Il rebus libico. In uscita il 2 luglio un volume sulla crisi libica

Pubblichiamo la presentazione di un volume in uscita il prossimo 2 Luglio, dedicato alla crisi libica a cura del Prof. Folco Biagini, pubblicato da Castelvecchi Editore in collaborazione con Geopolitica.info

I recenti sviluppi in Libia e la progressiva perdita di terreno del generale Khalifa Haftar hanno riportato il Paese nordafricano al centro del dibattito nazionale ed internazionale. Il territorio libico – storicamente caratterizzato da una complessa sovrapposizione di storie, culture, amicizie ed inimicizie – dai primi anni del Novecento ha assunto un’importanza strategica per l’Italia. Gli effetti della stabilità o dell’instabilità in Libia, hanno infatti ripercussioni dirette sul nostro Paese, come evidenziato nel febbraio-marzo 2011. Non a caso, lo stesso Libro Bianco per la sicurezza internazionale e la difesa (2015) sostiene che la stabilità della regione euro-mediterranea è un interesse vitale dell’Italia.

Questo genere di riflessioni, hanno spinto il Prof. Antonello Folco Biagini, Rettore di Unitelma Sapienza, a curare un nuovo volume – con contributi di storici e politologi – che esaminasse il costante rapporto tra Italia e Libia e che evidenziasse la rilevanza dei fattori internazionali che hanno determinato, e tuttora determinano, la crisi di questo Paese. Questo ambizioso tentativo ha dato vita a Tripoli, Italia: la politica di potenza nel Mediterraneo e la crisi dell’ordine internazionale edito da Castelvecchi Editore e in uscita il 2 luglio.

Il volume muove anche da una suggestione storica. Tra lo scoppio della guerra civile del 2011 e l’inizio della campagna di Libia del 1911 è passato esattamente un secolo quasi a rimarcare la ciclicità dell’incertezza che attanaglia il territorio nordafricano, mai completamente consolidato. Da questa suggestiva prospettiva, esaminando il caso italiano, si nota che se l’attivismo militare del 1911 ebbe scarsi risultati, l’approccio adottato cento anni dopo la caduta del Ra’is non ha prodotto effetti migliori.

Dopo la fine del regime di Gheddafi, il 2014 ha segnato un anno cruciale almeno per due motivi. Da un lato, la Seconda guerra civile si è inserita in un contesto politico-strategico segnato dal dualismo di poteri tra il governo di Tripoli e quello di Tobruk e dall’apertura di un nuovo fronte nel contrasto all’ISIS. Dall’altro, la rinnovata iniziativa russa nella formulazione degli equilibri politici e militari regionali ha rappresentato una novità strategica importante.

Da una prospettiva più internazionale, molti analisti hanno iniziato a parlare di crisi dell’ordine liberale a guida americana. In questo senso, l’attuale Amministrazione Trump sembrerebbe aver completato l’opera del suo predecessore, Barack Obama, concentrando maggiori risorse e attenzione strategica sull’area dell’Indo-Pacifico rispetto a quella del MENA, ritirando addirittura il supporto al governo di al-Serraj. In questo vuoto lasciato dagli Stati Uniti, Russia e Turchia hanno intensificato i propri movimenti per influenzare gli equilibri libici e gli assetti post-bellici.

Tornando sull’altra sponda del Mediterraneo, la politica estera del Governo Renzi (febbraio 2014-dicembre 2016) sembrava essersi nuovamente rivolta verso la questione libica. Tre direttrici fondamentali sarebbero state alla base dell’approccio del governo dell’ex sindaco di Firenze: i) una negoziazione politica comprensiva, più che uno sforzo militare; ii) il consolidamento dell’autorità di al-Sarraj nel Paese; iii) la ricerca di un terreno comune con altre potenze occidentali, soprattutto con gli Stati Uniti. Fondamentale in questo senso sembravano la firma degli accordi di Skhirat e la pubblicazione nel 2015 del Libro Bianco per la Difesa che lasciavano ben sperare per il futuro degli interessi nazionali italiani, così come l’annuncio su Foreign Affairs da parte di Paolo Gentiloni, allora ministro degli Esteri, di un «pivot verso il Mediterraneo» che avrebbe racchiuso un maggiore impegno italiano a guidare gli sforzi multilaterali anche in Libia. Successivamente si crearono dei dissidi con l’Amministrazione Obama che voleva un ruolo ben diverso per l’Italia soprattutto a livello militare nella gestione della questione libica.

L’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, per il quale il Nord Africa rappresentava ancor meno una priorità strategica, mise fine ad ogni speranza italiana di poter riuscire a giocare un ruolo chiave con l’aiuto di Washington come per gli accordi di Skhirat. Non a caso, in un incontro tra Trump e Gentiloni, nel frattempo subentrato a Renzi a capo del Consiglio dei Ministri, il tycoon aveva dichiarato che «gli Stati Uniti non hanno alcun ruolo in Libia».

Come si evince chiaramente dal volume, l’Amministrazione Obama prima e quella Trump poi hanno circoscritto l’impegno americano rispetto al passato, perseguendo una strategia di retrenchement (o selective engagement). Infatti, Washington ha considerato la crisi libica come una questione prettamente europea, e dunque secondaria al più importante obiettivo di contrastare all’ISIS. In questo senso, la soluzione della crisi, secondo gli Stati Uniti, sarebbe tuttora responsabilità degli Stati i cui interessi sono posti a rischio a causa del conflitto. Se quindi si può parlare di internazionalizzazione della Seconda guerra civile libica come hanno chiaramente dimostrato gli eventi degli ultimi mesi che hanno coinvolto Russia e Turchia, il governo italiano, contrariamente a quanto stabilito nel Libro Bianco, sembrerebbe tuttora in difficoltà nel perseguire i propri interessi nazionali. Tripoli, Italia fornisce alcune coordinate importanti utili a comprendere il perché storico, culturale e politico tanto dell’instabilità libica quanto della difficoltà italiana ad affrontarla.

Alessandro Savini, Geopolitica.info


Immagine della copertina del volume gentilmente concessa dai curatori


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