La NATO, la democrazia e i rischi della disinformazione

La comunicazione è un elemento molto importante di questa attuale crisi internazionale e sempre di più anche degli scenari bellici. Per i sistemi democratici è sempre più importante imparare a fare i conti con i rischi della disinformazione.

In ogni guerra, soprattutto dall’epoca moderna in poi, la propaganda prima e la disinformazione poi, sono diventate armi sempre più potenti e utilizzate. Anche prima dell’avvento dei mezzi di comunicazione di massa, dalla radio a internet.
La comunicazione, con l’invenzione della stampa, diventa un mezzo importante di influenza e informazione, anche per fini ideologici e politici spesso combinati con obiettivi di natura militare. Soprattutto dopo la Prima guerra mondiale, diventa uno strumento di massa, atto non solo a mobilitare la propria parte, sia i militari al fronte che la popolazione che doveva supportare lo sforzo bellico, ma anche per attaccare o screditare il nemico. Non a caso, in tempi più recenti, si è anche iniziato a codificare forme di guerra psicologica e di guerra informativa.
Con l’avvento della società dell’informazione, la rivoluzione digitale, la comunicazione mobile, i social network, i mezzi al servizio della propaganda di guerra, della disinformazione, della guerra psicologica si sono letteralmente moltiplicati tanto da aver reso l’information warfare, combinato alla dimensione cyber, uno dei pilastri delle attuali teorie delle guerre ibride e in generale dei conflitti moderni.
La guerra che si combatte da venti giorni in Ucraina, dopo l’invasione russa, non è da meno. È un conflitto che si combatte, quotidianamente, non solo nelle città e nella campagne ucraine, ma anche nella dimensione virtuale del web e dei social media, sui giornali e le tv, attraverso notizie, dichiarazioni dei leaders, slogan, immagini, post. È un conflitto che, in maniera quasi pervasiva, è presente h24 nei media di tutto il mondo, in particolare in Europa, con una diffusione continua di notizie e informazioni contrastanti, talune, palesemente, di propaganda. E sempre di più, oltre alla diffusione di falsità, messaggi distorti, fake news, fenomeno cui avevamo assistito anche durante la pandemia di Covid-19 soprattutto nei suoi primi mesi, si è reso evidente quanto questo conflitto si combatta nel dominio dell’informazione, con una sempre più folta schiera di supporters e di followers pronti a sostenere le parti in conflitto e fare da cassa di risonanza delle diverse “verità” in campo. Confondendo, quando possibile, responsabiltà e realtà dei fatti, fino a creare verità alternative. Come la vicenda Covid o quella della propaganda novax ci hanno già dimostrato.
Nella ridda di falsità che circolano o vengono diffuse in maniera in taluni casi anche inconsapevole o strumentale, vi sono altresì le presunte argomentazioni tese a giustificare o dimostrare tra le cause del conflitto le responsabilità dell’Occidente, con Europa e Stati Uniti sul bando degli imputati, con le presunte colpe della NATO come principale argomento di accusa. Una serie di affermazioni, che dai monologhi televisivi alle mappe diffuse sui social media, vedono la medesima accusa rivolta verso l’Alleanza Atlantica quasi come una sorta di giustificazione dell’invasione russa: la NATO si è estesa troppo fino ai confini russi, minacciando con le sue armi, i suoi “missili” la Russia. Una tesi che riporta alla memoria vecchie argomentazioni della guerra fredda, dei tempi in cui, anche in Occidente, non mancavano i detrattori o gli oppositori del progetto atlantico (talvolta sostenitori di partiti filo-sovietici). Argomenti usati in alcuni casi quasi a nascondere che in questo conflitto vi è un’evidenza palese: ovvero uno stato indipendente aggredito e un altro, ben più grande e forte, aggresore. E che, in Russia soprattutto, ogni giorno di più si palesano dissensi evidenti contro la decisione di avviare e condurre questa sanguinosa guerra, spesso repressi nel silenzio dei media. Da taluni si tende a dimenticare la natura delle diverse forme di governo, quelle presenti nei paesi NATO e in Europa, e quella presente in Russia. Si fa appello alla neutralità, e ci si oppone al supporto alla resistenza ucraina, senza però condannare con chiarezza gli aggressori e le loro azioni violente.
Con il paradosso che ancora una volta sul banco degli imputati si vorrebbe mettere i paesi occidentali, in primis gli Stati Uniti, la NATO e l’Unione Europea. Che hanno invece dato prova di forte unità e coesione di fronte a una crisi tanto grave, contrariamente alle aspettative di molti.
La NATO, nello specifico, sarebbe accusata di essersi allargata a dismisura verso est, addirittura “minacciando” la Russia e la sua integrità territoriale (come se fosse stata attaccato o invasa). Argomento che, sappiamo bene, non trova riscontro nella storia, europea, soprattutto a partire dal 1991, anno in cui l’URSS si dissolse dando vita a numerosi stati sovrani come l’Ucraina, ma anche la Georgia o i paesi baltici, solo per citarne alcuni. Questi ultimi divenuti parte della comunità atlantica di certo per scelta autonoma e consapevole.
È giusto fare chiarezza su alcuni punti che riguardano le accuse, in alcuni casi frutto si un’opera di vera disinformazione o di fake news, che vedono la NATO come destinatario. Partendo da un punto: la NATO è un’alleanza difensiva di cui si entra a fare parte dopo un lungo e complesso processo che parte da una richiesta volontaria di ingresso. Non vi si entra per annessione o sottomissione. Nella storia della NATO, ormai più che decennale, nessun paese membro dell’Alleanza è mai stato obbligato a aderire, oppure sottomesso o invaso dalle truppe alleate. Nessuno. Semmai, nella storia europea del dopo Seconda guerra mondiale, alcuni paesi come Ungheria o Cecoslovacchia sono stati oggetto di azioni militari da parte di truppe straniere: si trattava delle forze armate sovietiche, a Budapest nel 1956 o a Praga nel 1968. Giusto per fare due esempi. E una violenta guerra, come quella Kosovo nel 1999, ebbe termine grazie all’intervento della NATO.
I paesi entrati nella NATO dopo il 1989, appartenenti in precedenza al Patto di Varsavia, erano usciti dalla sfera di influenza sovietica e, forse proprio per l’esperienza del passato recente, acquisita una nuova democrazia hanno chiesto di aderire alla NATO, accedendo così al sistema difensivo garantito dall’Alleanza, e poi all’Unione Europea. Dopo il 1989 fino ai nostri giorni, la NATO ha raggiunto 30 membri, in gran parte paesi che sono diventati, o tornati, democratici in anni recenti, a partire dagli anni novanta. Per chi crede nella democrazia, questa dovrebbe essere salutata come una conquista, non come un demerito. C’è anzi qualcosa di quasi offensivo nel modo con cui l’ingresso di alcuni paesi dell’Europa orientale nella NATO come nell’UE viene talvolta descritta. Certamente non adeguato alla scelta operata legittimamente da quei paesi nel pieno dei loro processi democratici. Va anche ricordato il contesto, di forte apertuta internazionale e di spinta verso il multilateralismo, che ha favorito l’allargamento verso est di NATO e Unione Europea: un processo che è andato di pari passo con il diffondersi della democrazia e del libero mercato, e che era funzionale alla volontà di ampliare le basi della pace e della cooperazione in Europa. Un processo che per molti anni ha visto anche un confronto e un dialogo costante anche con la stessa Russia – si pensi a tutto il tema del disarmo nucleare.
La NATO ha garantito sicurezza e benessere all’Europa occidentale dal 1949 in poi, e, insieme all’Unione Europea, ha permesso ai paesi europei di costruire una duratura stabilità politica di cui la sicurezza euro-atlantica è un elemento fondante. È giusto pensare che anche paesi come la Polonia o l’Ungheria, ma in tempi più recenti anche l’Albania o la Romania, potessero ambire a godere di questa sicurezza e di questa stabilità economica. Va inoltre ricordato che per un ampio periodo di tempo, prima con la serie di trattati che hanno cercato di limitare la proliferazione nucleare e ridurre i rischi di una guerra atomica tra le potenze mondiali, e poi, dopo gli attacchi terroritisci del 2001, Russia e paesi NATO hanno collaborato e costruito importanti momenti istituzionalizzati di confronto. Che hanno garantito stabilità per lungo tempo e ridotto rischi di uno scontro nucleare o di una guerra convenzionale sul territorio europeo. Si ricordi, solo per citare un evento non banale, il vertice della NATO a Pratica di Mare cui prese parte anche Putin nel 2002.
Negli anni successivi sono purtroppo arrivati momenti di tensione crescente e il clima è via via mutato. È scoppiata la guerra tra Russia e Georgia nel 2008 e poi con l’annessione russa della Crimea nel 2014, a seguito delle rivolte di piazza in Ucraina, si è aperta la crisi più grave nei rapporti tra Russia e Occidente. E da allora, fino ad oggi, abbiamo assitito ad un crescendo di tensioni tra Russia e paesi occidentali e ad un ritorno sempre più proattivo della Russia a livello internazionale, dal Medio Oriente all’Africa, con un ruolo spesso alternativo a quello dei paesi occidentali.

La Russia, da sempre, tende a considerare i paesi di confine e quelli facenti parte, in passato, dell’URSS, la sua primaria sfera di influenza, e fondamentali per la propria sicurezza. Ma questo non legittima né può autorizzare un’invasione come quella cui stiamo assistendo da tre settimane in Ucraina e comunque forme di influenza e ingerenza sugli affari interni e le scelte politiche autonome di stati sovrani.
Una certa vulgata presente nei media europei tende a rivolgere varie accuse contro USA e NATO, non solo in merito alle presunte responsabilitá in questo conflitto, ma anche in genere attribuendo altre colpe, in altre crisi internazionali, oppure trincerandosi dietro un certo neutralismo strumentale, evitando di assegnare le dovute responsabilità in questa vicenda. Posizioni che, in democrazia, sono legittime, ma che non possiamo non far notare in tutta la loro contraddittorietà e strumentalità. Peraltro in alcuni casi si tratta di posizioni sostenute anche da soggetti che in passato non avevano nascosto le proprie simpatie verso l’URSS o più recentemente verso Putin. Lungi da noi voler stigmatizzare le idee, libere, di persone, libere, in un paese libero come l’Italia. Ma va detto che, in una guerra sporca come quella cui stiamo assistendo, si deve stare attenti, anche nella legittimità delle proprie idee, a non cadere vittime di una certa forma di disinformazione o essere strumenti di propaganda altrui. Perché il fatto che i paesi democratici, come l’Italia, siano oggetto da anni di azioni e campagne di disinformaizone, fake news e influenza esterna da parte di soggetti stauali e non statuali è ormai un dato acquisito. E anche in questi giorni bisogna stare attenti a questo tipo di rischi.
Negli anni novanta, probabilmente, l’errore più grave che i paesi occidentali hanno commesso nel rapporto con la Russia, è stato l’aver ritenuto che potesse non tornare ad essere quella che in realtà è stata per gran parte della propria storia: una grande potenza. E averne di conseguenza sottovalutato le capacità e le ambizioni da grande potenza. Putin ha riportato la Russia nell’olimpo delle potenze mondiali, forte soprattutto delle capacità militari del suo paese. Questo però, pur riconoscendo il ruolo globale della Russia, non deve impedirci di riconoscerne errori e responsabilità, come quelle legate all’attuale conflitto, alla luce soprattutto del sistema di potere oligarchico e autocratico che nel tempo si è sempre di più consolidato in quel paese.
La dissoluzione dell’impero sovietico e la fine della guerra fredda avevano diffuso l’idea, fallace, che non solo la storia fosse finita, ma che libertà e democrazia fossero destinate a trionfare nel mondo per sempre. Questa illusione è corrisposta anche al periodo di affermazione dell’unipolarismo americano e in gran parte agli anni novanta del Novecento. L’11 settembre 2001 è stata la brusca sveglia che ci ha ricordato che la storia non fosse finita e che nessun paese, nemmeno quello più potente, potesse sentirsi del tutto al sicuro. L’ascesa cinese ci ha dimostrato come il sistema internazionale sia in realtà in una fase di trasformazione verso un multipolarismo in cui anche la Russia, l’UE, e una serie di potenze regionali si sono inserite da alcuni anni, rivendicando un proprio ruolo. Infine, questa ultima drammatica guerra, non solo potrebbe rappresentare una rottura e l’avvio di una nuova fase storica, ma ci ricorda anche quanto la democrazia sia preziosa e debba essere difesa, perché può sempre essere minacciata. La guerra è purtroppo una costante nella storia umana ed è tornata a minacciare, come non succedeva da ottanta anni, l’Europa.
Ecco, in tutto questo, mentre il nostro mondo potrebbe trovarsi sempre di più nel mezzo di una nuova competizione strategica tra grandi potenze, che potrebbe determinare nuovi equilibri e nuove alleanze, come era stato durante la guerra fredda, la componente informativa e ideologica del confronto potrebbe diventare sempre più importante e rilevante. Tanto che, sempre di più, il political warfare potrebbe diventare la cifra delle nuove tensioni che ci attendono. Con la necessità, in Occidente, dove la natura stessa della democrazia e della società dell’informazione in cui viviamo rende le nostre comunità più esposte ai rischi della disinformazione e delle fake news, di preparaci al confronto e a tutte le sue diverse forme di minaccia. Simmetriche, asimmetriche e informative.
La democrazia è un bene prezioso. Uno dei pilastri fondanti delle democrazie è la libertà di informazione. È legittimo avere idee diverse e sostenere posizioni diverse, anche rispetto alla guerra, alla politica estera, alla stessa NATO o alle alleanze del proprio paese. Poterlo fare, però, è un diritto guadagnato con fatica che in larga parte del mondo non è scontato. Ricordiamocelo. E ricordiamoci queli sono i paesi in cui è possibile farlo e quelli in cui non lo è. In Occidente, in Italia, nei paesi NATO, è possibile, perchè sono paesi democratici. In questo momento storico è importante, se non fondamentale, capire da che parte siamo e si può stare. Ricordandoci sia del sacrificio e del coraggio di chi, prima combattendo e poi ricostruendo sulle macerie della guerra, ci ha permesso oggi di vivere in democrazia e fare tesoro della diversità delle nostre idee. Nel mondo non è sempre stato e non è, ovunque, così.

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