Le nuove sfide dello Strategic concept. Parla Manciulli

Pubblichiamo l’intervista ad Andrea Manciulli realizzata da Formiche.net

Dall’Artico al Sahel, l’Europa è circondata da un arco di insicurezza che impatta profondamente su tutti i Paesi dello spazio euro-atlantico. Il nuovo Concetto strategico servirà ad affrontare queste criticità, inserendo per la prima volta anche altre forme di sfide, dall’energia, alla sicurezza alimentare. Nel nostro Paese, poi, è necessario che la politica torni ad assumersi le sue responsabilità spiegando ai cittadini l’importanza dei temi della difesa e della sicurezza, e che le minacce di una parte del mondo non sono cose lontane, ma che nel nuovo mondo interconnesso impattano direttamente sulla vita dei cittadini. Ne parla ad Airpress il presidente di Europa Atlantica e responsabile delle Relazioni istituzionali della Fondazione MedOr, Andrea Manciulli.

Cosa ci si aspetta dal vertice di Madrid?

Il summit è estremamente importante, perché si passa dai Concetti strategici degli ultimi anni, prettamente teorici, a uno dove per la prima volta ci si deve confrontare con una fase in cui dalla teoria si deve passare alla pratica. Questo nuovo Concetto strategico, infatti, risente ovviamente del riemergere della insicurezza di stampo classico sul fianco est dell’Europa, prima solo ipotizzata e trasformata in realtà dall’invasione russa dell’Ucraina. Fin dal 2014, con la vicenda della Crimea, e oggi con maggior impatto, l’orizzonte di deterrenza europeo deve riprendere in considerazione, purtroppo, il concetto di conflitto vero e proprio.

Quali novità possiamo aspettarci dal nuovo Concetto strategico?

Il documento cercherà di mettere a sistema l’emergere di altre tipologie di confronto e altre forme di insicurezza. Per la prima volta, infatti, si parla di sfide che stanno a cavallo tra il mondo civile e quello della difesa in senso stretto. Pensiamo, per esempio, all’importantissimo tema della sicurezza alimentare, diventato evidente con il blocco delle esportazioni di grano imposto dall’invasione russa, che rischia di aprire nuovi focolai di tensioni anche in altre regioni del mondo e impattare su altre fonti di instabilità, dal terrorismo all’emigrazione di massa. A questi si collegano sfide globali, come il cambiamento climatico, con tutte le ricadute collegate sulla stabilità e la sicurezza del futuro che dovranno essere affrontate dalla Nato.

C’è poi il tema del rapporto con la Cina…

Quella con Pechino è una sfida importantissima per l’occidente tutto, ed è soprattutto una sfida tecnologica. In particolare, sul modo in cui si intende l’utilizzo della tecnologia. Argomenti come spazio e cyber già hanno una loro specificità, e saranno fondamentali nei prossimi anni, ma assistiamo inoltre alla crescita del tema dell’intelligenza artificiale, e di come questa possa impattare sulla vita quotidiana delle persone, e quindi anche sulla loro sicurezza. Per l’occidente, dunque, vincere la sfida tecnologica con la Cina non è solo un fatto commerciale, ma etico. Perché le nuove soluzioni dell’IA possono certamente favorire lo sviluppo delle attività umane, ma anche accrescere la repressione, se utilizzato senza una solida base di valori legati alle libertà personali. Per la prima volta, la riflessione della Nato affronterà questi temi come elementi che mettono a rischio la sicurezza dei propri cittadini.

Tra le sfide da affrontare per la Nato c’è anche la questione energetica, con la riduzione dell’eccessiva dipendenza da singole fonti di approvvigionamento

Siamo ormai in un contesto globale, dove atti ostili come quello della Russia possono creare reazioni a catena su diversi campi. Il tema dell’energia è fondamentale e l’invasione dell’Ucraina ha fatto emergere quanto fragile sia il sistema di approvvigionamento energetico così come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi. Questa fragilità contribuisce a far crescere la percezione di insicurezza, e in un mondo molto più interconnesso, rischiamo che le tensioni che nascono in una regione del mondo destabilizzino interi continenti dall’altra parte del globo. La crisi Ucraina rischia di impattare su tutto il Nordafrica, acuendo le difficoltà di quella regione e ampliando le possibilità che fenomeni come il terrorismo e i traffici illeciti approfittino delle difficoltà per crescere.

L’attenzione della Nato è giustamente rivolta al fianco est, ma con l’ingresso di Svezia e Finlandia si aprirà anche un fianco nord. Che evoluzioni ci saranno in questo senso?

Quello che si sta sviluppando, soprattutto per la parte europea della Nato, è un arco di instabilità e di tensione che circonda il continente da nord a sud. L’Artico ormai non è navigabile solo per tre mesi all’anno, e questo ha scatenato gli appetiti commerciali di Cina e Russia. Questo, per esempio, rischia di farla diventare una zona economica alternativa al Mediterraneo, con tutte le ricadute del caso. Questo, tra l’altro, dimostra l’importanza anche per i Paesi del fianco sud dell’ingresso di Svezia e Finlandia, perché quello che accade da una parte ha ripercussioni immediate anche dall’altra. Naturalmente c’è il problema del fronte est, e come si regolerà lo spazio alla ex-frontiera della Guerra fredda. Una questione che resterà anche dopo la fine della guerra in Ucraina, che ci auguriamo arrivi il prima possibile. Il problema del destino dell’Europa orientale impatterà su tutto l’occidente, ed è un tema che interesserà le riflessioni della Nato nei prossimi anni, anche dopo il nuovo Concetto strategico.

E il Mediterraneo?

Il fronte sud è fondamentale, perché tra l’altro è evidente che la Russia in questi anni si è inserita nelle vicende mediorientali e africane, perché ha capito che da lì passano molte delle fragilità che impattano sull’insicurezza del Vecchio continente. La Russia è stata un player che ha impattato su diversi aspetti, dal terrorismo, all’immigrazione, ai vari tipi di traffici illeciti, fino alle nuove forme di instabilità, alimentare, ambientale, climatica, energetica. È stata un’azione strategica di pressione verso l’Europa e l’Occidente. Per questo dobbiamo fare attenzione a pensare che il problema si esaurisca a est. L’Europa è circondata da un arco di tensione che riguarda tutti da vicino.

Come reputa la partecipazione al vertice di numerosi partner non-Nato?

La presenza al summit dei Paesi dell’Indo-Pacifico – Australia, Nuova Zelanda, Giappone e Corea del Sud – e il fortissimo richiamo all’Africa sono elementi fondamentali e di grande importanza. Uno degli obiettivi della Nato deve essere quello di recuperare il proprio appeal verso i Paesi non-allineati, cercando di far comprendere che il campo democratico è quello più accogliente. La vicenda dell’Ucraina, purtroppo, ha reso evidente che c’è molto lavoro da fare in questo senso, perché molti Paesi, penso all’area del Golfo o all’India, si sono tenuti su posizioni maggiormente equidistanti in questo senso. Il vertice e il nuovo Concetto strategico della Nato devono diventare l’occasione per attrarre verso una visione del mondo democratica anche ci si trova su posizioni più esterne rispetto alle vicende transatlantiche, ma che giova un ruolo fondamentale nell’economia e nella società del mondo.

Per quanto riguarda l’Italia, come sta affrontando queste riflessioni strategiche?

In Italia si affrontano queste tematiche con troppa semplicità. Ci si domanda “quando finirà la guerra”, sottintendendo “e tutto torna come prima?”. Nulla tornerà come prima, e il Concetto strategico servirà a spiegare questo nuovo orizzonte della sicurezza, che implicherà decisioni anche nella sfera della politica estera, e della politica in generale. Dopo il vertice si dovrà aprire un’ampia fase di riflessione e di azione. L’ultima servirà a contribuire alla fine della guerra. La prima, invece, riguarderà proprio l’opinione pubblica italiana, a cui bisognerà spiegare che non stiamo parlando di cose lontane, ma pericolosamente vicine anche alla nostra sicurezza. Nel nuovo mondo interconnesso, la sicurezza non è più scindibile tra una dimensione militare e una civile. Lo spazio, il cyber, l’IA, l’ambiente, l’energia, gli approvvigionamenti alimentari, ormai questi temi attraversano e investono tutte le dimensioni della sicurezza. Non possiamo ragionare con categorie del passato, con metri del secolo scorso. Dobbiamo comprendere che l’insicurezza sta crescendo e dobbiamo prepararci ad affrontarla. È una grande sfida per la politica, che richiederà un cambio di paradigma. È insieme una grande occasione per l’Occidente, quella di rilanciare l’Europa e la Nato insieme, con il loro sistema di valori.

Articolo originale pubblicato su Firmiche.net

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