territori, specialmente nella provincia del Nord Kivu che ha messo in crisi le forze armate di Kinshasa, spingendo anche l’Uganda a inviare 10.000 effettivi per combattere l’insurrezione nelle zone di confine.

In virtù della contiguità con il Mediterraneo, le vicende sociopolitiche e l’instabilità generata dai gruppi jihadisti in Africa, hanno un effetto immediato sulla sicurezza di tutta la regione, come dimostrato dalle diverse crisi migratorie degli ultimi anni. Inoltre, sia per le tensioni geopolitiche in atto che per la presenza di minacce alla sicurezza strutturali, legate a fattori politici, economici o ambientali, quest’area è sempre di più di centrale per gli interessi strategici sia dei paesi europei che delle principali potenze globali. Nell’Africa subsahariana si giocano in prospettiva molte partite che interessano il futuro dell’Europa e compresa e dell’Italia. Sia per motivi di natura economica, viste le possibilità offerte da dai mercati emergenti, sia per la presenza di risorse minerarie di rilevanza strategica, che per motivi di ordine più direttamente geopolitico e militare. Rispetto anche alle minacce alla sicurezza, il ruolo giocato dalle organizzazioni jihadiste nei paesi dell’area ha una rilevanza particolare tanto che, negli ultimi anni, i paesi europei hanno messo in campo diverse iniziative di supporto ai governi locali sia per favorire la stabilità e che per contrastare la diffusione del terrorismo.  Infatti, l’Europa ha varato una serie di iniziative di contrasto al terrorismo jihadista in Africa seguendo diversi approcci, da quelli caratterizzati da un approccio leading from behind come quella del G5 Sahel (composto da Mali, Niger, Burkina-Faso, Ciad e Mauritania) ad altre come l’operazione francese Barkhane. Migliori i risultati ottenuti dall’ UE e dalle organizzazioni regionali del continente, come l’EUTM in Mali o l’impegno dell’SADC in Mozambico che per il momento sembra essere riuscito ad interrompere l’avanzata degli insorti. Sembrano tuttavia irrisolte le cause strutturali che agevolano l’espansione del jihadismo e che hanno prodotto le condizioni per la formazione di vari safe havens per le organizzazioni locali. In questo contesto bisogna sottolineare come il fenomeno interessa, e potrà farlo in futuro, anche le aree del Nord Africa, visti i meccanismi di interconnessione reciproca tra le due regioni, come ha dimostrato l’impatto della crisi libica nelle dinamiche saheliane. In questo contesto, in futuro il fenomeno jihadista sarà influenzato anche dalle dinamiche del cambiamento climatico che aumenta la rilevanza delle crisi umanitarie a cui il continente è esposto e da cui le organizzazioni terroristiche traggono legittimità e opportunità di reclutamento, ma gli interessi europei sono anche minacciati dalla penetrazione di nuovi attori globali all’interno del continente, come la Russia, che tramite la sua presenza nel Sahel e in Libia punta a mettere sotto pressione il confine meridionale della NATO. Considerata la rilevanza dell’Africa per gli interessi europei ed italiani, solo una strategia multidimensionale di contrasto al fenomeno e un rafforzamento delle relazioni euro africane potranno portare a una risoluzione della proliferazione jihadista. Sarebbe, in fin dei conti, nel migliore interesse di tutti al di là e al di qua del Mediterraneo.

Enrico Casini, Direttore di Europa Atlantica

Luciano Pollichieni, Ricercatore esperto in geopolitica e Africa

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