Perché l’Atlantico non è solo un oceano

L’Atlantico non è solo un oceano, ma anche uno spazio storico e politico, lo specchio dell’idea stessa di Occidente.

Ci sono millenni di storia che galleggiano sui flutti blu dell’Oceano Atlantico. Una storia che si perde nel tempo, fino a confondersi con il mito e le leggende. Quando quel mare era considerato il confine ultimo del mondo oltre cui si estendeva solo l’ignoto. Quando, secondo gli Antichi, oltre le Colonne d’Ercole si apriva un mondo oscuro popolato di mostri e creature temibili. Uno spazio ignoto, in cui Dante decise di fare scomparire persino il suo Ulisse, assetato di conoscenza e avventura.
In realtà già dall’antichità numerosi popoli e navigatori avevano sfidate quelle acque, per cercare fortuna, in particolare verso le isole britanniche o le coste africane. Ma furono, più recentemente, prima i navigatori vichinghi, e dopo di loro, da Colombo in poi, un’intera generazione di esploratori europei, a scoprire delle terre oltre le onde dell’Atlantico. Quelle terre si rivelarono essere un “mondo nuovo”, sconosciuto, che sarebbe diventato meta di nuovi viaggi, di spedizioni di conquista e di un lungo processo di colonizzazione. Il “mondo nuovo” scoperto da un navigatore fiorentino che lasciò in eredità il suo stesso nome a quelle terre: Amerigo Vespucci.
Ma l’Atlantico, oggi, per noi non è più solo un oceano vasto e tempestoso. Non separa più solo le coste di due continenti, l’Europa e l’America, ma in realtà le unisce. Questo grande mare che si estende dal Polo nord al Polo sud è in qualche modo invece lo specchio stesso della storia moderna dell’Occidente. E lo è, in parte, anche in continuità e in collegamento con la storia del Mediterraneo. Anzi, si può dire che la ricerca di rotte navigabili nell’Atlantico, verso le Indie, fu la risposta a una crisi grave che interessava il Mediterraneo e le sue acque, un tempo state il collegamento tra Oriente e Occidente. L’inizio della conquista dell’Atlantico, dal 400 in poi, corrisponde anche con l’inizio dell’esplosione dell’epoca della ascesa dell’Europa occidentale e l’affermazione del potere dell’Occidente intero. Esplorazioni oceaniche, progresso tecnologico, conoscenza, scienza, cultura e conquiste militari furono il mix che a partire proprio da questa epoca caratterizzano l’inizio dell’ascesa globale dell’Occidente. E molto di questo passò per l’Atlantico.
L’America fu scoperta in quel periodo per caso. E da allora divenne la meta delle speranze e delle ambizioni di milioni di europei. La terra su cui si sarebbe edificato il mito stesso di un grande sogno di riscatto personale. Ma fu anche la destinazione forzata per milioni di africani strappati dagli schiavisti alle loro terre natie per essere impiegati come schiavi nelle piantagioni. E fu ovviamente anche una terra conquistata, strappata ai suoi abitanti nativi e colonizzata nel tempo, in secoli di storia. E poi popolata da uomini e donne che spesso fuggivano dall’Europa per motivi economici o religiosi. La stessa indipendenza dei paesi americani, fondati come colonie in nome delle varie corone europee, fu guadagnata spesso con la guerra contro gli stessi eserciti del Vecchio continente. Come la storia della rivoluzione americana e dell’indipendenza degli Stati Uniti d’America, nati da quelle prime 13 colonie della costa est, rappresenta perfettamente.

Fu quella guerra, a fine ‘700, l’inizio dell’epopea di una giovane nazione battezzata con una rivolta in nome della libertà, diventata poi la patria della democrazia, mentre nel resto d’Europa imperversava l’assolutismo.
A differenza dell’Europa, gli Stati Uniti non hanno mai conosciuto ne la tirannide ne l’assolutismo. Pur tra alti e bassi, superando pure una feroce guerra civile che li scosse fino alle fondamenta, sono rimasti fedeli al dettato costituzionale dei Padri fondatori e si sono mantenuti un paese federale e democratico per più di due secoli.
In questi due secoli però l’Atlantico non è rimasto più solo un mare, solcato da navi e traffici marittimi. Perché se gli Stati Uniti d’America sono nati da una frattura con l’Europa, è stato anche attraverso questo mare, con il continuo scambio reciproco e l’afflusso di europei, che quel paese è cresciuto e progredito fino a diventare non solo la prima democrazia del globo, ma anche la più grande potenza del pianeta. In grado di scendere in campo, come ebbe ad auspicare Winston Churchill in uno dei suoi più famosi discorsi davanti al Parlamento inglese, in aiuto del Vecchio mondo, l’Europa, quando rischiò di soccombere sotto lo stivale della tirannide totalitaria nazista.
Con l’intervento americano durante la prima guerra mondiale e, soprattutto, con l’intervento e la vittoria nella Seconda guerra mondiale, si affermò definitivamente il ruolo globale di questa giovane nazione nordamericana che diventò da allora sempre più decisiva anche negli affari, negli equilibri e nella sicurezza europea. È nel Novecento che l’Atlantico si trasforma definitivamente in qualcosa di più di un solo un mare o di una regione geografica del globo. Si afferma come il cuore dell’Occidente inteso in senso storico, politico e culturale.
È sempre complesso definire con precisione cosa possiamo intendere oggi con il termine Occidente. Quando esso nasca o quali siano i paesi che ne fanno con precisione parte. Come e perchè sia riuscito a raggiungere la posizione che nei secoli ha assunto nel mondo. Nial Ferguson vi ha scritto un libro sopra, su questa storia secolare, che vale la pena leggere. Sicuramente possiamo intendere l’Occidente a partire da una comune base di valori, di cultura politica, di libertà economica e di istituzioni che lo caratterizzano. E anche attraverso la storia, comune, che lega le terre che oggi noi intendiamo come Occidente. Che ha nell’Europa, in particolare quella mediterranea e occidentale, il suo cuore storico, a partire soprattutto dall’epoca tardo medioevale e rinascimentale. Ma che proprio nella fusione tra le due sponde dell’Atlantico, con l’ascesa americana e la nascita di una comune dimensione geo-politica, istituzionale ed economica euro-atlantica, ha avuto la sua consacrazione. Ed è poi giunto a diffondere cultura, stili di vita, idee in ogni luogo del globo, tanto da influenzare comunque anche culture e popoli diversi.
L’Occidente siamo noi, Europei e Americani, popoli legati tra loro perché fratelli e alleati. Se l’idea moderna stessa di Occidente, inteso come il “mondo libero e democratico”, è andata affermandosi soprattutto a partire dalla fine della Seconda Guerra mondiale, nella contrapposizione bipolare tra Est e Ovest, è indubbio che alla sua base vi sia una condivisione di valori e storia, di obiettivi e destini comuni che inizia molto prima. Valori e destini imprescindibili. Che rendono il legame esistente come irrinunciabile. Un legame in cui resta centrale il ruolo e il futuro degli Stati Uniti, ma non può fare a meno anche di della storia e di una crescente responsabilità europea. Costruito sopra quelle istituzioni internazionali edificate dopo la fine della Seconda guerra mondiale, che hanno rappresentato, e lo faranno ancora a lungo, proprio per l’area euro-atlantica, la garanzia di pace, sicurezza e benessere per otto decenni. La NATO e l’Unione Europea.
Alcune volte nella storia però è stato messo in discussione, di qua o di là dal mare, il valore di questo legame. È successo in America e anche in Europa. Sta succedendo anche oggi e potrebbe succedere ancora. Ma si tratta di un errore. Quando, anche in tempi recenti, America ed Europa si sono allontanate, le cose non sono mai andate bene. Soprattutto per l’Europa. Entrambi abbiamo bisogno gli uni degli altri. Si tratta di un rapporto necessario, utile ad entrambi, e forte, appunto, di quella base comune di storie e valori che lo contraddistinguono. E tra tanti stati europei, se ve ne è uno che ha bisogno di questo legame è proprio l’Italia.
C’è un tema però, che talvolta in Europa dimentichiamo. L’America non è solo un paese atlantico, ma sempre di più nel corso degli ultimi decenni, ha accresciuto anche la sua vocazione “pacifica”, partendo dall’importanza crescente, sul piano socio-economico, della sua costa ovest e soprattutto dalla sfida che quella regione del mondo, l’Indo-pacifico, pone al ruolo americano nel mondo. A questa sfida però si aggiunge una tendenza in atto nel corso degli ultimi anni, che ripone il tema, come altre volte nella storia, di un certo isolazionismo americano, che vorrebbe gli Usa meno ingaggiati a livello internazionale e più concentrati sulle proprie sfide interne. Una tendenza che riemerge ciclicamente nella storia americana spesso trasversale alle sue forze politiche. Che si scontra con l’altra tendenza all’internazionalismo che è proprio degli Stati Uniti soprattutto dagli inizi del Novecento.
Intanto, mentre continua a vivere questa tensione interna al paese, la vocazione verso il Pacifico dell’America nel corso degli ultimi anni è oggettivamente aumentata, soprattutto per un fattore geo-politico che fino a poco tempo fa in pochi avrebbero potuto immaginare. Se durante tutta la Guerra Fredda il confronto con l’URSS teneva concentrata l’attenzione americana soprattutto sull’Atlantico, tanto da favorire da subito la nascita di un soggetto come la NATO e spingere anche verso il processo di unificazione dei paesi dell’Europa occidentale, venuto meno il “nemico esistenziale” rappresentato dall’Unione sovietica, anche gli interessi strategici americani sono cambiati. Prima, nel decennio unipolare tra il 1991 e il 2001, nessun paese ha potuto rappresentare una effettiva minaccia alla supremazia americana, ed euro-atlantica, ma poi, dopo il 2001, prima con l’attacco dell’11 settembre, poi con la crisi economico-finanziaria del 2008/2011, l’idea di una supremazia americana a livello globale è entrata oggettivamente in una fase di difficoltà, di cui hanno approfittato altre potenze emergenti, tra cui in particolare la Cina.
La crescita economica asiatica e l’ascesa cinese hanno posto una sfida enorme alla leadership globale americana e occidentale. Hanno letteralmente cambiato i connotati del confronto geo-politico ed economico internazionale. Nel pieno dell’epoca della globalizzazione e della rivoluzione digitale, è sembrato che progressivamente il potere dei grandi paesi occidentali, a partire dagli USA stessi, si fosse ridotto mentre emergevano potenze nuove e dirompenti, come la Cina e l’India. Evitando esagerazioni, e non cadendo in errori, è chiaro che lo spazio occupato sul piano internazionale dai paesi occidentali, così come la loro fetta di benessere e ricchezza, si stia via via assottigliando a vantaggio di altri paesi emergenti. Ed è altrettanto chiaro, come ci hanno dimostrato anche le cronache recenti, che lo stesso modello politico offerto dal mondo libero, sia sposato e seguito da un numero decrescente di paesi nel mondo, a vantaggio di nuovi modelli, spesso di natura autocratica, offerti dalle potenze emergenti. Non è un segreto che la stessa Cina, oggi pronta a contendere agli USA il primato di prima potenza economica del mondo, intenda offrire un proprio modello politico ben diverso da quello delle democrazie occidentali.
Ma se anche siamo lontani dalla glorificazione di una presunta vittoria della democrazia e del libero mercato sulla storia, non dobbiamo nemmeno farci prendere da un eccesso di pessimismo e vedere come inevitabile la sconfitta del modello politico ed economico occidentale, che proprio a cavallo dell’Atlantico ha il suo cuore pulsante. Se vi è una certezza, che la storia ci consegna, è che nel futuro non vi sono mai certezze. E il presunto declino americano e occidentale non è un processo inevitabile. Non è nemmeno un processo così evidente. Siamo di fronte a una ridefinizione degli equilibri globali e all’affermazione di un sistema sempre più multipolare, ma questo non significa che nel breve periodo la più importante potenza globale venga sostituita nel suo ruolo da qualcuna altro. Così come è certo che possa nascere un blocco di paesi, alternativo all’Occidente, altrettanto forte, coeso e rilevante. Non vi è nulla di già scritto. Anzi, ancora oggi, la way of life e il soft power occidentale ed americano fungono da esempio e da punto di riferimento per milioni di persone, anche nei paesi in cui questi modelli sono contestati o osteggiati. La forza evocativa della libertà e della democrazia è ancora molto più grande e penetrante di quanto noi stessi, spesso, immaginiamo. E lo sono ancora di più la cultura, la conoscenza, le tecnologie, il costume occidentali.
Oggi i paesi euro-atlantici hanno però la necessità di rilanciare i propri vincoli di amicizia e alleanza e soprattutto, la propria missione nel mondo. L’Occidente stesso non può sopravvivere alla sua storia, in tempi così burrascosi e difficili, nel momento in cui la democrazia e le istituzioni internazionali sono minacciate nel profondo stesso della loro sopravvivenza, se non ritrova il senso della sfida e della propria visione.

L’Atlantico, come spazio fondativo, ritrova per questo oggi una nuova centralità politica e non solo strategica. Come simbolo, non solo come area geografica.
L’area euro-atlantica, che intorno a questo mare si compone e in cui la democrazia è dominante, è tornata oggi al centro dell’attenzione del mondo. E, contrariamente a questo spesso pronosticato in anni recenti, resta fortemente al centro dell’attenzione degli stessi Stati Uniti. I recenti fatti in Ucraina lo confermano e lo confermano le decisioni assunte durante i vertici NATO. Il ruolo che gli Usa e proprio la NATO stanno giocando in questo momento storico proprio in questa regione.

Un’attenzione accresciuta che non può non tenere anche conto dei rischi e dei disordini crescenti dostribuiti ai margini e ai confini dell’Europa, a est come a sud, in Africa come nel Mediterraneo fino all’Artico. Disordini e instabilità, ma anche nuove minacce la sicurezza, che alla fine potrebbero comunque arrivare a bussare non solo alle porte di Roma, Bruxelles o Londra, ma fino a quelle di Washington.

Perchè se la sicurezza e la democrazia sono minacciate in Europa e nell’Atlantico, potrebbero diventare più fragili e più esposte anche in America. Questo vale in maniera reciproca. La sicurezza e la democrazia sono beni comuni a cavallo dell’Atlantico.
Infatti instabilità e insicurezza ai margini della regione Atlantica da un lato, e le difficoltà identitarie e politiche attraversate dalle nostre società al proprio interno, mettono oggi a rischio persino il futuro della democrazia in Occidente. Questi rischi, spesso, sono legati tra loro. E intersecano eventi o fatti diversi, dal clima alla crisi alimentare a nuove possibili crisi migratorie, conflitti, tensioni sociali. Mai come oggi il nostro futuro, dopo due anni di pandemia, con la guerra in Ucraina tutt’ora in corso e di fronte alle sfide poste dal cambiamento climatico e dalla rivoluzione tecnologica, è tanto incerto e insicuro. Vale per l’Europa e vale per l’America. E se vale per entrambe, vale anche per il resto del mondo.
Abbiamo assistito anche di recente a segnali allarmanti sui rischi che le nostre comunità democratiche stanno vivendo. Non è solo il lungo abbraccio della pandemia, ma qualcosa di più profondo, che da anni sta scuotendo alle fondamenta anche le società democratiche più longeve e antiche come gli Stati Uniti o la Gran Bretagna o la stessa Europa. Una crisi di cui i nostri avversari potrebbero voler approfittare per metterci ancora di più in difficoltà e dividere l’Occidente nel momento in cui ne sfidano anche la leadership planetaria.
E questi rischi che corrono crisi le istituzioni e la stessa vocazione democratica delle società occidentali potrebbero in realtà mettere in crisi anche i legami attraverso l’Atlantico e allontanarne le due sponde. Tragicamente.
Se la democrazia si indebolisce in America, diventa inevitabilmente a rischio anche in Europa e in tutti i paesi democratici del mondo. Ma dall’altro lato, nemmeno l’Europa può allontanarsi dall’Atlantico, compiendo un doppio errore, nel suo rapporto con gli Stati Uniti. In prima istanza non può pensare di poter fare a meno degli Stati Uniti e della vocazione atlantica. Ma allo stesso tempo, proprio a causa del complesso mondo in cui viviamo, in cui gli USA sono ingaggiati in molte sfide strategiche per il loro futuro, l’Europa non può più pensare di dipendere interamente da loro.

Nel corso degli ultimi settanta anni abbiamo affidato la nostra sicurezza agli USA. In questo modo però non poche volte abbiamo rinunciato ad esercitare un ruolo, e soprattutto, abbiamo pensato di poter fare a meno di assumerci le nostre responsabilità. Soprattutto nel campo della sicurezza e della difesa.
Il futuro dei paesi occidentali o è in comune o non è. Così come quello democrazia. Occidente, oggi è anche e soprattutto democrazia e libertà. Da questo non si può tornare indietro. L’Atlantico continua a essere il collante che tiene insieme i due poli di questo mondo libero, che pur tra mille difficoltà, continua a resistere e ritrovarsi. La sfida lanciata a Madrid dalla NATO è solo un’altra tappa del lungo percorso avviato tra paesi atlantici in nome del destino che ci lega. Una sfida ambiziosa, che dovrà essere rilanciata nel tempo con forza e passione nel condurla insieme. Che non deve rimanere solo l’insieme di una serie di propositi, privi di un collante ideale.
Probabilmente se è finita l’epoca delle grandi ideologie non sono certo morte le idee. L’Occidente stesso è la vittoria di una certa idea di mondo, che si è espressa anche attraverso il coraggio di chi ha saputo immaginarla e poi realizzarla molti anni fa. La sfida di cui stiamo parlando, potrà essere vinta solo grazie alla forza delle idee e alla loro lungimiranza. E di fronte ai drammi del nostro tempo, è evidente ancora quanto sia necessario che coloro che intorno allo spazio Atlantico si ritrovano continuino a perseguire insieme una comune strada fondata proprio su idee e visioni comuni. Per questi motivi anche l’Italia, paese che storicamente, politicamente e culturalmente ha un ruolo centrale nell’Occidente, in Europa e nel mondo atlantico, dovrà continuare a restare saldamente collocata in questo spazio geo-politico. Ne vale della nostra sicurezza, del nostro benessere e della nostra libertà.

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