Implicazioni geopolitiche della rivolta in Kazakhstan

Quali implicazioni geopolitiche dietro le ondate di proteste in Kazakhstan? Il punto di Fabio Indeo

L’ondata di proteste che ha attraversato il Kazakhstan nei primi giorni del 2022 – originata da un aumento sproporzionato del costo del carburante e dell’energia che ha colpito in particolare i consumatori della provincia occidentale del Mangistau – è rapidamente mutata in un’aperta rivolta contro il potere costituito, localizzata soprattutto nell’ex capitale Almaty ed in altri centri urbani di undici regioni: la deriva violenta delle proteste ha intaccato pesantemente l’immagine della quale il Kazakhstan si è fregiato dall’indipendenza del 1991, ovvero di una nazione caratterizzata da stabilità politica e coesione sociale, condizioni che hanno permesso lo sviluppo economico trainato dal settore degli idrocarburi e la leadership politica a livello regionale.

Nonostante il presidente Tokayev abbia dichiarato la restaurazione dell’ordine in gran parte della nazione già il 7 gennaio – dopo giorni di proteste violente, con 164 rivoltosi (etichettati come “banditi” dalle autorità) e 18 poliziotti uccisi, oltre 8mila manifestanti incarcerati  – la temporanea interruzione della rete internet e l’assenza di voci indipendenti a monitorare la situazione hanno di fatto impedito la possibilità di avere un quadro chiaro e definito di quanto era accaduto. Tuttavia, sembra emergere un dato incontrovertibile: le proteste sono partite pacificamente e con delle rivendicazioni di natura economica per poi assumere una dimensione chiaramente politica, contro l’operato del governo attuale ma evidenziando anche le responsabilità della precedente gestione trentennale del potere dell’ex presidente Nazarbayev, incapaci di risolvere le problematiche endogene (dal multipartitismo formale alla mancata ridistribuzione degli ingenti introiti derivanti dall’esportazione degli idrocarburi, corruzione) che hanno connotato i primi trent’anni di indipendenza nazionale

Dopo un approccio inizialmente conciliante del presidente kazako – che ha accolto alcune delle richieste dei manifestanti, riducendo il prezzo del carburante ed ottenendo le dimissioni del governo –  di fronte alla crescente intensità e violenza delle proteste Tokayev ha proclamato lo stato di emergenza nazionale ed ordinato una dura repressione della rivolta alimentata – secondo le autorità nazionali – da presunte forze esterne, ovvero foreign fighters provienenti da Medio Oriente, Afghanistan ed Asia Centrale, come una parte di un complotto terrorista internazionale con l’obiettivo di rovesciare l’attuale presidente.

Sulla base di questa versione, Tokayev ha assunto delle importanti decisioni destinate a produrre dei riflessi e delle implicazioni geopolitiche di lunga durata sul futuro della nazione.

La richiesta d’intervento delle forze di peacekeeping sotto l’egida dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (OTSC) per supportare le forze di sicurezza nazionali nelle operazioni antiterrorismo (anche se di fatto ufficialmente limitate alla protezione delle infrastrutture critiche e strategiche come i palazzi del potere, l’aeroporto di Almaty, il cosmodromo di Baikonour) rischia di configurarsi come una pesantissima cambiale geopolitica in bianco a favore della Russia, incidendo notevolmente sulla futura possibilità di condurre la tradizionale strategia multivettoriale in politica estera: nella prospettiva di Mosca, la stabilità del Kazakhstan rappresenta una condizione imprescindibile, per il suo ruolo di perno strategico ed insostituibile nei progetti russi di integrazione economica regionale (Unione Economica Euroasiatica) e di cooperazione securitaria regionale (OTSC).

A conferma di questo assunto, la constatazione che per la prima volta nella storia (dalla sua istituzione nel 1999) vi è stato un dispiegamento delle forze OTSC su richiesta di uno stato membro (applicazione dell’articolo 4 del trattato istitutivo), che non si realizzò quando venne richiesto dal Kirghizistan nel 2010 (scontri interetnici di Osh) e dall’Armenia nel recente conflitto con l’Azerbaigian, a dimostrazione dell’importanza del Kazakhstan nella strategia di Mosca nello spazio post sovietico. Tuttavia la conditio sine qua non per l’applicazione dell’articolo 4 è rappresentata dalla presenza di un’aggressione esterna alla stabilità nazionale, integrità territoriale, sovranità dello stato richiedente[1], evocata dal presidente kazako Tokayev – e supportata da Mosca e Pechino –  non risulta al momento supportata da prove evidenti.

Inoltre il successo delle truppe di peacekeeping OTSC nel mantenimento di una condizione di sicurezza e stabilità (ed il loro progressivo ritiro dalla nazione cominciato il 13 gennaio) rafforza la credibilità e l’efficacia dell’ombrello securitario offerto dalla Russia e dalla cooperazione militare con essa in organizzazioni multilaterali, fattore che assume un significato di eccezionale rilevanza geopolitica in quanto destinato ad attrarre ulteriormente le altre satrapie centroasiatiche nell’orbita di Mosca: infatti, di fronte ad  eventuali scenari di instabilità interna, gli stati centroasiatici membri dell’OTCS sono consapevoli di poter contare sul supporto russo, opzione che potrebbe presentare indubbi vantaggi anche per gli stati meno propensi ad una collaborazione militare multilaterale con la Russia come Turkmenistan ed Uzbekistan.

Parallelamente, Tokayev ha cominciato una “precisa” epurazione nei ranghi delle forze di sicurezza nazionali, ufficialmente per la loro manifesta incapacità di contenere le manifestazioni violente, ma che in realtà si configura come un processo di progressiva “de-Nazarbayevizzazione” del sistema politico e dell’apparato securitario nazionale. Infatti, Tokayev ha rimosso e poi fatto arrestare sia Masimov (il potente capo del Comitato di Sicurezza Nazionale, considerato un fedelissimo di Nazarbayev), rimpiazzandolo con Yermek Sagimbayev, e sia il Primo Ministro Mamin con il suo vice Smailov: inoltre, ha esautorato Nazarbayev dal ruolo di capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale – carica conferitagli nel 2019 dopo la successione presidenziale – assumendone l’incarico.

In realtà questa lotta di potere appare come il risultato scontato di quella sorta di “diarchia” forzata emersa nel 2019, con le dimissioni di Nazarbayev e la nomina di Tokayev alla presidenza, offrendo la possibilità all’ex presidente di ricoprire un ruolo (capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale) che di fatto gli garantiva una forte influenza e controllo sui servizi di sicurezza.

La creazione di un nuovo governo (maggiormente fedele all’attuale presidente) e la volontà di adottare delle profonde riforme per risolvere i gravi problemi economici e sociali – compreso l’annuncio di creare un fondo speciale per la popolazione alimentato da contributi finanziari delle maggiori compagnie e delle imprese nazionali –  riflettono la strategia di Tokayev di recidere i legami con l’eredità politica di Nazarbayev, adottando delle misure sicuramente ambiziose e formalmente populiste.

L’effettiva implementazione di queste riforme rappresenterà un cruciale banco di prova per Tokayev e per il consolidamento del proprio potere nella nazione, anche se l’ex presidente mantiene ancora una certa l’influenza politica ed economica (coltivata in trent’anni di potere) che potrebbe incidere sullo sforzo di Tokayev di costruire un Kazakhstan post Nazarbayev.

Fabio Indeo


[1]    Collective Security Treaty, May 15, 1992, https://en.odkb-csto.org/documents/documents/dogovor_o_kollektivnoy_bezopasnosti/


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