L’Afghanistan di Biden: alla ricerca di una soluzione

L’Afghanistan potrebbe essere uno dei primi temi importanti, in politica estera, che nei prossimi mesi la nuova amministrazione Biden dovrà affrontare. Dopo le promesse di ritiro di Trump, quale decisione potrebbe prendere il nuovo presidente, alla luce anche della situazione nel paese? Il punto di vista di Claudio Bertolotti

L’eredità di Donald Trump

Il passaggio di potere dall’amministrazione di Donald J. Trump a quella del neo presidente Joseph R. Biden jr. è in primo piano sullo sfondo dei colloqui intra-afgani.

L’accordo negoziale[1], concluso tra il governo degli Stati Uniti ei talebani a Doha nel febbraio 2020, prevede il ritiro totale delle forze statunitensi entro il 1° maggio 2021 in cambio di un abbassamento del livello di violenza da parte dei talebani fissato all’80% e la fine della collaborazione con al-Qa’ida: ma i talebani, ad oggi, non hanno rispettato nessuno degli impegni alla base di quell’accordo. Tutto come previsto[2].

L’ex presidente Trump, alla fine dello scorso anno, aveva ordinato il ritiro parziale dei militari statunitensi dall’Afghanistan, coerentemente con il suo obiettivo politico (ed elettorale) di porre fine alle “guerre americane senza fine”. Un ritiro che, nonostante l’incessante offensiva talebana, si è concretizzato il 15 gennaio e che ha ridotto la presenza di truppe statunitensi in Afghanistan da 4.500 a 3.000: una scelta che, di fatto, ha aperto la porta a un ritorno dei talebani al governo del paese – al termine di una guerra, che si è concentrata prima sull’annientamento, poi sul contenimento e infine sul dialogo alla pari con i talebani, cacciati dalla guida del paese proprio dagli Stati Uniti nell’ottobre del 2001.

La doppia strategia dei talebani

La strategia dei talebani per negoziare un accordo con il governo afghano – la cui Costituzione e principi sono rifiutati dal movimento talebano in quanto “non islamici” – si muove sostanzialmente su due piani: da una parte la partecipazione formale a un dialogo negoziale volutamente rallentato e inconcludente, dall’altra parte la rinnovata determinazione a ottenere una vittoria militare per prendere il pieno controllo del paese dopo un eventuale ritiro, delle truppe statunitensi e della NATO.

I talebani, che ormai da tempo controllano o hanno influenza su metà del paese, hanno dato avvio a un’offensiva violenta sostenuta da una serie di attacchi e di uccisioni mirate di giornalisti, funzionari e membri delle forze di sicurezza afghane ed esponenti della società civile: una conferma della volontà di vanificare il dialogo negoziale, seminando panico e minando la già scarsa fiducia nei confronti del governo afghano.

La NATO  e i suoi limiti

Il presidente afghano Mohammad Ashraf Ghani e il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg hanno recentemente discusso “del processo di pace afghano e del continuo sostegno della NATO alla forza di difesa e sicurezza afghana”. L’Alleanza Atlantica ha inoltre ribadito la volontà di sostenere le forze afghane – che sono deboli, prive di capacità operativa autonoma – e di continuare la sua missione di addestramento, consulenza e assistenza.

 È però vero che, a fronte del possibile disimpegno statunitense, la NATO potrebbe fare davvero poco per continuare a sostenere il governo afghano, anche perché, a differenza delle truppe combattenti statunitensi dell’operazione Freedom’s Sentinel, l’Alleanza Atlantica non schiera nel paese truppe combattenti, né ha la necessaria logistica per sostenere un’eventuale azione di combattimento.

La visione di Joe Biden

Il ritiro parziale delle truppe statunitensi dall’Afghanistan è una mina che l’amministrazione Trump ha lasciato al suo successore, e la scadenza fissata al 1° maggio per il ritiro delle truppe è la più grande sfida iniziale per il negoziato ed la decisione più urgente per Biden.

Sebbene non sia chiaro se Biden ritirerà tutte le truppe statunitensi entro la data concordata, il suo consigliere per la sicurezza nazionale, Jake Sullivan, ha affermato che la nuova amministrazione sosterrà la “diplomazia” con i talebani, esortando il gruppo a ridurre la violenza, a partecipare “in buona fede” ai negoziati con il governo afghano e a tagliare i legami con al-Qa’ida – cosa che però non avverrà, con buona pace di chi ancora crede alle garanzie dei talebani.

Biden avrebbe però manifestato l’intenzione di voler mantenere una piccola presenza di unità di intelligence a Kabul. Ma i talebani, nel rifiutare categoricamente questa ipotesi, hanno chiesto a Biden di onorare l’accordo degli Stati Uniti per un ritiro di tutte le forze americane dall’Afghanistan entro la data concordata. Talebani che, in caso contrario, si sentirebbero legittimati ad aumentare – ancora di più – l’intensità della loro violenta offensiva con attacchi nei centri abitati e contro le forze internazionali.

Poiché la residua forza militare è insufficiente per contrastare e contenere i talebani e gli altri gruppi insurrezionali e terroristi, il presidente Biden potrebbe essere costretto a prendere una decisione impopolare: l’invio di ulteriori truppe in Afghanistan, allo scopo di impedirne la conquista totale da parte talebana.

Claudio Bertolotti è Direttore di START InSight


[1] http://www.startinsight.eu/afghanistan-cosa-manca-allaccordo-tra-usa-e-talebani-ispi/

[2] https://www.agensir.it/mondo/2020/03/02/afghanistan-accordo-usa-talebani-bertolotti-start-insight-accordo-storico-ma-la-pace-resta-ancora-lontana/


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